Dal Giappone alla Nuova Zelanda, dalla Corea del Sud all’Australia, passando per Taiwan e Thailandia. Senza dimenticarsi di Cina, Vietnam e Cambogia. In Estremo Oriente, a cavallo tra l’Asia e l’Oceania, il Sars-CoV-2 sembrerebbe aver rallentato la propria corsa. I Paesi elencati sono la dimostrazione lampante della frenata dei contagi a queste latitudini.

A Pechino e dintorni, salvo qualche focolaio sporadico (l’ultimo è scoppiato ieri nello Xinjiang, con 137 asintomatici scovati in uno stabilimento che produce indumenti) e i casi importati dall’estero, da mesi si registrano poche manciate di positività interne quotidiane. A Seul, archiviato il picco rilevato ad agosto (441 casi il 27 agosto), l’ultimo bollettino sanitario parlava di 61 nuove infezioni. Discorso simile anche per il Giappone, dove si rilevano meno di mille casi giornalieri dallo scorso 23 agosto.

Situazione ancora più calma anche in Thailandia, Vietnam e Cambogia, con picchi massimi di qualche decina di infetti quotidiani dalla scorsa primavera. La Nuova Zelanda aveva perfino annunciato la vittoria contro il virus, salvo attuare nuove restrizioni a fronte di una ventina di casi. L’Australia ha sofferto a luglio e settembre, dove pure la curva epidemiologica non ha mai sfondato il tetto dei 750 casi, ma adesso anche Canberra si gode la sua quiete. Una domanda sorge dunque spontanea: perché in tutte queste nazioni i contagi sono al minimo il numero di decessi pressoché irrisorio?

Qualche precisazione

No, il virus non sparito dall’Asia e neppure dall’Oceania (prova ne sono ad esempio le situazioni che stanno attraversando Malesia, Indonesia e Bangladesh). Continua a circolare, proprio come avviene in Europa e negli Stati Uniti. La differenza sta tutta nel modo con cui i governi dei Paesi elencati hanno affrontato l’emergenza sanitaria. Certo, poi è necessario fare qualche precisazione.

La Nuova Zelanda è un’isola che conta circa 5 milioni di abitanti e una densità piuttosto limitata (18 per chilometro quadrato). Vietnam, Cambogia e Thailandia potrebbero non esser riusciti a scovare tutti i casi reali presenti nei rispettivi territori a causa di importanti limiti sanitari e di un numero minore di test effettuati rispetto ad altre nazioni. La Cina meriterebbe un discorso a sé, per via di un particolare sistema politico unito a un retroterra culturale nel quale il bene della comunità prevale sull’individuo. Tralasciando tali particolarità, è interessante approfondire il discorso relativo al Giappone.

Il “segreto” di Tokyo

Il Giappone è stato agevolato nella lotta al coronavirus dall’abitudine della popolazione di indossare le mascherine. Un’abitudine, questa, ben radicata ancor prima che la pandemia di Sars-CoV-2 travolgesse il mondo intero. Ma, come ha inoltre sottolineato il Corsera, che ha citato una nota riportata sul sito dell’ambasciata di Tokyo in Italia, la vera intuizione del governo giapponese è stata quella di imparare il significato di “cluster di trasmissione“.

Detto altrimenti, è di fondamentale importanza intervenire chirurgicamente su quei pochi gruppi che determinano un’altissima contagiosità nella società. Una volta individuati, questi gruppi devono essere isolati così da stroncare la catena dei contagi. Per aiutare le autorità sanitarie nell’impresa non deve mancare il supporto di un criterio di mappatura e incrocio dei dati (lo stesso, tra l’altro, adottato dalla Corea del Sud).

E qui appare evidente il ruolo giocato dalle nuove tecnologie, tra cui l’intelligenza artificiale. È grazie a questo che Tokyo ha attuato un tracciamento retrospettivo su tutti i pazienti positivi (che ha permesso di ricostruire gli spostamenti del paziente prima di essere contagiato) e cercato di prevenire situazioni ad alto rischio. L’ampio ricorso al telelavoro ha infine evitato l’affollamento sui trasporti pubblici, scongiurando ulteriori contagi.