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C’è chi l’ha definita crociata morale e chi, addirittura, una Rivoluzione Culturale 2.0, alludendo alla Rivoluzione Culturale (1966-1976) scatenata da Mao Zedong. La stretta attraverso la quale le autorità cinesi hanno imposto un giro di vite sul mondo dello spettacolo e della televisione, ha scatenato i commenti più disparati. Partendo dalla notizia nuda e cruda, Pechino ha vietato i reality di talent show, sollecitando lo stop della cultura “immorale” e la creazione di “idoli” capaci di influenzare negativamente le generazioni più giovani.

Il riferimento è agli artisti dai comportamenti “effeminati“, gli stessi che hanno e stanno macinando record su record nel resto del mondo, Asia compresa. Qualche giorno fa i media cinesi hanno diffuso una nota dell’Amministrazione Statale per la Radio, il Cinema e la Televisione (Nrta). Il comunicato era emblematico, ed esprimeva la necessità di “correggere rigorosamente i problemi di violazione delle leggi e della morale degli artisti“, nonché di instaurare un’atmosfera di “amore per il partito e per il Paese”, vietando il ricorso ad artisti che hanno “posizioni politiche scorrette” e che “hanno perso la moralità”.

Non solo: le emittenti radio e tv e le piattaforme audiovisive on line “non sono autorizzate a trasmettere programmi di sviluppo di idoli e spettacoli di varietà e reality show“. Nel mirino del governo finiscono, dunque, tutti quegli artisti dotati di “comportamenti illegali o immorali” e, con loro, tutti gli stili “volgari”. L’obiettivo di tali provvedimenti? “Porre risolutamente fine agli stili effeminati e ad altre estetiche anormali”.

La strada giusta

La cultura pop è considerata dalla Cina un’arma a doppio taglio. È vero che, da una parte, questo settore rappresenta anche per Pechino la classica gallina dalle uova d’oro (detto in altre parole: una non trascurabile fonte di ricchezza); dall’altro lato, tuttavia, certe forme artistiche minano l’ordine politico e morale allestito dalle autorità. I talent show sono sempre più popolari tra i giovani ma, come ha sottolineato l’agenzia Agi, stanno calamitando dure critiche da parte dei funzionari del Partito Comunista cinese a causa degli “scadenti modelli culturali trasmessi”.

“Le istituzioni televisive dovrebbero trasmettere più spettacoli di varietà e reality show”, ha raccomandato l’Nrta. Scendendo nel dettaglio, il governo cinese ha proibito la messa in onda di talent show immorali e chiederà alle emittenti televisive di promuovere un “un modello maschile virile“. C’è però un altro aspetto sul quale vale la pena concentrare la nostra attenzione. L’ente regolatore dei media cinesi ha scelto di contrastare i programmi di intrattenimento capaci di portare alla “creazione di idoli” e di gruppi di fan. Dunque, accanto alla difesa della morale e al contrasto degli attori ritenuti niangpao, cioè effemminati, è evidente anche la volontà di lottare contro chi infrange la legge cinese e ha posizioni politiche scorrette.

L’intervento sui social

Negli ultimi anni, il Pcc ha incoraggiato la crescita dell’industria dell’intrattenimento nazionale ma adesso è preoccupato per la crescente influenza delle celebrità sui valori del Paese. Le star e i rispettivi fan, come ha sottolineato la Bbc, devono adesso fare i conti con un giro di vite molto più severo rispetto al passato. Gli esempi non mancano, a partire dai 22 account di fan sospesi dal social media cinese Sina Weibo. Tra questi troviamo i fan della band pop coreana BTS, molti dei quali hanno finanziato il crowdfunding sulla medesima piattaforma per personalizzare un aeroplano in occasione del 26esimo compleanno del cantante Park Ji-Min.

Ebbene, Weibo ha accusato un fan di “raccolta fondi illegale”. La società ha quindi spiegato di “opporsi fermamente a tale comportamento irrazionale di caccia alle stelle e lo affronterà seriamente”. Weibo si è inoltre impegnata a “purificare” le discussioni online e a “regolare l’ordine della comunità” sulla sua piattaforma. Lo scorso giugno, la Cyberspace Administration of China (Cac) aveva annunciato le dieci misure per “ripulire” il “caos” dei fan club delle celebrità, vietando, tra l’altro, ogni attività che potrebbe spingere i più piccoli a contribuire con denaro ai loro idoli.

La Cac scioglierà, inoltre, i gruppi di social media considerati dotati di una “cattiva influenza” e vieterà i tentativi di classificare le celebrità in base alla loro popolarità. Il comportamento di Pechino, a detta di alcuni esperti, risponderebbe a una logica ben precisa. Il governo teme che i fan online dei vari gruppi possano non limitarsi a parlare di musica, ma mobilitarsi, di persona o online, per organizzare proteste o iniziative inerenti a tematiche altamente sensibili.

Videogiochi e comunità Lgbtq+

Le autorità cinesi sono intervenute anche per quanto riguarda il settore dei videogiochi, un settore che, in questo Paese, colleziona numeri esorbitanti. Giusto per fare un esempio, quasi il 10% della popolazione (circa 100 milioni di abitanti), in Cina, ogni giorno entra in contatto con il mondo virtuale di Honor of Kings, uno dei videogame online più famosi. Il gioco di ruolo fantasy vanta un giro di più di 7 miliardi di dollari di entrate, ed è il più redditizio al mondo. Il governo cinese ha tuttavia notato un nodo spinosissimo, ovvero il rischio di dipendenza e spesa eccessiva da parte dei videogiocatori minori.

È stata così varata una nuova regola per “proteggere efficacemente la salute fisica e mentale dei minori” (ma anche per limitare lo strapotere delle tech companies), la quale prevede che le persone di età inferiore ai 18 anni possano giocare ai giochi online soltanto tre ore a settimana. Quando? Dalle 20:00 alle 21:00 di ogni venerdì, sabato e domenica, in aggiunta ai festivi. Alle società di gioco online sarebbe quindi stato vietato fornire servizi di gioco ai minori, in qualsiasi forma, al di fuori di tali orari. Le stesse società dovrebbero assicurarsi di aver messo in atto sistemi di verifica del nome reale dei singoli utenti.

La crociata morale della Cina ha toccato anche il mondo accademico. Secondo quanto riportato dal Guardian, l’Università di Shanghai avrebbe chiesto a tutti i college di “stilare una lista” degli studenti Lgbtq+ fornendo informazioni sul loro “stato mentale”. La denuncia è stata fatta sui social media da vari account, compresi quelli di alcuni studenti, i quali hanno condiviso lo screenshot di quella che avrebbe dovuto essere la direttiva nella quale l’università chiedeva di “indagare e ricercare” gli studenti della comunità Lgbtq+, nonché di “trovare informazioni sulle loro condizioni psicologiche”, la loro posizione politica, i loro contatti sociali e altri non meglio precisati “requisiti rilevanti”.

Unendo tutti gli interventi citati, appare evidente come la Cina abbia intenzione di plasmare un modello di vita – indipendentemente dal giudizio che possiamo darne – ben definito e in linea con gli obiettivi politici del proprio governo. Ogni elemento di pericolo, a insindacabile giudizio di Pechino, che piaccia o meno, dovrà essere neutralizzato o mitigato per il “bene della comunità”. Il rischio per la Cina di non regolamentare la cultura pop? Diventare una grande potenza economica, politica e commerciale senza avere l’adeguato supporto delle masse.

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