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Una seconda ondata di coronavirus in contemporanea con il risveglio della classica influenza stagionale. È questa la più grande paura degli epidemiologi in vista dei prossimi mesi quando, a cavallo tra l’autunno e l’inverno, raffreddori, tossi e febbri varie sono all’ordine del giorno. Il problema è che adesso, con l’arrivo tra noi del Sars-CoV-2, una banale febbre, con una temperatura corporea superiore ai 37,5 gradi, una tosse insistente per qualche allergia o un semplice malanno dovuto a uno sbalzo termico, sono sufficienti a far scattare tutti gli allarmi del caso.

Che cosa succederà quando sempre più persone verranno contagiate dalla normale influenza? La maggioranza di loro penserà probabilmente di avere il Covid e si fionderà negli ospedali, intasando così il sistema sanitario italiano. Il worst-case scenario prosegue con il possibile cortocircuito della sanità italiana, ipotesi tra l’altro tirata in ballo da vari esperti.

A proposito di influenza, c’è uno studio congiunto, a opera dell’Istituto Max Planck in Germania e dell’Istituto Pasteur in Francia, che ha dimostrato come la collisione di pandemia di Covid e influenza possa contribuire a raddoppiare la trasmissione del Covid. La ricerca, pubblicata su Medrxiv.org, e ancora da sottoporre a peer-review, ha attirato l’attenzione di vari scienziati. Se non altro perché affronta un tema determinante in vista dell’imminente futuro: il rapporto-legame tra nuovo coronavirus e influenza.

Trasmissione raddoppiata

Detto in altre parole, l’influenza potrebbe più che raddoppiare la velocità di trasmissione del nuovo coronavirus. La citata ricerca, riportata anche dal South China Morning Post, ha infatti dimostrato come un paziente infettato dal Sars-CoV-2 sia mediamente in grado di trasmettere il Covid-19 ad altre due persone. Ma se quella stessa persona avesse anche l’influenza, sarebbe in grado di aiutare il misterioso virus a trasferirsi nell’organismo di quattro o cinque persone. Il titolo dello studio è emblematico: “L’influenza può facilitare la diffusione della SARS-CoV-2”.

I ricercatori, guidati dall’epidemiologo tedesco Matthieu Domenech de Celles, hanno affermato che i risultati del loro lavoro sono stati “inequivocabili”. Il grande spauracchio si chiama seconda ondata (di Covid). A oggi nessuno sa se, come, quando e con quale intensità questa ondata si abbatterà sul mondo intero. Per cercare di fare chiarezza il team di esperti ha sviluppato un modello capace di simulare la co-circolazione dell’influenza stagionale e del nuovo coronavirus. Analizzando i dati relativi al Covid-19 registrati nei Paesi eurpei, tra cui Italia, Spagna e Belgio, gli scienziati hanno provato a disaccoppiare l’impatto provocato dalle due malattie infettive.

Due sono le opinioni ricorrenti all’interno della comunità scientifica. C’è chi ritiene che l’infezione dei ceppi influenzali possa produrre nei pazienti una risposta immunitaria in grado di fornire una protezione parziale al Covid, e chi la pensa in modo diametralmente opposto. Questi ultimi sostengono che l’influenza possa solo peggiorare la situazione, visto che un paziente coinfettato da entrambe le malattie debba combattere contemporaneamente contro due differenti virus. Non solo: alcuni sintomi influenzali, come tosse e starnuti, favorirebbero la diffusione del nuovo coronavirus.

Il vaccino antinfluenzale serve?

Lo studio ha poi messo sul tavolo un’altra ipotesi: il calo dei nuovi casi dopo la prima ondata di Covid della scorsa primavera non sarebbe stato causato solo dalle misure di blocco e dal distanziamento sociale, ma anche dalla fine della stagione influenzale. Come se non bastasse, i ricercatori hanno scoperto che dal 30% al 50% delle coinfezioni avvenute durante la prima oandata non sono state rilevate. Il nuovo coronavirus richiede infatti più di cinque giorni per manifestarsi con i primi sintomi, e questo è un periodo di incubazione molto più lungo di quello influenzale.

Nel 1918 la pandemia provocata dal virus H1N1 ha infettato un terzo della popolazione mondiale, uccidendo 50 milioni di persone. Si è verificata in più ondate, e alcuni scienziati ritengono che queste fossero aggravate dall’influenza stagionale. C’è poi uno studio molto più recente, condotto a maggio da Google e dal Cold Spring Harbor Laboratory, che ha scoperto come l’influenza possa aumentare la quantità di enzimi di conversione dell’angiotensina nell’organismo umano (ACE2). Ricordiamo che ACE 2 è il principale recettore usato dal nuovo coronavirus per legarsi alle cellule ospiti. È forse anche per questo che in Cina e negli Stati Uniti molti medici esortano i cittadini a farsi vaccinare contro l’influenza prima che arrivi l’inverno.

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