Le curve epidemiologiche in Italia mostrano un lento andamento discendente. Timidi segnali che potrebbero indicare come la seconda ondata della pandemia si sta attenuando. Ma c’è un dato che preoccupa anche in ottica futura, il numero dei decessi, soprattutto se confrontato con altri Paesi. L’Italia, infatti, è uno degli Stati che ha pagato il debito più alto nei confronti del coronavirus.

Secondo i dati della Johns Hopkins University il nostro Paese è al terzo posto nel mondo per numero di vittime ogni 100mila abitanti, calcolate dall’inizio della pandemia: 96,04. Davanti ci sono solo Spagna (98,53) e Belgio (149,12). Anche in questa fase i numeri rimangono poco lusinghieri. Al 7 dicembre il nostro Paese era ancora avanti in questa macabra classifica, con 12,23 vittime per milione di abitanti.

I dati non sono ancora consolidati e quindi è ancora presto per capire quali siano le cause di questi numeri. Ne sapremo di più nei prossimi mesi grazie ai nuovi dati sull’eccesso di mortalità pubblicati dall’Istat che terranno conto anche di quanto successo in ottobre e novembre. Questo però non significa che non sia possibile prova ad esplorare alcune strade per capire quali possono essere le cause di questi valori preoccupanti, cause che possiamo individuare in tre macro temi: l’invecchiamento della popolazione, i limiti del sistema sanitario e la risposta all’emergenza.

Il peso dell’invecchiamento

Uno dei primi fattori che può spiegare questi numeri deriva dalle caratteristiche demografiche della popolazione italiana. Il nostro Paese infatti è uno dei più vecchi d’Europa. Secondo i dati dell’Eurostat a fronte di un’età mediana in Ue di 43,1 anni, l’Italia si colloca tra i Paesi più vecchi con 46,7 anni. Valori in netta crescita se si osserva come sono cambiati negli anni alcuni segmenti della popolazione.

In un decennio, dal 2009 al 2019, la quota di italiani sopra i 60 anni di età, rispetto al totale della popolazione, è passata da 26,3 punti a 29,2, il numero più alto in Europa. Di contro la popolazione giovanile, cioè chi ha tra 0 e 14 anni, si è fermata al 13,2%. In dieci anni la quota di giovani si è ridotta di 0,9 punti, mentre se osserviamo con una prospettiva più ampia vediamo che il calo è stato di 4,2 punti in 30 anni.

Questa tendenza assume un significato maggiore se guardiamo la fascia di popolazione sopra gli 80 anni. Tra il 2009 e 2019 la percentuale di italiani over 80 è passata dal 5,6 al 7,2. In pratica 1,4 punti in più rispetto alla media dell’Europa a 27 e il numero più alto di tutto il continente. Alle spalle dell’Italia si collocano Grecia (7,1), Germania (6.5) e Portogallo (6,4).

Questi numeri sono molto importanti per capire il fenomeno se incrociati con le ultime stime dell’Istituto superiore di sanità. Nell’ultimo report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti l’istituto ha spiegato che l’età media delle vittime si colloca a 80 anni. È chiaro quindi che, avendo una fetta di popolazione molto più ampia che in altri Paesi in quella fascia d’età, il rischio aumenta. L’Iss ha anche spiegato che in molti casi i pazienti presentavano patologie pregresse, il 12,4% almeno, il 18,5% ne presentava due mentre il 65,9% tre o più.

Un sistema sanitario sempre più carente

Il secondo aspetto da analizzare per cercare di capire i numeri dei decessi riguarda il sistema sanitario. Prima e seconda ondata hanno infatti mostrato ospedali e reparti in profonde difficoltà. Persino le promesse del commissario Arcuri sulla possibilità di aumentare i posti in terapia intensiva si sono scontrate con carenze strutturali del nostro sistema sanitario. In particolare a partire da tre elementi: medici, ospedali e posti letto.

Partiamo dai medici. Secondo i dati raccolti dall’Ocse, l’Italia oggi ha personale sanitario pari a 4,15 persone ogni mille abitanti. Per contro la Germania ne ha 4,71 e la Spagna 4,33. Questo numero comprende tutto il personale che opera nelle strutture ospedaliere. Ma se attraverso l’Istat andiamo a controllare il personale medico nel dettaglio (medici generici più specialisti) scopriamo che quel numero scende a 3,98. In generale i dati mostrano un andamento abbastanza costante dopo il 2008, ma va segnalato come nel giro di due decenni l’Italia abbia perso il suo primato europeo se confrontato con Paesi simili come appunto Spagna e Germania. Nel 2000 il personale sanitario nel nostro Paese era infatti pari a 4,17, contro il 3,75 tedesco e il 3,38 spagnolo.

