Quando sono iniziate le violenze alcuni giorni fa nelle banlieue francesi, il pensiero di tutti è andato ai fatti del 2005. Nell’autunno di quell’anno, il Paese è stato attraversato da disordini che hanno lasciato ampia traccia nella società francese. Ferite però evidentemente non rimarginate. Perché quanto sta accadendo adesso, per ammissione dello stesso presidente francese Emmanuel Macron, è anche peggiore del 2005. E si sta rapidamente dilagando in tutto l’Esagono. La notte tra giovedì e venerdì è stata quella più difficile.
Sono state arrestate più di 600 persone, un commissariato a Reims è stato assaltato, diverse vetture della polizia sono andate a fuoco e per strada le unità anti terrorismo hanno schierato anche un blindato nella banlieue da cui tutto è partito, quella cioè di Nanterre.
Cosa sono le banlieue
Il termine banlieue oggi, soprattutto al di fuori della Francia, è sinonimo di quartieri poveri e caratterizzati da un certo degrado urbano e sociale tipico di una grande periferia. In realtà la parola è semplicemente traducibile con “sobborgo” e indica quindi generalmente tutte le periferie, a prescindere dal contesto sociale ed economico. Ogni città ha le sue banlieue, i suoi sobborghi lontani dal centro e a volte anche distaccati da un punto di vista amministrativo, ma sempre agganciati all’area urbana di riferimento. Alcune periferie sono molto ricche, con quartieri nati apposta per permettere a un ceto medio/alto di vivere fuori dal caos delle aree centrali di una grande città. Altre invece sono molto più povere e figlie di una disuguaglianza economica e sociale che in Francia crea allarme già dagli anni ’80.
Dopo i fatti del 2005, si è sentito parlare di banlieue con riferimento alle zone più degradate delle città transalpine. Alla stregua ad esempio delle favelas brasiliane o dei barrios argentini. Il perché è presto detto: è dalle banlieue più povere che 18 anni fa sono partiti i disordini, è da queste periferie che il malcontento e il senso di esclusione dal resto del Paese ha manifestato i suoi più gravi sintomi. Un malcontento che non ha soltanto radici economiche ma anche culturali, con l’insofferenza da parte di una larga fetta di popolazione di origine straniera che teme costantemente di essere tagliata fuori da migliori prospettive di vita. Anche per questo, negli ultimi due decenni, le periferie francesi hanno costantemente assunto l’aspetto di una polveriera pronta e esplodere. Ed è bastata una miccia a Nanterre per far deflagrare le violenze di queste ore.
I fatti di Nanterre
Nanterre non è necessariamente una di quelle banlieue povere. Su una popolazione di 91mila abitanti, più di 30mila sono studenti universitari. Qui ha sede l’università di Paris Nanterre, con relativo grande campus non lontano dalle rive della Senna. Inoltre, qui hanno sede parte dei grattacieli della Défense che caratterizzano lo skyline dell’area occidentale della capitale francese. Basta però spostarsi di qualche isolato, per ritrovarsi in quartieri più degradati. È tra queste strade che collegano i moderni grattacieli con i palazzoni popolari che si è consumato l’episodio da cui sono emerse le recenti rivolte.
Un ragazzo di 17 anni, Nahel, è stato fermato dalla Polizia non lontano da casa sua situata nell’area di Nanterre chiamata Vieux Pont. Il giovane ha però provato a forzare il posto di blocco, come fatto anche nei mesi passati. Secondo FranceInfo, proprio per un vecchio episodio del genere Nahel sarebbe stato chiamato a breve in un’aula di tribunale. Quando il ragazzo ha schiacciato il piede sull’acceleratore, il poliziotto più vicino a lui gli ha sparato da distanza ravvicinata. Con la sua auto gialla ripresa dai tanti video apparsi poi su Twitter e Telegram, si è schiantato in un vicino incrocio. A quel punto però, probabilmente il giovane era già morto.
La presenza dei video ha innescato la scintilla. Così come il fatto che Nahel vivesse in un’area povera e fosse di origine nordafricana. Un mix in grado di aizzare gli animi e far scivolare la Francia in un nuovo periodo di rivolte e violenze.
Le violenze delle ultime notti
Nel 2005 tutto era partito da una banlieue molto povera, quella di Clichy-sous-Bois, situata nell’area nord orientale di Parigi e compresa nel dipartimento di Saint Denis. Lo stesso in cui, dieci anni dopo, la polizia ha scovato un appartamento al cui interno vi era parte del commando che nel novembre del 2015 ha assaltato il Bataclan e altri locali del centro di Parigi. Dalla banlieue di Clichy-sous-Bois, le violenze 18 anni fa sono dilagate in tutte le aree più povere prima della capitale e poi di altre grandi città.
Oggi tutto è partito da Nanterre e le violenze hanno rapidamente raggiunto l’intero Paese. A Reims nella notte tra giovedì e venerdì è stato assaltato un commissariato di Polizia. A Marsiglia è stato evacuato il porto vecchio e gli scontri non sono terminati con la luce del giorno. Al contrario, in diversi video si nota il fumo causato dagli incendi appiccati dai manifestanti circondare il centro storico. Disordini sono stati segnalati in altre città. A Lione è stato dato alle fiamme un palazzo e la polizia ha dovuto chiamare rinforzi per sedare le violenze. Tornando all’area parigina invece, due comuni dell’hinterland hanno disposto il coprifuoco serale fino al 3 luglio. Le amministrazioni in questione sono quelle di Clamart e Compiègne. Giovedì nella stessa Nanterre si è tenuta la cosiddetta “marcia bianca”, a cui ha partecipato anche la madre del ragazzo ucciso. Tensioni sono divampate non appena il corteo ha raggiunto la sede del locale tribunale.
Cosa rischia la Francia
Ci sono alcune differenze rispetto al 2005. Il Paese, già prima degli scontri, era già nel caos. La protesta contro la riforma delle pensioni di recente ha paralizzato la Francia per diverse settimane. Segno di un’insofferenza che abbraccia ampi strati della società. In poche parole, chi sta mettendo a ferro e fuoco le periferie francesi potrebbe non rimanere isolato come 18 anni fa. Per questo adesso il governo appare molto preoccupato. Macron ha messo in chiaro che l’ampiezza delle proteste appare già maggiore rispetto al 2005. Nelle prossime ore presiederà un comitato di emergenza, ma ci sono polemiche proprio sul comportamento del capo dell’Eliseo, il quale durante la seconda notte di violenze si è recato al concerto di Elton John a Parigi. Forse, secondo la stampa transalpina, ha sottovalutato inizialmente l’entità dei disordini.
Le autorità sono a un bivio. Da un lato c’è tutto l’interesse a sedare quanto prima le rivolte. Le Olimpiadi del 2024 incombono e il Paese rischia un danno di immagine non indifferente. Dall’altro lato, lo stesso Macron è consapevole dell’esistenza di problemi dalla radice molto profonda e che difficilmente potranno essere messi sotto il tappeto. Al fianco quindi della condanna delle violenze e dell’azione sul campo di migliaia di uomini della polizia, c’è anche il tentativo di dare delle istituzioni un’immagine più comprensiva. Il poliziotto che ha sparato contro Nahel è agli arresti e il procuratore di Nanterre ha annunciato l’apertura di un’approfondita inchiesta nei suoi confronti. Un modo per provare a placare gli animi. Ma il rischio è che sia troppo tardi.

