Se non vi erano più dubbi sulla doppia velocità dell’Europa, la recrudescenza dei contagi da Covid-19 in queste settimane mostra che di velocità ve ne sono perfino di più di due. Dai Paesi baltici, passando per l’Europa orientale, emerge una fotografia sanitaria che urla arretratezza, approssimazione e instabilità politica. Qui il vento benefico dell’Europa che, pur sgangherata, sta godendo di una lunga tregua, non arriva e non genera miglioramenti. Clamoroso il caso della Romania che, nel marzo del 2020 si era confermata anello debole d’Europa, ove il personale medico si è trovato a combattere il coronavirus perfino senza dispositivi di protezione individuale.

La situazione in Romania: una catastrofe

Un morto ogni cinque minuti: questi sono i tassi di mortalità della pandemia nel Paese. Lo scorso 19 ottobre Bucarest ha segnato un record funesto con 17.158 i contagi in un giorno, con numerosi casi di re-infezioni. L’ampia circolazione del coronavirus in Romania è dovuta anche al fatto che solo il 35% della popolazione adulta è completamente vaccinata, contro il 74% dell’intera Unione europea. Gli ospedali sono sotto pressione, costretti a trasferire alcuni malati in Ungheria.

Il presidente Klaus Iohannis ha annunciato che le scuole saranno chiuse per due settimane a partire da lunedì 25 ottobre, mentre ci sarà anche un coprifuoco notturno per le persone che non sono state vaccinate. L’uso della mascherina sarà obbligatorio ovunque. “Vediamo la nuova ondata della pandemia in pieno svolgimento – ha detto Iohannis – È una vera catastrofe”.

Diverse restrizioni sono attualmente in vigore a Bucarest, poiché le autorità cercano di limitare la diffusione del virus. Indossare la mascherina è obbligatorio negli spazi pubblici affollati come mercati, fiere, stazioni di trasporto pubblico, aree commerciali e luoghi di lavoro, secondo una decisione del Comitato per le situazioni di emergenza della capitale. Cinema, ristoranti ed eventi privati ​​come battesimi o matrimoni possono essere organizzati a metà capienza, ma solo per chi è completamente vaccinato o è guarito dal contagio. I bar e i club della capitale sono chiusi.

Il record di non vaccinati in Bulgaria

Il Paese ha il tasso di vaccinazione più basso di qualsiasi membro dell’Unione europea, con circa un quarto degli adulti completamente vaccinati. Martedì ha riportato un numero record di nuovi casi giornalieri e 200 decessi.

La Bulgaria ha iniziato a richiedere ai residenti il green pass per ristoranti, cinema ed entrare nei centri commerciali a partire da giovedì, mentre il suo governo lotta contro la sfiducia nel vaccino. Secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, nelle ultime due settimane la Bulgaria ha avuto uno dei tassi di mortalità più alti di qualsiasi paese dell’Unione europea. Dei decessi per coronavirus nelle ultime 24 ore, il 94 per cento era tra i non vaccinati. Sebbene i vaccini siano ampiamente disponibili, molti bulgari hanno rifiutato le dosi a causa della disinformazione dilagante e della sfiducia nelle autorità. Gli sforzi per la salute pubblica sono stati ostacolati anche da mesi di instabilità politica, che ha lasciato i partiti riluttanti nell’introdurre misure severe come, ad esempio, l’obbligo vaccinale.

Le repubbliche baltiche

La Lituania ha registrato 972 casi ogni 100.000 abitanti nelle scorse due settimane, seguita da Lettonia (864 casi) ed Estonia (859 casi). All’inizio di questo mese, gli operatori sanitari di due dei tre più grandi ospedali della capitale lituana Vilnius hanno smesso di accettare casi non urgenti a causa dell’ondata di pazienti con grave coronavirus. Tuttavia, più del 70% della popolazione adulta qui è completamente vaccinata anche se  ancora un terzo della popolazione al di sopra dei 75 anni non è vaccinata. Il 6 ottobre il governo di Vilnius ha annunciato di voler valutare la possibilità di prevedere un pagamento di 100 euro agli anziani che decidono di immunizzarsi contro il Covid. Il Paese, che ha sfondato quota 600 contagi quotidiani per milione di abitanti, è quello con più casi di Covid con media mobile a 7 giorni, nel periodo compreso fra il 23 settembre e il 6 ottobre.