C’è poi un secondo dato molto significativo che emerge dell’Eurostat: il progressivo invecchiamento della forza lavoro medica in tutta l’Unione, ma soprattutto in Italia. A livello Ue la popolazione di medici sopra i 55 anni è passata dal 32% del 2008 al 41% del 2018. Mentre nel nostro Paese questo valore è arrivato al 56%. Di riflesso il numero di medici sotto i 35 anni si ferma all’8,8%, uno dei più bassi d’Europa.

Altri due indicatori sul declino del sistema sanitario possiamo vederli nel numero di ospedali e posti letto. Partiamo dai primi. Sempre seguendo i dati Ocse vediamo che il nostro Paese, insieme al Belgio, è uno di quelli che ha subito la sforbiciata più forte nel periodo 2000-2017. L’Italia vent’anni fa aveva infatti 23,3 ospedali ogni milione di abitanti, oggi quel numero è sceso a 17,5. Il Belgio, che come abbiamo visto è il primo Paese per decessi dovuti al Covid-19 in rapporto alla popolazione, è passato da 21,9 a 15,3.

Destino simile anche per i posti letto. Nel 2000 se ne contavano 4,7 ogni mille abitanti, mentre nel 2017 dell’indicatore è sceso a 3,18. Il calo riguarda anche altri Paesi europei, come Francia e Germania, ma il conteggio finale resta comunque più alto dell’Italia. Numeri che confermano l’allarme lanciato da Massimo Puoti, direttore delle Malattie infettive presso l’ospedale Niguarda di Milano, che qualche giorno fa ha spiegato come il nostro sistema sanitario sia andato in difficoltà soprattutto per i tagli alla medicina territoriale.

I problemi delle misure di contenimento e la mobilità

Chiaramente sul numero delle vittime hanno inciso anche i tempi e i modi con cui le autorità hanno reagito allo scoppio della pandemia: dai ritardi con cui è stato attuato il primo lockdown alle scelte su come affrontare la seconda ondata. A questo punto sorge spontanea una domanda. Com’è possibile che a inizio dicembre si sia raggiunto quasi lo stesso numero di decessi per milione registrato nei momenti più acuti dell’epidemia nel marzo scorso?

La domanda non è banale. Nelle prime fasi dell’emergenza mancava praticamente tutto: guanti, mascherine, idealizzante, reagenti per effettuare i tamponi e norme sul distanziamento. Mano a mano che l’emergenza continuava, il Paese ha sopperito alle carenze e si è trovato alla vigila della seconda ondata in condizioni diverse rispetto a quelle di inizio anno. L’implementazione e l’obbligo dei dispositivi di sicurezza e il distanziamento avrebbero dovuto creare le condizioni per un’andamento diverso della curva epidemica.

Come abbiamo già sottolineato su InsideOver uno dei primi freni a saltare è stato quello del tracciamento, andato in tilt per una serie di errori lungo tutta la catena di gestione, fra gli altri la farraginosità nel contact tracing, l’implementazione problematica dell’app Immuni e l’allungamento dei tempi di comunicazione degli esiti dei tamponi.

Un altro aspetto che ha condizionato questa seconda ondata e il sistema cervellotico di apertura e chiusura delle regioni secondo i 21 criteri che stabilivano il colore e quindi le relative disposizioni in materia di mobilità. E proprio su questo punto è interessante vedere i dati di Google rispetto ai movimenti della popolazione.

Come si vede nell’ultimo grafico ottenuto coi Google Mobility Trends si nota come alla prima e alla seconda ondata siano corrisposti diversi gradi di mobilità. Soffermandoci in particolare su quelle relative a tempo libero e lavoro, vediamo che durante il primo lockodwn i cali rilevati si sono avvicinati a un secco -90%.
In questa seconda ondata, invece, la flessione è stata più contenuta con al massimo un -46%. Questo è dovuto sia al fatto che le regioni avevano regimi diversi, sia all’apertura di alcune scuole come quelle per l’infanzia, le elementari e la prima media. Questi dati ci suggeriscono quindi che la parabola di casi e decessi scenderà in modo più lento proprio in virtù del fatto che la circolazione è diversa rispetto alla prima ondata.

Chiaramente tutti questi elementi da soli non bastano a spiegare le ragioni dietro la mortalità. I prossimi studi sierologici, le nuove ricerche sugli effetti della malattia, e i prossimi dati sull’aumento di mortalità in Italia, daranno nuovi elementi per capire l’impatto del coronavirus sulla popolazione italiana. Possiamo però affermare che la pandemia ha sicuramente messo in luce sia le fragilità di un Paese che diventa sempre più anziano, sia i limiti di un sistema sanitario e di cura da riformare. Senza dimenticare la catena di errori nel sistema di gestione dell’emergenza pandemica.

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