Che fine ha fatto il vaccino dell’università di Oxford, realizzato in collaborazione con il centro di ricerca Irbm di Pomezia e prodotto dall’azienda anglo-svedese AstraZeneca? Sta attraversando la fase 3, l’ultima sperimentazione prima dell’analisi dei dati e dell’eventuale messa in commercio. Tempi previsti: la fase 3 dovrebbe terminare tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre. Dopo di che la palla passerà alle agenzie regolatorie per l’autorizzazione. Sia chiaro, questo è il percorso attraversato da tutti i vaccini anti Covid di cui avete sentito parlare. C’è tuttavia un aspetto da considerare. Il farmaco Oxford-AstraZeneca è l’unico tra quelli arrivati in fase avanzata a provenire dall’Europa. L’Unione europea, non a caso, ha già prenotato 300-400 milioni di dosi, con circa 20-25 milioni che dovrebbero arrivare a gennaio. Da questo punto di vista, è interessante capire come si orienteranno i vari Paesi del mondo. Sul tavolo, infatti, oltre al farmaco AstraZeneca, ci sono diverse opzioni: dallo Sputnik V russo, primo a essere registrato, al siero targato Pfizer-Biontech, passando per i candidati di Moderna, i vaccini cinesi e altre alternative, come quello israeliano. A proposito di Israele, Tel Aviv ha dimostrato di avere un approccio poliedrico e niente affatto miope. Lo Stato israeliano, infatti, non ha intenzione di puntare su un unico vaccino. Ed è per questo che ha stretto più accordi con Paesi e case farmaceutiche differenti.

La mossa di Israele

Il primo aspetto che balza all’occhio è che Israele non si fidi più di tanto dell’Europa. Il Centro Medico Hadassah di Gerusalemme ha infatti ordinato 1,5 milioni di dosi dello Sputnik V, con la facoltà di poterne ottenere il doppio. Il vaccino russo, stando a quanto dichiarato dal National Research Center for Epidemiology and Microbiology Gameleya Center e dal Russian Direct Investment Fund, avrebbe un tasso di efficacia pari al 92% dopo la seconda dose. Calcolatrice alla mano, due punti percentuali in più rispetto al rivale realizzato dall’accoppiata Pfizer-Biontech, fermo al 90%. Non è certo questa banale – ma pur rilevante – guerra dei numeri che ha convinto Israele di affidarsi al vaccino russo. Anche perché l’intenzione di Tel Aviv sembrerebbe essere quella di poter scegliere tra i sieri migliori, senza compromettere alcuna opzione per motivi politici o ideologici. Pochi mesi fa, ricordiamolo, molti analisti occidentali accusavano la Russia di scarsa credibilità in merito alla diffusione della notizia sul vaccino. Eppure Israele ha dimostrato di preferire lo Sputnik V al vaccino europeo.

Via libera al vaccino russo

Il motivo è semplice: la Russia non avrebbe mentito. La filiale russa dell’Hassadah israeliano ha collaborato alle prime due fasi della sperimentazione, accertando l’effettivo successo del trattamento, efficace nel 92% dei casi. Stando a quanto riferito dal quotidiano Haaretz, il direttore del suddetto centro medico Hassadah, Zeev Rostein, ritiene che il siero proveniente da Mosca prometta risultati migliori rispetto ai concorrenti. Ecco perché Rostein ha chiesto al ministero della Sanità israeliana di autorizzarne importazione e utilizzo non appena terminati gli ultimi step. In ogni caso, accanto all’ordine dello Sputnik V, il governo israeliano è al lavoro per completare altre trattative. Israele ha firmato un accordo con Pfizer per l’acquisto di circa 8 milioni di dosi di vaccino contro il coronavirus. Nel quadro dell’accordo con Pfizer, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso la speranza che Pfizer possa iniziare a fornire il vaccino a gennaio, in attesa dell’autorizzazione dei funzionari sanitari negli Stati Uniti e in Israele.

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