Su una scala ancora più ampia rispetto al recente passato, l’anno della pandemia di Covid-19 ha imposto una mediatizzazione e un’enorme concentrazione di attenzione su precise categorie tecnico-professionali, in questo caso quelle dell’ambito medico e in particolare delle discipline legate alla virologia. In ogni Paese virologi e medici di simile professionalizzazione sono diventati centrali nel dibattito pubblico, i loro volti un’abitudine per i lettori dei giornali e i telespettatori dei talk show e delle tribune, le loro dichiarazioni un tema di discussione politico. Tanto che in Italia non è mancata l’antica e a tratti stucchevole tendenza a dividerne il campo in termini di appartenenza partigiana tra virologi “di sinistra”, partigiani delle chiusure più dure e soprattutto della linea adottata dall’ex governo Conte II (per i loro critici, interpreti di un presunto metodo “comunista”) e virologi “di destra” che perorano una strategia di contenimento del Covid in grado di conciliare libertà individuali e prevenzione sanitaria (accusati di “antiscientismo” da un fallace dibattito mediatico).

Non è la prima volta che succede negli anni della globalizzazione, che nell’ultimo trentennio si è caratterizzata come un continuo accumularsi di emergenze per i Paesi occidentali, i quali hanno avuto nella pandemia il loro definitivo big bang. L’emergenza economica, l’emergenza immigrazione, l’emergenza terrorismo e l’emergenza sociale hanno assunto, in diversi periodi, un ruolo chiave su scala nazionale o globale, portando di conseguenza gli esperti ad assumere visibilità e centralità nel dibattito pubblico.

Prima del Covid-19, l’apoteosi di questo fenomeno si ebbe in occasione degli anni della Grande Recessione e della crisi economica globale che, a più riprese, dal 2007-2008 allo scoppio del terremoto europeo sui debiti sovrani (2010-2012) perturbò le economie avanzate provocando smottamenti sistemici che in diversi Paesi, come ad esempio l’Italia, mai tornata ai livelli di Pil pre-crisi, si sono fatti sentire duramente. Allora furono chiamati in causa gli economisti, che si moltiplicarono nei salotti televisivi, sui giornali, in libreria, arrivando a ricoprire cariche apicali in diversi esecutivi e, in Italia, addirittura la carica di premier con Mario Monti. L’accentuazione della visibilità degli economisti, come quella dei virologi di oggi, portò con se sul medio-lungo periodo un fenomeno tipico dei nostri tempi che è quello della crisi della competenza.

Se oggi il dibattito tra medici non fa altro che aumentare, troppo spesso, la confusione sul tema Covid, le opinioni contrastanti tra loro si rincorrono in un tourbillon confuso e si giunge a conclusioni affrettate con troppa superficialità, presentando come oggettive prove non peer-reviewed. Negli scorsi anni, gli economisti che non erano riusciti a prevedere i palesi venti di crisi che soffiavano sull’Occidente, non mancavano di presentare come soluzione quelle ricette (tagli alla spesa pubblica, austerità, disciplina di bilancio) che la crisi l’avevano favorita, ma la cui difesa aveva garantito loro un’ascesa sociale, professionale, politica. Dimostrandosi tanto impreparati nel leggere i segni dei tempi in passato quanto spiazzati dall’accelerare delle tempeste economiche durante il loro sdoganamento.

La crisi della competenza

La crisi della competenza, intendiamoci, non va associata nella stragrande maggioranza dei casi a un’impreparazione o a un’esplicita malafede da parte degli esperti chiamati in causa. O, nei casi limite, non solo. Ad andare in crisi è il costrutto sociale che vede le emergenze affidate, volta per volta, al consiglio e all’ausilio di categorie professionali “tecniche” ritenute oggettivamente in grado di padroneggiare le discipline. Nella speranza che questo procuri, a cascata, un rafforzamento delle capacità del sistema sociale e politico di affrontare le emergenze. Questo processo si è tuttavia più volte dimostrato fallace per un’ampia serie di motivi.

In primo luogo, ai “competenti” viene affidata un’aura salvifica che pare deresponsabilizzare completamente il peso dei decisori esterni al loro ambito senza una corrispondenza tra visibilità e autorità effettiva. Spesso i tecnici sono accademici o ex professori universitari, editorialisti o professionisti, ma non ricoprono cariche formali e il loro ruolo può e in certi casi deve fermarsi a quello del consigliere.

In secondo luogo, la società contemporanea è abituata a chiedere risposte, ma non a porsi le domande giuste. E in questo ha giocato un ruolo anche l’èlite culturale e accademica che ha voluto isolarsi in una torre d’avorio pretendendo, in larga misura, di distanziarsi dalla società reale, dalle comunità di riferimento creando un meccanismo entro cui  si pretende che il sapere tecnico, scientifico o professionale sia patrimonio di pochi eletti, che solo l’aver stabilizzato una determinata competenza in un preciso ambito consenta di dichiararsi chiamato in causa per parlare di tale tema. Livellando così nel dibattito pubblico la capacità di analisti, studiosi e opinione socialmente attiva di interrogarsi per poter vedere i propri dubbi risolti e, soprattutto, scrutinare effettivamente il ruolo dei tecnici.

