Frontiere chiuse, isolamento geografico, un’aggressiva strategia di tracciamento dei casi ed una popolazione pronta a collaborare. Questi, in sintesi, sono gli elementi che caratterizzano l’approccio Covid Zero tentato in alcune parti del mondo. L’eliminazione del Covid dal territorio nazionale ha indubbi vantaggi dato che consente un sostanziale ritorno alla normalità. Lo spauracchio del virus, però, è sempre presente e basta poco, anche solamente una manciata di casi, per andare in lockdown nella speranza di spegnere i focolai.

Australia, Nuova Zelanda e Singapore hanno perseguito questa strada ma si sono poi dovute arrendere alla convivenza con il virus a causa della variante Delta. La Repubblica Popolare Cinese, caso più unico che raro vista l’estensione territoriale e la densità di popolazione, non ha ancora abbandonato il sogno di annientare il Covid-19 e lo stesso può dirsi per le piccole nazioni insulari del Pacifico. Ecco, però, la storia di chi si è arreso.

La Nuova Zelanda alle prese con Delta

Il primo ministro neozelandese Jacinda Ardern ha riconosciuto la fine della strategia di eliminazione dopo che un lockdown di sette settimane non ha interrotto un focolaio della variante Delta ad Auckland. Le restrizioni verrano gradualmente allentate nella città più grande del Paese, anche se questo significherà azzerare le possibilità di spazzare via il virus. La Nuova Zelanda segnala dozzine di casi al giorno, quasi tutti ad Auckland, dalla metà di agosto e lo stato d’animo degli abitanti è peggiorato fino a sfociare in proteste di piazza contro le limitazioni.

La Ardern ha così proposto un piano in tre fasi per uscire dal lockdown nonostante alcune, inquietanti, scoperte fatte negli ultimi giorni. Sono stati individuati casi di Covid all’interno degli ospedali o tra le persone arrestate e poi sottoposte a tampone. Questi dati indicano che la trasmissione a livello comunitario del virus è sostenuta e sottostimata dall’attuale livello di tamponi. L’approccio della Nuova Zelanda nei confronti del virus è stato considerato un successo, con uno dei più bassi tassi di mortalità al mondo e l’assenza di restrizioni per buona parte della pandemia. Questo stato di cose ha però indebolito l’efficacia della campagna vaccinale, che sinora ha immunizzato poco più del 50% degli over 12. Troppo pochi per sentirsi al sicuro.

L’Australia riapre

“Questo non è un modo sostenibile di vivere”. Le parole pronunciate il 23 agosto dal premier  Scott Morrison, e riportate dall’Economist, hanno evidenziato un cambiamento drammatico nella strategia Covid-19 dell’Australia. Più della metà degli australiani è in lockdown dalla metà di giugno e Melbourne ha superato i 200 giorni di chiusure dall’inizio della pandemia. L’Australia, che ha cercato di eliminare i focolai ad ogni costo, farà cadere la maggior parte delle restrizioni una volta che l’80 per cento della popolazione adulta sarà vaccinata e nel frattempo lascerà aumentare i casi finché gli ospedali riusciranno a gestirli.

Gli oltre trentamila australiani che si trovano all’estero e che non possono fare ritorno a causa di limiti imposti nei loro confronti potranno, forse, tirare un sospiro di sollievo. Per alcuni, tra cui quelli che hanno contratto il Covid e sono morti in India, è ormai troppo tardi. Per la maggior parte del 2020 la vita è andata avanti come sempre, con scuole, ristoranti, cinema aperti e nessuna mascherina in vista ma la variante Delta ha evidenziato i limiti dell’approccio covid-zero. I contact tracers non riescono ad impedire che una persona infetta trasmetta il virus ai suoi contatti e che questi non diano vita a nuove catene di trasmissione. La rete anti-infezioni è ormai bucata ed inefficace. L’accettazione che i casi (e le morti) aumenteranno può essere mitigata dalla velocità di vaccinazione degli australiani, completamene vaccinati al 25%.

La scommessa di Singapore

Singapore vuole tornare alla normalità ma senza abbandonare la cautela. La scelta di far diventare il Covid endemico non può prescindere da una serie di condizioni ed i vaccini sono la chiave per avere la situazione sotto controllo. La chiusura del confine a marzo 2020 è stata una catastrofe economica per una realtà come Singapore che, come principale piazza commerciale ed affaristica dell’Asia sudorientale, basa la propria prosperità sull’apertura.

La nazione è alle prese con la peggiore recessione della sua storia ed il governo ha dovuto spendere 100 miliardi di dollari, il 20 % del Prodotto Interno Lordo, per mettere al sicuro l’economia. Il distanziamento sociale ed i lockdown per eradicare i casi locali di Covid-19 sono andati di pari passo con le restrizioni di viaggio per tenere sotto controllo i casi importati. La cauta riapertura, legata all’80% della popolazione completamente vaccinata ed al mantenimento di un coprifuoco notturno per i ristoranti, all’uso obbligatorio della mascherina, è destinata a pagare nel lungo termine consentendo la ripresa economica ed alla popolazione di lasciare l’isola.