Il Sars-CoV-2 non è semplicemente – si fa per dire – un virus respiratorio. È un agente patogeno più pericoloso di quanto non pensassimo in un primo momento, visto che è in grado di attaccare i nostri organi più importanti e, nei casi più gravi, di danneggiarli in modo più o meno irreversibile. Polmoni, certo, ma anche cuore, fegato, reni, pancreas, e poi anche il cervello: tutti gli organi citati possono potenzialmente finire nel mirino del Covid-19. A proposito del cervello, gli scienziati stanno facendo luce sull’impatto del nuovo coronavirus sulla cabina di regia del corpo umano, e quello che stanno scoprendo non è affatto incoraggiante.

Recenti studi e ricerche hanno evidenziato – o meglio, rimarcato – quanto era emerso nel corso dell’ultimo anno. Il Sars-CoV-2 non solo può provocare problemi neurologici a breve termine, ma anche altri disturbi cerebrali per decenni a venire. Purtroppo la scienza brancola ancora ancora nel dubbio. Gli esperti non sono in grado di fornire una risposta al perché il Covid sia in grado di provocare determinati disturbi in alcuni pazienti e nessuno, o addirittura disturbi diversi, in altre persone. Ogni contagiato sembrerebbe fare storia a sé, tra chi risulta asintomatico, chi deve fare i conti con qualche sintomo influenzale e chi, addirittura, è costretto al ricovero in terapia intensiva.

I danni al cervello

Che il coronavirus provocasse problemi neurologici era apparso piuttosto chiaro fin dallo scoppio dell’emergenza sanitaria. Diversi pazienti, poi risultati positivi, hanno manifestato sintomi inconfutabili come ictus, convulsioni e delirio. Peggio ancora, i primi report da Wuhan parlavano di persone che avevano perso due dei loro sensi: l’olfatto e il gusto. In poco tempo, la letteratura scientifica sul Covid ha iniziato a farsi sempre più corposa, al punto da includere casistiche interessanti.

Unendo tutti i punti, e sintetizzando quanto fin qui emerso, una parte di coloro che hanno vinto la battaglia contro il coronavirus si è portata dietro problemi medici piuttosto preoccupanti, come il distacco emotivo e vari disturbi cognitivi. Ci sono pazienti che hanno sperimentato rotture psicotiche, mentre altri hanno riferito strani sintomi neurologici, tra cui tremori, stanchezza estrema, vertigini e la percezione di odori fantasma. Altri ancora hanno fronteggiato ripetuti attacchi di profonda confusione, una condizione nota come brain fog, nebbia cerebrale.

Per capire la diffusione delle complicanze neurologiche sui pazienti contagiati, può essere utile leggere i dati inerenti a uno studio su quanto avvenuto a Wuhan durante le prime fasi della pandemia. Su oltre 200 persone, il 36% è stato colpito da complicanze lievi, il 45% da problemi gravi. Un secondo studio, in Francia, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha stimato sintomi neurologici nel 67% dei pazienti.

Effetti a lungo termine

Un lungo approfondimento apparso sulla rivista Newsweek ha fatto luce sul timore degli scienziati. La comunità scientifica teme che il Covid possa alimentare, nel lungo periodo, un picco di demenza e altre malattie neurodegenerative. È ancora troppo presto per dire quali saranno gli effetti a lungo termine del Sars-CoV-2 sulla salute dei “sopravvissuti” (compresi gli asintomatici). Intanto, però, un numero crescente di infetti soddisfano i criteri clinici per parlare di Sindrome da stanchezza cronica, o encefalomielite mialgica, una condizione misteriosa caratterizzata da stanchezza, intolleranza all’esercizio e dai soliti altri sintomi neurologici. Nel frattempo, in attesa di saperne di più, i neuroscienziati stanno studiando i modi migliori per intervenire precocemente sui malati di Covid con trattamenti capaci di ridurre al minimo i danni a lungo termine al cervello.

Come fa il coronavirus a creare danni al cervello? Sul tavolo ci sono varie possibilità. La peggiore è che il Sars-CoV-2 possa stabilirsi nelle cellule cerebrali contribuendo – chissà se e quando – a eventuali condizioni neurodegenerative. Il virus potrebbe anche nascondersi nelle suddette cellule cerebrali, infettarle e far loro rilasciare molecole neurotossiche o infiammatorie in grado di devastare le cellule intorno.

L’amigdala è una regione del cervello comunemente considerata sede delle emozioni. La perdita dell’olfatto ha subito suggerito agli scienziati che il Covid fosse in grado infettare il bulbo olfattivo, un’area alla quale il patogeno accederebbe passando dal naso. A sua volta, il bulbo olfattivo è situato vicinissimo ad altre aree del cervello coinvolte nella memoria e nell’elaborazione emotiva. Ecco come si potrebbero spiegare sia la nebbia cerebrale che la dissociazione emotiva di alcuni pazienti infetti.