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Sui Monti Libano la gioventù libanese si oppone con forza alle tragedie che accadono a pochi chilometri sui Monti Anti Libano in Siria. Scene di quotidianità di un paese che vuole vivere in pace.

Le vette innevate si susseguono una dopo l’altra, sono ormai lunari, dopo che le foreste di giganteschi cedri  del Libano che le ammantavano sono state tagliate durante i secoli. Quest’albero della famiglia dei pini, che può vivere per millenni, ha rappresentato da sempre la ricchezza che ha portato gli uomini a stabilirsi su queste montagne. Il suo legno infatti, fin dall’epoca faraonica, era usato per costruire le navi che solcavano il Mediterraneo. Ormai ne sono rimasti pochi esemplari in due parchi nazionali.

A quote più basse, le chiazze di neve sul versante nord delle piccole collinette, che si formano naturalmente sui fianchi delle montagne, si alternano alle chiazze brulle del versante sud, creando un ipnotico disegno, non lontano dalle geometrie di certe architetture mistiche.

La catena montuosa prosegue  il suo percorso verso il Mediterraneo con fasce densamente abitate e molto più verdi, che diventano vere e proprie città prima di sfiorare le onde del mediterraneo.

La neve, al contrario di quello che si pensa, è un elemento fondamentale della cultura libanese. Il Paese non esisterebbe senza le sue montagne, vera roccaforte naturale. Anche il mare però è parte del Dna di questa piccola e stretta nazione. Se le vette hanno permesso alle diciassette fedi presenti nel Paese di difendersi durante gli scontri con i vicini, il mare ha reso gli abitanti di queste terre tra i migliori commercianti del mondo. Il Libano nasce dall’incontro della neve con il mare. Ecco perché il paese e’ una delle mete più insolite e meno conosciute per andare a sciare.

Fu un giovane ingegnere di nome Ramez Ghazzoui, che studiava in Svizzera, che nel 1913 portò per la prima volta questo sport nella Repubblica dei Cedri. Il primo club di sci “Le Club Libanais”, fu fondato nel 1934, mentre l’anno seguente l’esercito francese creò la prima scuola di sci presso le “Grand Hotel des Cèdres”, nella località chiamata i Cedri di Dio. Dal 1940 si tengono nel Paese gare di sci, sia nazionali, che internazionali.

Nel 1959 fu fondato un secondo comprensorio che si chiama Mzaar Kfardebiam, oggi uno dei più grandi e alla moda del Medio Oriente, mentre nel 1974 nacque il Farqa Club, sulle pendici del monte Sannine. Costruito da un architetto svizzero, era all’epoca uno dei resort più moderni del mondo.

Lo sviluppo dello sci nel Paese ebbe uno stop durante gli anni della guerra civile per poi risorgere alla fine del conflitto. Oggi esistono sei stazioni sciistiche: i Cedri di Dio, Farqa Club, Laqlouq, Mzaar Kfardebian, Qanat Bakish, Sannine Zenit e Zaarour.

Sono sopratutto i borghesi libanesi che vengono a sciare. Molti vengono in giornata dalla costa, traffico permettendo non ci vuole più di un ora di macchina per salire dal mare alle vette. Altri rimangono molti giorni dormendo nei tanti chalet.

I giovani benestanti libanesi, musulmani, cristiani, drusi, agnostici o atei che siano, amano divertirsi e sono, spesso, molto edonisti. Dopo la fine della guerra civile, molti di loro, hanno assunto per difesa uno stile di vita in cui non si parla molto di politica o di religione, mentre amano andare in giro per club o bar. Generalmente sono molto curati, sia nel fisico che nel vestiario. Sono appassionati di moda e design, non avendo nulla da invidiare ai loro coetanei di Londra, Berlino o New York. Se non dicono il proprio nome, e’ praticamente impossibile capire di che religione siano.

Famoso il dibattito sui social media, in cui si confrontarono liberali e conservatori, dopo che la slalomista locale Jackie Chamoun fece un calendario in topless sulle nevi di Mzaar. L’arte del buon vivere è la difesa, che da sempre, i libanesi benestanti, che non sono pochi, utilizzano per esorcizzare guerre e crisi di ogni genere. Non è raro sentirsi dire frasi come “se un libanese sopravvive ad un attentato, la sera andrà ballare in discoteca” oppure “anche durante la guerra civile la sera andavamo in giro per club”.

La vitalità coriacea di questa gente è forse uno dei segreti che hanno fatto risorgere sempre il paese, crisi dopo crisi e contro ogni pronostico. Un altro fattore importante è l’attitudine al commercio e al business in generale. I libanesi, un po’ perché senza risorse naturali, un po’ perché mosaico di minoranze, hanno da sempre dovuto ingegnarsi. Il risultato è un paese pieno di banche, università e studi televisivi, a cui però non mancano aree più povere e disagiate.

In uno chalet, a bordo pista sui Monti Libano, alcuni ragazzi bevono un bicchiere di vino rosé prodotto nelle vigne della valle della Bekaa, alle pendici delle montagne. Sulle pareti delle montagne di fronte, i Monti Anti-Libano, la gente muore nella sanguinosa guerra civile siriana. Ma per la maggioranza dei libanesi quella non è la loro guerra. Nonostante il milione di profughi arrivati nel paese, nonostante Hezbollah partecipi ai combattimenti, i giovani che si incontrano sulle piste da sci sono lontani anni luce da una realtà che dista meno di un’ora di macchina. Tutti ci tengono a mostrare come il Libano sia un paese tranquillo e piacevole. Pochi chilometri separano un purgatorio con sprazzi di paradiso dall’inferno.

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