Terzo punto, somma degli altri due e causa principale, è il fatto che ad aver incentivato questi meccanismi sia stata la politica in una fase in cui i partiti hanno abdicato, in Italia e nel resto d’Europa, alla loro volontà di costruire classi dirigenti all’altezza delle sfide del presente e in grado di coniugare sapere pratico e visione politica. Da un lato questo ha portato i politici e i governanti a cercare nei tecnici dapprima i salvatori e in seguito i responsabili di possibili fallimenti; dall’altro, nella politica stessa e nel dibattito pubblico si è creato un mito che vorrebbe come necessario il possesso di determinati requisiti o competenze per l’assunzione di cariche politiche. Richiesta tanto vaga quanto fallace: siamo certi che affidando, ex lege, il ministero degli Esteri a un diplomatico di carriera, la Sanità a un medico e la Giustizia a un magistrato la capacità di produzione di azioni e iniziative e la tenuta politica di questi dicasteri, del resto già stracolmi di tecnici nelle loro burocrazie strategiche, si valorizzerebbero? Evidentemente no. Un leader non deve essere “competente”: deve avere una solida cultura, idee precise e certamente padronanza delle dinamiche oggetto dei suoi campi d’interesse, ma è la capacità politica la prima necessità, non una data “expertise”, per usare un gergo comune nel campo dei “competenti”.

Il dialogo tra politica e competenza

Giulio Andreotti fu sette anni ministro della Difesa (1959-1966) senza venire dai ranghi militari e, anzi, fu scartato alla visita di leva per allievi ufficiali; ricoprì la carica di ministeri economici di peso, l’Industria e le Finanze, senza aver avuto un pesante background accademico in materia. Anzi, come amava ironizzare, all’università odiava studiare “la scienza delle finanze dove ho preso il mio l’unico 18. Un voto che però non mi ha impedito di diventare proprio ministro delle finanze. Per questo, forse, non sono portato al pessimismo”. Dulcis in fundo, il sette volte presidente del Consiglio ebbe anche un incarico di sei anni alla Farnesina (1983-1989). In tutte queste esperienze nessuno mise mai in dubbio il fatto che Andreotti avrebbe potuto costruire il giusto mix tra conoscenze politiche ed esperienza personale e sostegno di apparati e ministeri.

In Regno Unito nientemeno che Winston Churchill seppe capire l’importanza di questa alchimia dopo che alcuni errori personali legati a intuizioni sbagliate (l’attacco di Gallipoli nel 1915 e il fallimento della difesa del gold standard dopo la Grande Guerra) avevano rischiato di troncarne la carriera politica. Churchill seppe guidare con tenacia lo sforzo bellico di Londra dal 1940 al 1945 costruendo una squadra che avrebbe saputo coniugare alla perfezione sapere politico e competenze tecniche. La scelta del dinamico Lord Beaverbook, ex giornalista dalla mente poliedrica e uomo di grande ingegno, come ministro della produzione aeronautica nel 1940 contribuì a accelerare la difesa dalla Luftwaffe nella Battaglia d’Inghilterra; sul finire della guerra, la consulenza data a Churchill e al suo governo da John Maynard Keynesche del premier fu forte avversario negli anni precedenti la crisi del 1929, seppe contribuire a costruire l’agenda economica che il Regno Unito, assieme agli Usa, avrebbe proposto per l’ordine post-bellico.

La tecnica, in un certo senso, è sempre politica. Ed è sbagliato ritenere le due sfere separate o illudersi che in uno dei due campi possa nascondersi una supposta oggettività. Le grandi innovazioni e progressi della storia e le grandi fasi della vita dei popoli e delle nazioni non sono mai state dovute solo all’una o all’altra fattispecie. La competenza come fattore di governo della vita pubblica è pia illusione senza un progetto politico alle spalle; la politica senza l’ausilio di un mix di conoscenze e esperienze è di fatto cieca. L’era della globalizzazione culminata nella pandemia ha portato governi e opinioni pubbliche a pensare che separare i due campi potesse essere la soluzione per risolvere le varie crisi settoriali mano a mano che esse si presentavano. La pandemia, crisi al tempo stesso sanitaria, economica, sociale, politica, ci ha insegnato che così non è. E che forse la vera emergenza è la stessa globalizzazione per come è stata strutturata: competitiva, anarchica, atomizzante. E la risposta a dilemmi del genere non può che passare per la riscoperta della politica.

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