La Lettonia, da parte sua, ha annunciato lunedì che il governo reimposterà un blocco di quattro settimane dal 21 ottobre al 15 novembre, compreso il coprifuoco tra le 20:00 e le 5:00 e la chiusura dei negozi non essenziali. La decisione arriva in mezzo a una crescente pressione sul sistema sanitario, con alcuni ospedali che riportano un tasso di occupazione dell’80%. Dichiarato, la scorsa settimana, lo stato di emergenza per tre mesi, insieme a un più ampio controllo delle restrizioni legate al Covid. Il Paese baltico, ad oggi, possiede solo il 51% di immunizzati con doppia dose, uno tra i più bassi tassi di vaccinazione in Europa.

In Estonia, nel frattempo, il governo di coalizione sembra discutere potenziali nuove misure per affrontare l’ondata di nuovi casi. Fra questi una corsa a rotta di collo verso il potenziamento delle terze dosi: il numero di queste somministrate finora è di 12.000, ha dichiarato giovedì il ministro della Salute e del Lavoro Tanel Kiik in una conferenza stampa del governo. Le terze dosi del vaccino contro il coronavirus sono ora disponibili per operatori sanitari, insegnanti, assistenti sociali e persone di almeno 65 anni se sono trascorsi più di sei mesi dal completamento del processo di vaccinazione. Tuttavia, le persone che somministrano le terze dosi, negli hub vaccinali come nelle farmacie, non sono in grado di verificare se la persona che riceve la terza iniezione appartiene a uno di questi gruppi, secondo quanto riportato giovedì dal quotidiano Posttimees.

Il caso serbo

La Serbia renderà obbligatorio un “pass sanitario” COVID-19 per l’accesso a ristoranti, caffè e bar la sera, ha affermato mercoledì il primo ministro Ana Brnabic, mentre il Paese lotta con un numero costantemente elevato di infezioni da coronavirus. Con una popolazione di 6,7 milioni, il paese registra 6.000 casi al giorno, ma finora solo circa la metà della popolazione serba è stata completamente vaccinata nonostante il Paese si fosse candidato, nei mesi scorsi, a meta da turismo vaccinale.

Secondo la premier la situazione è catastrofica, combinazione di una campagna vaccinale che procede molto a rilento e una popolazione restia all’osservanza delle misure di prevenzione. Qui con la prima dose, è stato vaccinato il 54,6%, con la seconda appena il 52,5%, mentre quasi il 15% ha ricevuto la terza dose. Nelle terapie intensive oltre il 90% dei pazienti non è vaccinato, e a contrarre la malattia sono ora anche tanti giovani.

Cosa è andato storto?

La ragione della spirale in cui sono cadute queste nazioni è un crogiuolo di fattori politici, sociologici e forse solo in ultima istanza, sanitari: l’approvvigionamento non è più un problema anche grazie alla rete europea. Questi Paesi pagano ancora l’instabilità politica ingeneratasi alla fine della Guerra Fredda che si ripercuote sui partiti, sulla rule of law, nei sistemi sanitari. A questo si aggiunge una profonda sfiducia dei cittadini sia nel sistema Europa che nel proprio sistema Paese, rifiutando gli appelli al vaccino. Del resto, la politica locale non ha cavalcato l’onda del resto del Mondo, dove i leader, più o meno uniformemente, si sono vaccinati in pubblico e tempestivamente. Su questa sfiducia i nuovi populismi soffiano in malafede come dimostra la sterzata illiberale che sta riportando in auge la Cortina di Ferro.

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