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La pandemia di Covid-19 ha stravolto la vita a miliardi di persone sparse in tutto il mondo. I più sfortunati sono stati contagiati dal virus e sono morti, mentre altri hanno dovuto lottare con sintomi terribili. Accanto ai malati, vittime dirette dell’emergenza sanitaria, troviamo la schiera ben più nutrita di chi, invece, ha subito gli effetti indiretti del Sars-CoV-2. Le misure restrittive, i coprifuochi notturni, la perdita di milioni di posti di lavoro e i lockdown forzati hanno scatenato in diverse persone un mix di ansia, psicosi e terrore.

In un simile scenario apocalittico, c’è tuttavia da segnalare un fenomeno a dir poco singolare avvenuto in Giappone: la “riammissione” degli hikikomori all’interno della società. Il termine hikikomori non ha un esatto corrispettivo nella lingua italiana. Può essere tradotto come “stare in disparte”, o anche “isolarsi”. Facile intuire il motivo.

Questa “etichetta maledetta” marchia l’esistenza di tutti coloro che decidono (o sono costretti da vari fattori) di ritirarsi dalla vita sociale per periodi più o meno lunghi, da pochi mesi a diversi anni. Gli hikikomori sono soliti rinchiudersi nella propria abitazione o, peggio, nella propria stanza. Nel loro letargo artificiale, tagliano qualsiasi contatto diretto con il mondo esterno e si sentono al sicuro soltanto vivendo nel loro guscio.

L’effetto “benefico” del Covid

Il fenomeno appena descritto (non certo l’unico) è diffuso in tutto il pianeta, anche se è particolarmente sentito in Giappone. Qui troviamo circa 613mila hikikomori di età compresa tra i 40 e i 64 anni, e 540mila tra i 15 e i 39 anni, per un totale di oltre un milione di persone che trascorre la propria esistenza ai margini del Paese. Sembrerà strano ma, almeno a Tokyo e dintorni, la pandemia di Sars-CoV-2 ha attenuato questa piaga sociale.

Grazie alle misure restrittive in atto, in giro ci sono meno persone rispetto al periodo pre Covid. Molti hikikomori, spaventati da quell’indefinito marasma di persone che dava un volto alla società, hanno iniziato ad abbandonare le loro stanze. Il quotidiano Avvenire, ad esempio, ha raccontato la storia di Masamichi, rimasto chiuso in casa per quasi 5 anni. “Non vedevo l’ora di tornare a casa, stare fuori mi metteva paura, entravo nel panico. Ora è diverso, in giro c’è meno gente, la città è meno ostile. Mi sento a mio agio”, ha spiegato.

La propria casa come tana per difendersi da un mondo ostile, la paura della folla, il panico nel ritrovarsi in una società aliena: sono questi alcuni dei tratti distintivi degli hikikomori. Gli stessi che li spingono ad allontanarsi dalla quotidianità. Ora che il coronavirus ha chiuso tutti in casa, o comunque ha ridotto le uscite non indispensabili, gli hikikomori iniziano a respirare. Ai loro occhi, la società presenta meno ostacoli e il mondo è meno pericoloso.

Tornare in società

In ogni caso, la riammissione degli hikikomori non è né scontata né automatica. È vero che alcuni di loro hanno ripreso, gradualmente, a uscire dalla realtà che si erano creati. Ma è altrettanto vero che la strada per la definitiva riabilitazione è lunga e irta di ostacoli. Il fatto di tornare a vedere la luce del cielo non libera automaticamente queste persone dalle situazioni in cui si trovano; li aiuta, tuttavia, ad imboccare la strada giusta.

Come ha spiegato la psicologa Junko Okamoto, in Giappone c’è stato un curioso fenomeno inverso: “Nel momento in cui la gente deve stare a casa, chi lo faceva per libera scelta tende a uscirne, per mantenere il suo ruolo di antagonista, di rifiuto delle regole”. La dottoressa Okamoto ha ribadito una questione fondamentale per capire le dinamiche alla base del fenomeno: un discreto numero di hikikomori è stato allontanato, respinto o espulso dalla società. Ora, a causa del suo congelamento a causa dal Covid, quegli stessi hikikomori stanno trovando il coraggio di riemergere dall’ombra.

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