Occupa stabilmente, da giorni, i primi posti nelle classifiche che riportano i valori relativi alle vaccinazioni anti Covid. Segno che il suo è un modello di immunizzazione che funziona, e che potrebbe (o meglio: dovrebbe) essere imitato da altri Paesi. Stiamo parlando della Serbia, vera e propria sorpresa di questi primi due mesi del 2021.

Belgrado continua a ricevere dosi su dosi. L’ultimo carico è ancora fresco, altre 50mila dosi dello Sputnik V, che si aggiungono all’altrettanto recente spedizione ricevuta da AstraZeneca, la prima in assoluto, formata da 150mila vaccini. Questi ultimi, prodotti in India, sono tra l’altro arrivati in terra serba su un aereo della Turkish Airlines proveniente da Istanbul.

Il presidente serbo Aleksandar Vucic non può che essere soddisfatto. E non solo per il prezzo pagato dal suo governo per le fiale realizzate da AstraZeneca-Oxford, definito molto conveniente, ma anche perché entro 12 settimane è previsto l’arrivo di altri 150mila vaccini anglo-svedesi. Inoltre ci sono da considerare ben 8milioni di dosi del vaccino cinese Sinopharm, con Pechino che, al momento, ne ha già spedite 1,5milioni.

Numeri impressionanti

La Serbia è stata invasa da una pioggia torrenziale di vaccini, e i numeri, almeno fino a questo momento, premiano Belgrado. Se consideriamo le dosi giornaliere di vaccino somministrate per 100 persone, i dati aggiornati al 26 febbraio parlano chiaro. Il piccolo Paese balcanico, circa 7milioni di abitanti, è al quarto posto con 0,49, dopo il Regno Unito (0.52), gli Emirati Arabi (0.67) e l’inarrivabile Israele (1.31). Che dire, invece, delle dosi complessive di vaccino somministrate dall’inizio delle varie campagne di immunizzazione di massa a ora, sempre per 100 persone? La Serbia è quinta con 20.47, alle spalle di Stati Uniti (21.97), Regno Unito (29.33), Emirati (59.99) e Israele (91.94).

Il 13% della popolazione serba ha ricevuto almeno una dose – si tratta del sesto risultato migliore al mondo -, mentre il 7.5% è completamente vaccinata – secondo risultato migliore di tutti, dietro al solito Israele. In Serbia ci sono oltre 200 centri di vaccinazione, e la somministrazione dei sieri non presenta alcun limite di età. I cittadini possono scegliere liberamente quale farmaco farsi iniettare e c’è la precedenza ad alcune categorie considerate più a rischio, tra cui funzionari statali, poliziotti, soldati, medici e insegnanti.

L’imbarazzo della scelta

Il “modello serbo“, se così può essere giornalisticamente definito, si basa sull’aver aperto la porta a più vaccini. Anche a quelli non ancora approvati dall’Agenzia europea del farmaco (EMA), come lo Sputnik V e i sieri cinesi. Belgrado ha effettuato test e controlli nazionali, in modo da garantire sicurezza ed efficacia della sua campagna di vaccinazione. Morale della favola: mentre a Berlino, Parigi e Roma i cittadini devono aspettare che Bruxelles sblocchi la situazione con i vari Pfizer-BioNTech e via dicendo, i serbi hanno, come detto, addirittura il lusso della scelta.

In Serbia ci sono quattro vaccini disponibili: lo Sputnik V, il vaccino cinese della Sinopharm, il Pfizer-BioNTech e l’AstraZeneca. Giusto per essere ancora più sicuri, Vucic ha raggiunto un accordo con Mosca per produrre in loco dosi del vaccino russo. Ricordiamo che la Serbia, così come altri Paesi balcanici, fa parte della lista dei Paesi beneficiari del piano Covax, volto a garantire la distribuzione dei sieri agli Stati a basso reddito.

Eppure, Belgrado non ha perso tempo. Negli ultimi mesi, approfittando delle sue ottime relazioni con Vladimir Putin e Xi Jinping, Vucic si è mosso in autonomia concludendo – a quanto pare – ottimi accordi bilaterali, anche con le aziende farmaceutiche russe e cinesi. Siamo quindi di fronte a un mezzo paradosso. Non solo la Serbia è piena di vaccini, ma ha persino donato dosi considerevoli ai suoi vicini. Che stanno ancora aspettando un cenno dall’Europa.

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