Non è certo un caso che gli Stati Uniti occupino i primi posti della classifica globale delle vaccinazioni. I sorprendenti risultati raccolti da Washington arrivano da lontano. Prima di tutto, da anni di programmazione spesi a rinforzare l’intera filiera farmaceutica nazionale, tra centri di ricerca all’avanguardia, istituti guidati dai migliori esperti del settore, stabilimenti di produzione e infialamento, e un apparato logistico tirato a lucido per l’emergenza sanitaria. Mescolando tutto questo ad altri due elementi, ovvero l’Operazione Warp Speed attuata lo scorso maggio da Donald Trump e la concezione della vaccinazione come una vera e propria missione militare, arriviamo a capire perché gli Stati Uniti hanno surclassato l’Unione europea.
No, il merito non è dunque di Joe Biden che, essendo l’attuale presidente in carica, si sta prendendo un po’ tutti i meriti possibili e immaginabili. Il successo della Casa Bianca è insito in un modus operandi che, almeno dal punto di vista tecnico, ha fin qui commesso pochissimi errori in ambito scientifico. Ed è così che, oggi, la macchina organizzativa americana sta letteralmente surclassando l’approssimativa strategia messa in campo da Bruxelles.
Produrre un vaccino
“Facciamo come gli Stati Uniti”, hanno suggerito alcuni politici e giornalisti italiani. L’idea è senza ombra di dubbio apprezzabile. Il problema sta nella strada che dovrebbe portare alla sua realizzazione, una strada in salita e a dir poco irta di ostacoli di ogni tipo. Il motivo è semplice: è impossibile iniziare a produrre vaccini dall’oggi al domani. Pur con tutte le risorse del caso, ci sarebbero sempre (almeno) due problemi da tenere in considerazione: il fattore tempo e le competenze necessarie da riorganizzare.
Per quanto riguarda il tempo, sia che si voglia costruire da zero una filiera di aziende ad hoc dedicate alla produzione del vaccino anti Covid, sia che si vogliano riadattare le strutture esistenti alla suddetta mansione, gli esperti sostengono sia impossibile farlo in meno di sei mesi (se non addirittura uno o due anni). D’altronde non stiamo parlando di riadattare uno stabilimento di auto in uno di moto. Per fare vaccini occorrono, oltre a un know how dettagliato, ingredienti, strumenti e competenze altrettanto specifiche.
Arriviamo così alle skill: è un errore pensare che basti una sola azienda per risolvere ogni problema. O meglio, bisogna capire quale obiettivo si vuole perseguire. Se il fine coincide con l’aumento delle produzione delle dosi, allora può bastare anche dedicarsi al solo fill and finishing, lasciando perdere il resto della filiera. Ma se il traguardo dovesse essere più ambizioso, e prendere di mira l’indipendenza vaccinale, allora sarebbe necessario riorganizzare da zero una filiera a dir poco complessa.
Le sette fasi
Nel caso di un vaccino anti Sars-CoV-2, stiamo parlando, il più delle volte, di un vaccino di ultima generazione. Pfizer-BioNTech e altre case farmaceutiche, infatti, hanno adottato l’innovativa tecnologia “a mRNA”. In tal caso, prima di sfornare un vaccino, è fondamentale avere ben chiare le sette fasi da rispettare. La prima, come ha sottolineato Repubblica, riguarda il Dna. Si deve, in altre parole, produrre Dna in un bioreattore attraverso dei batteri specifici. Dopo di che, senza scendere in tecnicismi troppo complessi, si passa alla reazione enzimatica: un procedimento attraverso il quale si ottiene l’Rna dal Dna.
Arriviamo poi alla miscelazione, coincidente con la purificazione dell’Rna. Gli scienziati sfornano così il cosiddetto bulk, una sorta di “boccione” enorme contenente la miscela che andrà a formare il vaccino. Arriviamo poi all’inifalamento: il materiale così ottenuto viene predisposto in una fiala o in una siringa. A questo punto scatta l’imballaggio, con l’etichettatura del prodotto. L’ultimo step è affidato alla logistica: si effettua un controllo di qualità e, se tutto va come deve, scatta l’autorizzazione finale per la distribuzione del vaccino anti Covid. Poter contare su una filiera del genere, oliata alla perfezione e funzionante dall’inizio alla fine, è un procedimento che non può essere completato in poche settimane.