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La musica è uno strumento talmente potente e universale da essere diventato un’arma di soft power al servizio dei governi e della loro politica estera. Lo sa bene il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti – patria della grande musica rock, blues, country, soul, rap – che il 27 settembre 2023 ha lanciato la Global Music Diplomacy Initiative voluta e immaginata dal Segretario di Stato, Antony Blinken, discreto chitarrista e grandissimo appassionato di rock e di blues, nonché “beatlesiano” di ferro. Non è un caso, infatti, se lo stesso Blinken è apparso in diverse occasioni – l’ultima in un locale di Kiev – imbracciando sul palco la sua chitarra e cantando brani attinenti al messaggio che gli Stati Uniti intendono diffondere nel mondo. Un’arma di propaganda tanto sofisticata quanto efficace. L’iniziativa di Blinken è fondata su una legge denominata Promoting Peace, Education, and Cultural Exchange (Peace) Through Music Diplomacy Act, firmata dal presidente Joe Biden, che invita il Dipartimento a utilizzare i partenariati pubblico-privati per sostenere la “diplomazia musicale”. In occasione del lancio del progetto il 27 settembre 2023, il Dipartimento di Stato ha annunciato il primo Peace Through Music Award, premio che “riconosce e onora un professionista dell’industria musicale americana, un artista o un gruppo che ha svolto un ruolo inestimabile negli scambi interculturali” e il cui lavoro musicale “promuove la pace e la comprensione reciproca a livello globale”. 

Musica come strumento di diplomazia

Quella di Blinken non è in realtà una novità per il governo americano. Come nota lo stesso Dipartimento di Stato, da quando il compositore di fama mondiale Aaron Copland si è recato in Sud America durante la Seconda Guerra Mondiale e i più noti Jazz Ambassadors hanno cantato dietro la cortina di ferro tra gli anni Cinquanta e i primi anni Settanta, gli Stati Uniti “hanno chiesto ai musicisti e agli artisti americani di usare la musica come strumento diplomatico per promuovere la pace e la democrazia”. Ora, gli Stati Uniti “stanno elevando ulteriormente la musica attraverso partenariati pubblico-privati” con aziende e organizzazioni non profit americane, per “creare connessioni con le persone in tutto il mondo”. La singolare iniziativa di Blinken e del Dipartimento di Stato è l’ulteriore prova dell’importanza della musica quale strumento di diplomazia (e propaganda) come spesso è stato fatto in passato.

L’amministrazione Kennedy sponsorizzò, nel 1963, la tournée mondiale della leggenda del jazz americano Duke Ellington: come sottolinea la rivista Foreign Policy, in quel periodo storico il Dipartimento di Stato americano si rivolgeva ai Paesi dell’Asia meridionale e del Medio Oriente che erano abbastanza vicini all’Unione Sovietica, piuttosto innervositi dalla Crisi dei missili di Cuba del 1962. “Un’attenzione particolare – scrive Foreign Policy – era rivolta alla Turchia, i cui missili Jupiter, forniti dagli Stati Uniti, erano stati segretamente ceduti da Washington in cambio della rimozione delle testate da Cuba da parte della Russia”.  I jazzisti come Ellington furono impiegati dal governo in una “sorta di diplomazia culturale, di propaganda soft”, ha scritto Charles Sam Courtney, ufficiale che scortò Ellington in Turchia. Fu “uno dei modi in cui vennero gettate le basi per il disgelo nelle relazioni della Guerra Fredda che prese piede negli anni Settanta, anche se minò la dittatura sovietica dimostrando la vitalità della cultura americana”, ha osservato l’ex ufficiale.

Quanto a Duke Ellington, il musicista “voleva contribuire in ogni modo possibile a una possibile diminuzione delle tensioni”. L’impatto della tournée del jazzista ebbe un impatto senza precedenti e inaspettato per gli stessi strateghi del soft power: in Pakistan, dove Ellington fu accolto come una vera e propria star, l’ambasciata statunitense ha riferito che “nessun altro visitatore americano, tranne la signora Jacqueline Kennedy, ha ricevuto un’ovazione così popolare dalla stampa negli ultimi anni”.

Le canzoni scolpite nella storia

 Non è un caso, infatti, se tante canzoni che hanno fatto la storia sono inevitabilmente legata a un particolare momento storico e a un evento che ha cambiato il mondo. Si pensi, ad esempio, al brano di Sam Cooke del 1963, A Change Is Gonna Come, che rappresentava – insieme ad altri – le istanze del Movimento per i diritti civili che in quegli anni stava scuotendo l’America, chiedendo la fine della Segregazione di cui erano vittime gli afroamericani, poi abrogata dal Civil Rights Act (1964); o all’epocale concerto The Wall – Live in Berlin del fondatore dei Pink Floyd, Roger Waters, che si tenne a Berlino il 21 luglio 1990, per commemorare la caduta del muro, evento scolpito nella storia grazie anche alla celebre ballad Wind of Change della hard-rock band tedesca degli Scorpions, che divenne uno degli inni quel “vento di cambiamento” che simboleggiava la fine della Guerra Fredda e la Caduta del Muro. O più recentemente la foto sul palco della chitarra di Eric Clapton con la bandiera della Palestina in solidarietà con la popolazione della Striscia di Gaza: un’immagine diventata “virale” che ha fatto il giro del mondo, forse più efficace di tante iniziative diplomatiche convenzionali.

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