“Un tempo, il mio paese risplendeva di speranza e cultura. Oggi, la brutalità ci ha privato di questo privilegio“: si apre così il messaggio pubblicato su Instagram lo scorso 8 aprile da Melchie Dumornay, 21enne centrocampista haitiana dell’Olympique Lione femminile. Il suo post è arrivato pochi giorni dopo l’assalto alla prigione di Mirebalais, la sua città natale, da parte delle gang criminali che stanno seminando il panico nel paese. 500 detenuti sono fuggiti, e numerose persone hanno dovuto abbandonare le proprie case per mettersi al sicuro.
Ciò che sta accadendo nel paese caraibico è largamente ignorato in Italia e in gran parte del mondo occidentale, eppure la situazione ad Haiti è ormai diventata di estrema gravità. Stiamo parlando di un Paese che da tempo ha a che fare con enormi problemi di povertà e instabilità politica, che hanno finito per precipitare dopo l’assassinio del Presidente Jovenel Moïse nel luglio 2021. I responsabili dell’omicidio non sono mai stati identificati, ma il New York Times ha ipotizzato che Moïse fosse finito nel mirino dei narcotrafficanti. Al suo posto è salito al potere il Primo Ministro Ariel Henry, in seguito sospettato di aver avuto un ruolo nell’assassinio, mentre nel febbraio 2024 al centro delle accuse sono finiti la vedova di Moïse, l’ex-Primo Ministro Claude Joseph e l’ex-capo della polizia Léon Charles.
Ma il caos ad Haiti va ben oltre un intricato omicidio politico. Nel marzo del 2024 le più potenti organizzazioni criminali del Paese si sono coalizzate per rovesciare il governo, iniziando quella che è a tutti gli effetti una guerra civile. Alla fine di aprile il Presidente Henry era stato costretto a dimettersi, davanti all’incapacità di riportare l’ordine nel paese e con la capitale Port-au-Prince praticamente sotto il controllo delle gang. Al suo posto è salito un governo di transizione, che non ha però avuto maggiore successo nella lotta contro il crimine organizzato.
“Parlo con le persone ad Haiti, e sono molto preoccupate per quello che sta succedendo” dichiarava alla Nbc a maggio 2024 il ginnasta Pierre Yevenel Stephan. La sua storia, così come quella dei sette atleti e atlete del paese caraibico che hanno partecipato di Giochi Olimpici della scorsa estate (Stephane ha mancato la qualificazione), racconta bene le difficoltà che lo sport affronta in un contesto sociale così delicato. I pochi atleti di punta di Haiti sono nati o almeno cresciuti all’estero, soprattutto in Francia o negli Stati Uniti, perché solo lì ci sono strutture adeguate alla formazione sportiva.
Le violenze del marzo 2024
Lo scoppio delle violenze del marzo 2024 ha reso molto più complicato per loro mantenere le connessioni con il paese d’origine delle propei famiglie, come ha raccontato sempre alla Nbc la schermitrice Charlotte Boyer, che vive a Lione. Il calcio è una delle poche discipline che offre buone possibilità di carriera, da qualche tempo anche a livello femminile, con la Nazionale che nel 2023 ha partecipato per la prima volta ai Mondiali. Eppure neanche questo ambito è privo di corruzione e pericoli, come ha dimostrato lo scandalo di abusi sessuali sulle giovani calciatrici sollevato nel 2020 dal Guardian, che ha coinvolto direttamente il presidente della Federcalcio Yves Jean-Bart.
La possibilità di portare degli atleti ai Giochi Olimpici è stato uno strumento politico molto importante per il governo di transizione, facendo dei propri sportivi dei portavoce dei problemi del paese. “È la dimostrazione che siamo capaci di mostrarci a un livello internazionale e di restituire un’immagine positiva davanti a tutti i disordini e all’instabilità, di dare speranza alle giovani generazioni” ha raccontato prima dei Giochi il 21enne nuotatore Alexandre Grand’Pierre, nato in Canada e cresciuto negli Stati Uniti.
5600 morti nella guerra civile
Ma la speranza non è sufficiente, oggi, ad Haiti. A inizio 2025 l’ONU stimava almeno 5.600 morti nella guerra civile durante l’anno precedente. Molte ong hanno dovuto lasciare l’isola per ragioni di sicurezza, e diversi ospedali sono stati resi inagibili, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria, mentre si conta oltre un milione di profughi interni. In questo contesto, lo scorso 3 aprile a Port-au-Prince si è tenuta una grande manifestazione contro il governo, accusato per la sua incapacità di far fronte alle gang criminali, sfociata poi in scontri con la polizia.
“Chiedo la fine di queste violenze, che stanno uccidendo tanti innocenti. È tempo che il nostro Paese sia libero dalla tirannia che lo soffoca e che lo mantiene nell’oscurità” prosegue la recente lettera della calciatrice Melchie Dumornay, che sui social ha ricevuto sostegno anche da note colleghe come la francese Melvine Malard e la norvegese Ada Hegerberg. Lunedì 14 aprile il governo haitiano ha annunciato circa 276 milioni di dollari di nuovi fondi per affrontare l’emergenza, ma la sensazione è che l’eterna crisi del paese sia ancora molto lontana dalla sua soluzione.

