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I primi dubbi degli scienziati cinesi risalgono allo scorso giugno, quando il mercato di Xinfadi, a Pechino, si era trasformato in un focolaio di Covid-19. Nonostante nei mesi precedenti la Cina fosse riuscita a debellare il virus, grazie a un monitoraggio maniacale e capillare di tutta la popolazione, qualcosa non aveva funzionato. In qualche modo il Sars-CoV-2 era riuscito a entrare nel più grande mercato di carne, frutta e verdura della capitale.

Tutti gli indizi portavano dritti al tagliere di uno stand usato per lavorare il salmone. Dal momento che la carica virale era elevata, alcuni esperti hanno ipotizzato che i prodotti venduti a Xinfadi potessero essere stati contaminati dai prodotti importati dall’estero. Ipotesi, questa, che si è presto diffusa sul web cinese, portando i principali supermercati delle città di tutta la Cina a rimuovere il pesce dagli scaffali. Non solo: il gigante asiatico era arrivato addirittura al punto di sospendere tutte le importazioni di salmone dai fornitori europei per paura di un loro collegamento al focolaio pechinese.

In quei giorni, in base alle tracce genetiche rinvenute sul presunto tagliere incriminato, i media cinesi parlavano di un possibile arrivo del virus dall’Europa tramite l’importazione di alimenti surgelati. La pista non è mai stata né confermata né smentita. In ogni caso nel giro di pochi giorni l’allarme di Xinfadi è rientrato, il focolaio è stato domato e nessuno ne ha più parlato.

La nuova ipotesi

La situazione è cambiata a ottobre, quando la città di Qingdao, situata nella provincia dello Shandong, ha visto esplodere un mini cluster tra alcuni lavoratori impegnati nell’industria della catena del freddo. A finire sotto la lente d’ingrandimento delle autorità le confezioni di alimenti congelati importati dall’estero, sulle cui superfici sono state rinvenute tracce di virus. Il collegamento tra i contagiati e i prodotti importati è subito apparso ovvio.

Le ispezioni, ha scritto il Global Times, hanno rilevato Covid-19 sulla confezione di alimenti congelati, spingendo le autorità ad affermare che il coronavirus potrebbe essere importato anche attraverso la catena del freddo e infettare i lavoratori dell’industria alimentare privi di protezioni efficaci. Come detto, al momento non ci sono prove scientifiche. E forse è proprio per questo che la Cina ha sfruttato una simile certezza per provare a cambiare la narrazione della pandemia.

Nel caso in cui dovesse essere confermata la nuova via di trasmissione del virus, hanno fatto capire i media cinesi, non è da escludere che il mercato ittico di Huanan, a Wuhan, possa essere rimasto vittima di un virus proveniente da chissà dove. Certo è che molti esperti hanno immediatamente escluso questa pista, sostenendo che fosse impossibile immaginare un numero così elevato di infezioni causato dalla trasmissione attraverso alimenti congelati.

Un’arma geopolitica?

L’ipotesi (da confermare) figlia della nuova teoria cinese è quindi la seguente: se un lavoratore della catena del freddo è infettato dal Covid-19 esiste la possibilità che il virus possa contaminare gli imballaggi degli alimenti esportati in tutto il mondo. Va da sé che una supposizione del genere, finché non è supportata da evidenti prove scientifiche, rischia di essere molto pericolosa.

Già, perché nulla vieterebbe a un Paese di bloccare le esportazioni di una certa mercanzia da un altro Paese, magari rivale, utilizzando la nobile giustificazione sanitaria. Il sospetto, nel caso della Cina, è arrivato quando Pechino ha iniziato a mettere nel mirino Brasile ed Ecuador. Tracce di virus sarebbero state rinvenute sopra l’imballaggio di una partita di carne di maiale congelata importata dal Brasile ed entrata nella provincia dello Shandong, precisamente nel distretto di Wendeng, nella città di Weihai.

L’amministrazione cittadina, ha sottolineato Reuters, ha fatto sapere che i residenti entrati in contatto con quella carne avrebbero dovuto avvisare le autorità. Altro giro, altra corsa: oltre alla carne brasiliana, nel mirino del Dragone sono finiti anche i prodotti ittici provenienti dall’Ecuador. La Cina ha infatti sospeso per una settimana le importazioni da Firexpa Sa, un produttore di prodotti ittici ecuadoriani, dopo che tracce di virus sono state ritrovate sulla confezione di un lotto di pesce importato.

Il caso di Brasile ed Ecuador

Le dogane cinesi sono state chiarissime: la sospensione delle importazioni da un dato produttore durerà una settimana se gli alimenti congelati da lui importati dovessero risultare positivi una sola volta e per un mese se dovessero risultare positivi per una terza volta o più. Sarà senza ombra di dubbio un caso, ma le aziende esportatrici ritenute potenzialmente colpevoli di aver introdotto il virus in Cina hanno a che fare con Brasile ed Ecuador. Due Paesi recentemente coinvolti in alcune tensioni diplomatiche con il Dragone.

In particolare, il governo brasiliano, per bocca del presidente Jair Bolsonaro aveva fatto sapere di non voler più acquistare il vaccino cinese, mentre Quito si era apertamente lamentata per l’azione di decine di pescherecci cinesi a ridosso delle proprie acque. I più maliziosi sospettano che il governo cinese stia usando il pretesto sanitario per colpire economicamente Paesi “ribelli”, ma anche in questo caso stiamo parlando soltanto di ipotesi. Prima di lasciarsi andare a facili interpretazioni, sarà importante capire al più presto se davvero il virus è in grado di diffondersi attraverso superfici congelate come sostengono alcuni esperti cinesi.

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