Pile di fogli sulle scrivanie dei laboratori, dati che non quadrano, buchi narrativi che non consentono di ricostruire l’incipit della storia e tanta, tanta dose di pessimismo, con la consapevolezza che l’obiettivo prefissato potrebbe essere irraggiungibile. “È come cercare un ago in un pagliaio”: gli scienziati di tutto il mondo, scoraggiati dopo due anni di ricerche sostanzialmente inutili, ripetono spesso questa frase. Una frase perfetta per descrivere la loro frustrazione. Sono ormai passati quasi tre anni da quando, tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020, sono stati registrati i primi casi di Sars-CoV-2, il virus responsabile di Covid-19.

Da allora, i medici hanno tamponato due ondate pandemiche violentissime e scoperto, partendo da zero, le caratteristiche di un agente patogeno misterioso (imparentato con la Sars e altri coronavirus, ma sconosciuto), mentre la comunità scientifica ha sfornato vaccini anti Covid a tempo record. Adesso, grazie all’effetto combinato delle campagne vaccinali e degli anticorpi sviluppati negli organismi delle persone (moltissime, del resto, sono state infettate), i Paesi di quasi tutto il mondo sono riusciti a mettere una museruola al Covid, riportando le lancette dell’orologio nell’epoca pre pandemia, e facendo cadere le principali restrizioni anti contagio.

Eppure, al netto dell’importante vittoria conseguita, nessuno ha saputo chiarire forse l’aspetto più importante di questa emergenza globale, la più terrificante degli ultimi decenni: quali sono le origini di Sars-CoV-2? Le domande senza risposta, lette e rilette sui giornali, sono sempre le stesse: qual è il luogo esatto in cui è avvenuto il primo contagio? Chi è il paziente zero? Come è quando è nato il virus?

La strana posizione dell’Oms

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), in teoria, dovrebbe essere il soggetto preposto a svelare i nodi rimasti in sospeso. La stessa Oms, sempre in linea teorica, avrebbe dovuto guidare i governi nelle fasi più critiche della pandemia, dando consigli e suggerimenti su come affrontare al meglio il misterioso virus apparso chissà come, chissà quando. L’agenzia Onu, tuttavia, si è rivelata inadatta fin da subito, tra affermazioni contraddittorie e accuse di connivenza con la Cina, luogo in cui è stato registrato il primo focolaio noto di Covid-19.

Quando, poi, gli esperti hanno iniziato a vagliare le ipotesi alla base delle origini pandemiche, il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, pur avendo allestito e inviato una task force di scienziati oltre la Muraglia, per indagare e raccogliere indizi, ha continuato a invocare la necessità di effettuare studi più ampi. Poco importa se, con il passare dei mesi, c’era chi ha proposto spunti interessanti, più o meno verosimili ma comunque da approfondire.

E poco importa se la pista più calda, almeno dal punto di vista mediatico, è stata quella della fuga accidentale del patogeno dal Wuhan Institute of Virology, il laboratorio situato nel cuore della cittadina di Wuhan. L’Oms di Ghebreyesus si è sempre limitata a fornire risposte vaghe e generali, ribadendo però un fatto imprescindibile: il virus e il laboratorio cinese non possono essere messi in relazione tra loro vista la mancanza di prove.

La prima task force Oms

Due sono le incertezze di fondo sulle quali le posizioni dell’Oms sono apparse a dir poco ambigue. La prima riguarda le origini fattuali del virus: è fuoriuscito da un laboratorio oppure è “nato” in seguito a una zoonosi avvenuta tra animale e uomo? E ancora: da quanto tempo il virus circolava tra le persone? Sul primo punto, che poi è il tema focale, per più di un anno la narrazione ufficiale riportata su riviste scientifiche e paper accademici ha difeso a spada tratta la trasmissione animale-uomo, forse una trasmissione diretta da un pipistrello a un essere umano o forse una trasmissione indiretta pipistrello-uomo mediante l’azione di un ospite intermedio.

