Diventa fotoreporter IMPARA DAI PROFESSIONISTI

Da quando l’uomo si è imbattuto nelle pandemie ha sempre cercato di trovare un’arma di difesa contro il loro dilagare. Tra le principali forme di difesa messe in pratica, a dare maggiori risultati è stata quella dell’isolamento. Un metodo usato per la prima volta in antichità e che, ancora oggi, durante l’attuale epidemia da coronavirus è sempre valido.

Il lazzaretto

Una delle pandemie che ha maggiormente influenzato la storia dell’uomo è la peste. Tre i periodi in cui la malattia ha decimato le popolazioni anche se, poiché il termine vuol dire “sventura”, vi è il dubbio che in questi episodi il batterio sia stato sempre lo stesso. Molto probabilmente nome rappresentava in tutte quelle occasioni la presenza di una pandemia che appunto era motivo di sventura. Di fronte al ripetersi di episodi epidemici, l’uomo ha cercato di difendersi come meglio ha potuto affidandosi in primis alla fede e alla ragione, dal momento che la scienza non era ovviamente quella di oggi e non vi erano grandi canali di comunicazione. Una giusta intuizione su come poter contenere i numeri dei contagi delle malattie è stata quella della Repubblica di Venezia, nel 1423, con il lazzaretto. Un ospedale, come descritto nel libro La peste in Europa di William Naphy e Andrew Spicer, che ha dato il nome all’isola situata vicino la costa occidentale del Lido di Venezia dove vi venivano ospitati tutti i malati di peste.

Cosa accadeva nella struttura

L’isola di Lazzaretto vecchio, in un primo periodo fu abitata dai padri eremitani che vi fondarono la chiesa consacrata a Santa Maria di Nazareth e anche un ricovero per i pellegrini che facevano tappa dalla Terrasanta. Nel 1423, con una deliberazione del Senato della Repubblica, l’isola è stata destinata al ricovero di persone e al deposito di merci provenienti dai paesi infetti dalla peste. A tutti i malati veniva offerto quindi vitto e assistenza medica riuscendo ad isolarli dalle persone sane. Per sostenere economicamente la struttura venivano utilizzati i proventi dell’Ufficio del Sale, almeno per i primi 60 anni. Successivamente, la gestione è passata nelle mani di un permanente Magistrato di Sanità. Nel 1468, l’isola è ufficialmente diventa un centro di accoglienza per gli appestati e per i sospetti malati. Il termine Lazzaretto, che da quel momento è stato usato per tutti i luoghi di accoglienza dei malati entrando nel vocabolario comune, deriva dall’unione del nome della chiesta Santa Maria di Nazareth e quello del patrono degli appestati, San Lazzaro.

Quando nell’800 si è sperimentato il sanatorio

Nel corso dei decenni soprattutto in Europa sono stati sperimentati altri metodi per provare ad arginare i danni causati dalle pandemie. In tutti i casi però l’idea base è rimasta quella dell’isolamento dei pazienti. Nel XIX secolo si è quindi arrivati alla nascita dei sanatori, edifici costruiti per ospitare le persone affette da una malattia infettiva ed isolarle al fine di interrompere la catena di contagi. Una caratteristica dei sanatori riguardava l’edificazione in zone considerate favorevoli per la guarigione del soggetto malato. Diverse strutture sono state infatti costruite in località di mare o dove la qualità dell’aria permetteva maggiori possibilità di successo contro soprattutto le patologie polmonari.

Non a caso in Italia i primi sanatori sono stati chiamati anche “Ospizi marini” e sono stati fondati nella seconda metà dell’800. La loro istituzione è dovuta all’opera di un medico toscano, Giuseppe Barellai. All’epoca la sfida maggiore era quella contro la tubercolosi, malattia in grado di creare fatali problemi respiratori. Colonie e sanatori sono stati costruiti in Europa e nel nostro Paese anche nella prima metà del secolo scorso. Al loro interno si è cercato di combattere alcune delle epidemie più letali che hanno colpito l’occidente: non solo quelle legate alla tubercolosi, ma anche le infezioni dovute alla peste o al colera.

Il caso degli odierni Covid Hospital

Nel secondo dopoguerra in Europa e in Italia la lotta contro le epidemie è passata ai più moderni ospedali, dentro i quali sono stati posizionati appositi reparti dedicati alle malattie infettive. Eppure, non appena la pandemia dovuta al nuovo coronavirus è esplosa in tutta la sua drammaticità, si è proceduto a creare anche in questo caso apposite strutture in cui isolare le persone contagiate. Lo si è visto anche nella stessa Wuhan, metropoli cinese da cui è partita l’epidemia. Tra gennaio e febbraio sono stati costruiti nuovi ospedali in cui ospitare soltanto pazienti colpiti dal coronavirus. Stessi scenari poi visti nel nostro Paese, dove alcune strutture sono state riconvertite e adattate unicamente per essere attrezzate contro l’attuale epidemia.

Sono sorti “Covid Hospital”, così come sono stati requisiti alberghi in cui poter isolare le persone positive al tampone ma non tanto gravi da ricorrere alle cure ospedaliere. Una circostanza non dettata unicamente dall’esigenza di alleggerire la pressione sui nosocomi. In realtà, il principio base che ha portato alla creazione di strutture Covid è legato a doppio filo alle strategie di isolamento del paziente malato. Valeva nella Venezia del ‘400 e vale ancora oggi: meno sono i contatti tra le persone infette e il resto della popolazione e più è alta la possibilità di frenare la catena dei contagi.

.
Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY