Il primo caso di Sars-CoV-2 accertato in Africa risale allo scorso 14 febbraio. Le autorità egiziane comunicano di aver intercettato uno straniero affetto da Covid-19. Si tratta di uno straniero asintomatico, subito trasferito in ospedale e posto in quarantena. In quel preciso momento il mondo intero si stava interrogando sulle sorti del Continente Nero: sarebbe stato travolto dal coronavirus e messo in ginocchio a causa della sua arretratezza economica e sanitaria?

Visto l’evolversi della situazione altrove, dove Paesi all’avanguardia come Francia, Regno Unito, Italia e Stati Uniti stavano pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane (e non solo), le previsioni non sembravano affatto rosee. E invece, di lì a poco, i pronostici sarebbero stati clamorosamente smentiti.

Mentre oggi il virus ha ripreso la sua corsa in gran parte del pianeta, da luglio i casi di Covid-19 sono in costante calo in tutta la regione africana. Il motivo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sarebbe da ricercare in una combinazione di misure di sanità pubblica abbinate a fattori socio-ambientali. La risposta dell’Africa all’emergenza Covid-19 è stata rapida, tempestiva, chirurgica ed efficiente.

Rapidità d’intervento

Alla notizia del primo caso di coronavirus rilevato in Egitto, John Nkengasong sapeva che cosa sarebbe potuto accadere. Il primo direttore dell’Africa Centers for Disease Control and Prevention, l’agenzia sanitaria pubblica panafricana incaricata di supportare le iniziative di salute pubblica degli Stati membri e rafforzare la capacità delle loro istituzioni nell’affrontare le minacce di malattie, aveva maturato una certa esperienza sul campo. Un caso di Sars-CoV-2 avrebbe presto potuto generare altre decine di infezioni. Poi centinaia, quindi centinaia di migliaia. A quel punto un’onda gigantesca avrebbe veramente travolto l’Africa.

Immaginando il peggio, il signor Nkengasong aveva subito dato disposizioni ben precise ai vari Paesi africani. L’Africa è entrata immediatamente in massima allerta. All’aeroporto internazionale Bole di Addis Abeba, in Etiopia, dove ogni giorno atterravano decine di aerei provenienti dalla Cina, all’epoca primo epicentro della pandemia, il personale si era già attrezzato a dovere. Uomini con la mascherina raccoglievano informazioni sui passeggeri e controllavano loro la temperatura corporea. Lo stesso, mentre Stati Uniti e diverse nazioni europee prendevano sotto gamba la minaccia, stava accadendo quasi in tutto il resto continente. Il primo caso positivo nell’Africa subsahariana sarebbe stato confermato il 28 febbraio. Era di un uomo d’affari italiano che ha sviluppato i sintomi dopo un viaggio a Lagos, capitale della Nigeria.

Prevenire il virus

Di solito è l’Africa a essere l’epicentro di malattie infettive. Questa volta è accaduto esattamente il contrario: il Continente Nero è stato vittima di un “attacco anfibio”. L’analisi genomica del virus riferita ai primi casi avrebbe presto rivelato che quasi tutte le infezioni portate nella regione africana non provenivano dalla Cina ma dall’Europa. “Abbiamo guardato con totale spavento e stupore ciò che stava accadendo in Europa. Sapevamo di non avere alcuna possibilità se quella situazione fosse accaduta qui su quella scala”, ha spiegato al Financial Times il signor Nkengasong.

Insomma non c’era tempo da perdere. Il cuore della strategia africana ruota attorno a un punto fondamentale: senza un vaccino o un farmaco efficace è impossibile combattere ad armi pari contro il Covid. Dunque l’unica possibilità è bruciarlo sul tempo. “Una volta che questo virus sarà fuori controllo, sarà molto, molto difficile da gestire per i nostri sistemi sanitari”, ha pensato Nkengasong, facendo poi notare che il coronavirus “non è una malattia che si combatte con ventilatori o unità di terapia intensiva”. “L’unico modo in cui possiamo giocare e vincere è concentrarci sulla prevenzione”, ha concluso. Numeri alla mano, l‘Africa si è comportata meglio di molte altre regioni più ricche.

Scenario favorevole

Senza ombra di dubbio la rapidità d’intervento adottata dalla maggior parte dei Paesi africani ha aiutato molto a frenare la diffusione del virus. Ci sono tuttavia da considerare anche altri fattori. Primo: l’Africa ha una popolazione molto giovane, con un’età media di 19,4 anni (quasi la metà di quella dell’Europa). Secondo: il Continente Nero è in svantaggio rispetto ai continenti più ricchi sotto tutti gli aspetti tranne uno. I governi africani sono abituati ad avere a che fare con una marea di malattie infettive, comprese molte malattie più pericolose del Covid. E così, mentre il Sars-CoV-2 mandava in tilt europei e americani, molti presidenti africani scrollavano le spalle e pensavano: “Eccone un altro”.

Sia chiaro, tutte le nazioni hanno preso sul serio il pericolo rappresentato dal coronavirus ma nessuno è andato nel panico. Tranne una manciata di Paesi, come Egitto e Sud Africa, nel continente non ci sono praticamente unità di terapia intensiva e apparecchiature mediche sofisticate (il Sud Sudan, ad esempio, all’inizio dell’emergenza sanitaria aveva meno ventilatori, quattro, che non vicepresidenti, cinque). Dunque la linea d’azione comune è stata una: aggredire il virus prima che potesse espandersi. In poche settimane, grazie al Louis Pasteur Instite di Dakar, in Senegal, una struttura di livello mondiale, molti addetti erano stati preparati a dovere per affrontare la nuova malattia. Entro la fine di febbraio ben 42 Paesi erano in grado di testare il Covid-19. Soltanto poche settimane prima, quasi nessuno aveva era pronto a fronteggiare la sfida del secolo.

La risposta dei singoli Stati

Ogni nazione africana ha attuato le proprie misure restrittive. Il virus si è diffuso in tutto il continente nonostante l’ottimo modello organizzativo messo in campo dall’Africa, ma i numeri si sono sempre mantenuti bassissimi se paragonati agli altri continenti. Nonostante questo molti Paesi hanno intrapreso sforzi aggressivi per contenere la diffusione di Covid.

Il Ruanda, ad esempio, già il 31 gennaio cancellava i voli dalla Cina. Una settimana dopo l’individuazione di un caso, che evidentemente era riuscito a eludere la rete di prevenzione allestita dalle autorità, il governo ha sospeso tutti i voli internazionali, chiuso i confini e detto ai cittadini di restare in casa. Il 23 marzo il Sudafrica ha annunciato un blocco di tre settimane, uno dei più duri al mondo. Questo Paese è stato colpito più degli altri probabilmente perché la sua popolazione è più anziana o perché ci sono più soggetti diabetici o con problemi cardiaci.

Il Kenya ha imposto un durissimo coprifuoco dal tramonto all’alba. Il Financial Times ha sottolineato che a un certo punto si contavano più persone uccise per averlo sfidato di quante ne fossero morte per Covid. Una delle poche ombre è arrivata dalla Tanzania, dove il presidente John Magufuli ha negato che il coronavirus potesse rappresentare una minaccia esortando i tanzaniani a lavorare e riunirsi normalmente. Risultato: i funerali delle vittime si svolgevano di notte. In generale il più alto numero di morti si è concentrato nell’estremo nord del continente, tra Marocco, Egitto e Algeria, e nell’estremo sud, in Sud Africa, dove si è verificata quasi la metà di tutte le morti. Per il resto, il Continente Nero, almeno per il momento, ha superato la prova Covid-19 a pieni voti.