Il 17 dicembre scorso si è ricordato il decennale della Primavera Araba e quindi i tumulti che hanno interessato le società dell’altra parte del Mediterraneo, scaturiti da una certa sofferenza delle popolazioni e da un palese malcontento, spesso rimasto inespresso. Ma dall’altra parte, in Occidente, davvero è stato tutto sempre così tranquillo? I fatti accaduti in Francia con il movimento dei gilet gialli e poi lo scorso 6 gennaio a Washington, mostrano come anche dalle nostre parti la società abbia una certa sofferenza e risente la mancanza di un particolare spazio di rappresentanza.

L’assalto a Capitol Hill

Il 6 gennaio del 2021 è una data che ha segnato un’altra pagina di storia, con l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti. Immagini forti che hanno fatto il giro dei media di tutto il mondo suscitando sgomento e incredulità. La manifestazione organizzata dai sostenitori del presidente uscente Donald Trump in opposizione al risultato elettorale che ha decretato la nuova figura presidenziale in Joe Biden, è andata oltre ogni aspettativa con azioni violente e discutibili che non verranno più dimenticate. L’invasione del Parlamento americano, la distruzione e la devastazione degli uffici, l’assalto alla Sala delle Statue (National Statuary Hall), sono stati atti che non solo hanno creato ingenti danni materiali ma, ancor di più, hanno colpito il cuore dell’America. Per non parlare poi delle vittime: la violenta iniziativa ha causato la morte di 4 manifestanti e di un poliziotto in servizio a Capiton Hill. La conta dei danni è ancora in corso. ma di certo rimarrà incalcolabile il valore della vita umana venuto a mancare in quel cotesto e il duro colpo inflitto al luogo simbolo della democrazia statunitense.

Da dove proviene tutta questa insofferenza?

Perché ancora una volta il mondo si trova a dovere fare i conti con manifestazioni che lasciano il segno? Da dove nasce questa ennesima rivolta? A queste domande dà una spiegazione Marino D’amore, sociologo e docente dell’Università “Niccolò Cusano”: “Quello che è accaduto a Capitol Hill – dichiara su InsideOver – è il risultato di un insieme di fattori. In primo luogo ci troviamo davanti a un’espressione di un dissenso molto variegato e frammentato. Al suo interno ci sono diverse componenti che hanno dato vita a un’azione da condannare sotto ogni aspetto, ma senza un comune denominatore, senza un’unità di fondo se non quella dell’uscita dall’invisibilità di intere parti sociali, ignorate dalla politica delle precedenti amministrazioni”.

“Altro elemento da considerare – continua D’Amore- è la fine politica di Trump, almeno nel breve periodo, lasciato solo anche dai suoi più stretti collaboratori e dai repubblicani, che hanno colto l’occasione per abbandonarlo al suo destino. Un destino ancora non del tutto scritto che lo vede come il perdente più votato nella storia americana in una corsa presidenziale”. Il sociologo condanna quanto accaduto rassicurando al contempo che il drammatico episodio non metterà di certo a repentaglio la democrazia in America: “Una sedicente insurrezione- afferma- relativamente esigua nelle sue dimensioni, si sono contati 52 arresti, ma molto spettacolarizzata mediaticamente per il forte simbolismo istituzionale del suo obiettivo. Insomma, un episodio che, ritengo, non metterà a repentaglio la tradizione democratica americana ma, al contempo, assolutamente drammatico per le vittime che ha causato e la regressione culturale di cui è il risultato”.

Il parallelismo con il movimento dei “Gilet Gialli” in Francia

Quanto accaduto a Washington non è certo stato l’unico episodio del genere nel mondo occidentale. Di recente ad esempio, anche la Francia è stata al centro di giornate contraddistinte da tumulti in cui, oltre a rivendicazioni di natura politica, ad emergere sono state insofferenze di ordine sociale. Sul finire del 2018 il territorio transalpino è stato attraversato dai disordini causati dal movimento dei “Gilet Gialli”. Ogni sabato in migliaia si sono dati, e questo per diverse settimane, appuntamento a Parigi e nelle più grandi città francesi. Puntualmente si scatenavano episodi di violenza in grado, proprio come oltreoceano, di suscitare impressione e di catalizzare un forte interesse mediatico: “Io credo che la protesta francese condivida con quella americana la stessa grande visibilità mediatica – commenta Marino D’Amore – ma abbia delle differenze sostanziali, sia a livello sociale sia strutturale”.

In Francia le rivendicazioni erano politiche, ma senza connotazioni partitiche. Anzi, la non appartenenza agli schieramenti politici francesi era una prerogativa rivendicata dal movimento. Ma non solo: “Le motivazioni tra le due forme di protesta sono diverse – prosegue D’Amore – il movimento dei gilet gialli ha un’origine sociale che si concretizza in una protesta apertamente politica, il costo della vita troppo elevato ad esempio, come scintilla catalizzatrice che ha scatenato anche episodi di violenza da parte delle ali più estreme della protesta”. Una circostanza quest’ultima che ha reso possibile tracciare un parallelismo anche con la primavera araba: “Sotto gli aspetti dinamico e comunicativo – continua infatti il sociologo – considero il movimento dei gilet gialli più simile alla Primavera Araba, tenendo in considerazione le forti differenze legate alle cause, al clima politico-culturale e all’epilogo della vicenda”. Tra parallelismi e differenze, rimane però visibile un unico filo conduttore tra le varie proteste considerate: la percezione, da parte di una fetta non trascurabile della società, di non sentirsi pienamente rappresentata. Circostanza che ha portato, a Parigi come a Washington, a una deriva violenta.

Episodi destinati a ripetersi?

Il vero nodo sta nella struttura sociale attuale del mondo occidentale. Disuguaglianze e percezioni sempre più ridotte degli spazi di rappresentanza, rischiano di erodere irrimediabilmente la “pax” sociale anche nelle nostre comunità considerate avanzate. E la situazione potrebbe peggiorare in questo 2021 per via dell’emergenza coronavirus: “La crisi determinata dalla pandemia – ha dichiarato su InsideOver l’economista Sergio Cesaratto – ha ovviamente aggravato le diseguaglianze accrescendo la disoccupazione e mandando in crisi anche categorie imprenditoriali, piccole e grandi. Ma il problema c’era anche in precedenza”. I nodi quindi sono sempre più al pettine e questo proprio in uno dei momenti più delicati dal secondo dopoguerra.

Ecco quindi che gli episodi che hanno scosso l’opinione pubblica occidentale, in Francia prima e negli Usa poi, potrebbero essere destinati a ripetersi. Una sorta di vera e propria guerra intestina alle società occidentali, attraversate da disuguaglianze, tumulti e inquietudini interne a fette di popolazione che si sono sentite escluse economicamente e politicamente. Uno scenario che preoccupa e che, soprattutto dopo la crisi innescata dal Covid, potrebbe diventare una realtà con cui fare i conti.