I virus sono organismi microscopici. Vengono chiamati nemici invisibili proprio perché sono subdoli. Riescono ad attaccare un organismo quando questo meno se lo aspetta e, in alcuni casi, sono pure in grado di scatenare pericolose pandemie. Come nel caso del Sars-CoV-2, rilevato per la prima volta nel dicembre 2019, a Wuhan, in Cina, ma chissà da quanto tempo in circolazione. Come e dove si è originato? Non lo sappiamo. Tre sono le opzioni più papabili: nella provincia dello Hubei, nei meandri del sud-est asiatico (la più probabile) o chissà in quale altro luogo. I virus sono quindi anche misteriosi. A maggior ragione se prendiamo in considerazione i virus animali che, di punto in bianco, e grazie a condizioni favorevoli, effettuano il salto di specie. La cosiddetta zoonosi, come ha spiegato nel dettaglio lo scrittore David Quammen nel fondamentale libro Spillover, uscito in Italia per Adelphi.

In casi simili, se pensiamo ancora una volta alla pandemia di Covid-19, è pressoché impossibile risalire all’origine dell’infezione. Per maggiori informazioni chiedere all’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), fresca di una lunga missione a Wuhan per rimettere insieme le tessere del mosaico e fare luce sulla nascita del Sars-CoV-2. A distanza di un anno, gli scienziati non hanno ancora prove certe. È partito tutto da un pipistrello? È l’ipotesi più probabile. Ma per quale motivo l’infezione si è scatenata a Wuhan? Chi ha portato il virus nel cuore di una delle megalopoli più moderne della Cina? È assurdo pensare che uno dei pipistrelli presenti tra la Cambogia, il Myanmar, la Thailandia e il Vietnam sia riuscito a volare per 1.200 chilometri fino alla provincia dello Hubei. Molto più facile che sia stato un essere umano a trasportare la bestiola notturna fin lì. Oppure il pipistrello potrebbe aver infettato un altro animale, l’eventuale ospite intermedio, a sua volta responsabile del contagio umano. Quale animale intermedio? Magari un pangolino, o un altro animaletto della foresta entrato in contatto con il pipistrello infetto, poi raccolto da un uomo e portato in città in qualche mercato. Tutte le piste sono al vaglio degli esperti.

Mutazioni e sequenze genetiche

In ogni caso, un incipit del genere è doveroso per far capire al lettore come agiscono i virus. Sono esseri piccoli, come spiegato, ma talvolta possono rivelarsi molto intelligenti. D’altronde il loro obiettivo consiste nel riprodursi passando da un organismo all’altro. I virus più “stupidi” contagiano la vittima e finiscono per ucciderla, compromettendo la loro stessa esistenza; i “furbi”, invece, provocano sintomi e problemi, ma evitano tuttavia il decesso del corpo ospitante. Inoltre tutti i virus, infezione dopo infezione, si adattano all’ambiente circostante e vanno incontro a mutazioni fisiologiche.

Infografica di Alberto Bellotto

Facciamo adesso un piccolo passo indietro. L’Oms ha spiegato che nella fase iniziale dell’emergenza sanitaria, tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, a Wuhan circolavano già 13 ceppi differenti del Sars-CoV-2. Significa che il virus aveva avuto modo di contagiare un buon numero di persone, prima di andare incontro a trasformazioni naturali. Detto altrimenti, l’elevato numero di mutazioni di un agente patogeno indica che la sua diffusione è stata (ed è) alta. Anche se il tema della mutazione del nuovo coronavirus ha fatto irruzione al centro dell’opinione pubblica intorno a Natale, sono in realtà mesi che i ricercatori hanno a che fare con piccolissime ma continue trasformazioni del Sars-CoV-2. Come ha avuto modo di spiegare il New York Times, mentre si stava diffondendo in ogni continente, il nuovo coronavirus stava già modificando la propria sequenza genetica. Si trattava di modifiche impercettibili, che non hanno quasi mai alterato le sue caratteristiche tranne in un caso. Una trasformazione, stando a quanto ricostruito, avrebbe resto il patogeno più contagioso. La mutazione in questione è stata rinominata 614G, ed è stata individuata per la prima volta, lo scorso gennaio, nell’est della Cina. È lei, con ogni probabilità, ad aver consentito al virus di trasmettersi più rapidamente e provocare la pandemia. Pandemia, sia chiaro, si sarebbe scatenata in ogni caso, anche senza mutazioni; solo che lo avrebbe fatto in maniera molto più lenta e meno contagiosa.

Le trasformazioni principali del Sars-CoV-2

Districarsi nel labirinto di varianti del Sars-CoV-2 è un’impresa ardua. Innanzitutto è importante ricordare che le mutazioni genetiche che causano l’evoluzione di un virus possono manifestarsi in modo del tutto casuale. Dopo di che, queste mutazioni possono rendere il patogeno più o meno pericoloso, aumentarne la trasmissibilità, eludere il rilevamento da parte dei test, evitare le risposte immunitarie – perfino dei vaccini – e causare malattie in forme più gravi rispetto a quelle provocate dalla forma tradizionale del virus. Monitorare l’evoluzione del Sars-CoV-2, dunque, è un’attività fondamentale in proiezione futura.

Ma qual è l’albero genealogico del nuovo coronavirus? Gli esperti parlano, semmai, di alberi filogenetici, cioè un insieme di relazioni ipotetiche tra sequenze che mostrano come si è evoluto il virus nel corso del tempo. Nel nostro caso, tutto si fa partire con un campione iniziale prelevato a Wuhan e sequenziato nel gennaio 2020. Finora, come ha evidenziato l’Economist, sono state documentate circa 41mila mutazioni; solo una manciata rende tuttavia il virus più pericoloso, e sono quelle attualmente sotto i riflettori dei ricercatori. La citata mutazione D614G ha reso il virus più contagioso e lo ha fatto diffondere in tutta l’Europa.

Ci sono, tra le tante altre, due ulteriori trasformazioni da tenere in considerazione: la E484K, che consente al virus di evitare, in parte, gli anticorpi, e la N501Y, associata a un aumentata trasmissibilità. La prima è prevalente in Brasile e Sud Africa, mentre la seconda è stata rilevata a dicembre in Gran Bretagna. Interessante, inoltre, notare la variante B.1.1.298, rinvenuta in Danimarca all’interno dei visoni. Da qui ai prossimi anni, gli esperti si aspettano migliaia di altre varianti. Bisogna essere preoccupati? Con il monitoraggio del virus, lo sviluppo di nuovi vaccini e la speranza, come sostenuto da vari studiosi, che il Sars-CoV-2 possa “indebolirsi” per assicurarsi una vita più lunga, non più di tanto. Fare previsioni è tuttavia un azzardo.