Alimentata da Donald Trump e dai repubblicani americani per fini geopolitici, ma supportata anche da autorevoli scienziati (a secco di conferme o smentite ufficiali, ma convinti di analizzare l’idea), si era però fatta strada un’ipotesi più tagliente, quella che portava dritta al laboratorio di Wuhan. L’Oms, scettica sull’argomento, ha glissato. Peter Daszak, zoologo britannico ma anche membro della prima task force inviata da Ghebreyesus a indagare a Wuhan, ha subito escluso la Lab Leak Theory, spingendo per la teoria zoonotica. Piccolo dettaglio: Daszak, scelto per fare luce sulle origini del Covid, avrebbe collaborato con il medesimo istituto di Wuhan dal quale, secondo alcuni, potrebbe essere fuoriuscito il virus.

Quando i media hanno fatto notare il palese conflitto d’interessi nel vedere Daszak parte attiva nelle ricerche sul Sars-CoV-2, ma anche vicino al Wuhan Institute of Virology, è scoppiata una mezza polemica. Anche perché lo stesso ricercatore era una delle menti che, dopo aver setacciato la città di Wuhan, il mercato ittico di Huanan (il mercato del pesce, quello che si pensava essere l’epicentro della pandemia) e perfino il laboratorio (pare che le autorità cinesi non abbiano fornito i dati relativi alla fase iniziale dell’emergenza), ha contribuito a stilare un report ufficiale sulle origini del coronavirus.

Buco nell’acqua

Si intitola WHO-convened Global Study of Origins of SARS-CoV-2: China Part. Joint WHO-China Study, ed è consultabile sul sito Oms al seguente link. È formato da 120 pagine che propongono quattro scenari (zoonosi diretta o indiretta, catena del freddo e fuoriuscita dal laboratorio) ordinati per probabilità che siano effettivamente accaduti. Ebbene, la diffusione del virus in seguito a un incidente di laboratorio è stata arbitrariamente definita dal’Oms, in seguito alle prove rinvenute, un’ipotesi “estremamente improbabile“.

Gli incidenti di laboratorio possono avvenire, ha fatto presente la task force, anche se risultano piuttosto rari, soprattutto dentro i centri dotati di elevati standard di sicurezza, quali sono gli istituti presenti a Wuhan. Ricordiamo che il team di esperti Oms è sbarcato in Cina alla fine del gennaio 2020. Terminati i 14 giorni di quarantena previsti dalle misure sanitarie cinesi, gli scienziati si sono subito messi al lavoro, operando spalla a spalla con i colleghi locali. Al termine dei 28 giorni trascorsi nella megalopoli dello Hubei, l’équipe dell’Oms non ha fornito spiegazioni ufficiali ma soltanto ipotesi. Le stesse paventate nei mesi precedenti.

Nuovo registro

L’Oms, insomma, non aveva risolto un bel niente. Con la pubblicazione del report, l’ipotesi del laboratorio era stata messa a tacere e, di fatto, bollata come insensata. E questo nonostante la teoria fosse supportata da diversi scienziati di fama internazionale. Qualcosa è improvvisamente cambiato tra la primavera e l’estate 2021, quando Ghebreyesus ha in parte ritrattato le posizioni della sua agenzia.

“Speriamo che ci sia una migliore cooperazione per scoprire che è accaduto davvero. Il primo problema è la condivisione dei dati grezzi e ho detto, alla conclusione della prima fase delle indagini, che questo problema andava risolto. Il secondo è che c’è stato un tentativo prematuro di ridurre il numero di ipotesi, come quella del laboratorio”, ha spiegato Ghebreyesus nel corso di una conferenza stampa.

La Lab Leak Theory ha così ripreso quota, spalleggiata anche da Joe Biden. Nel maggio 2021, il presidente americano aveva promesso di far luce sulle origini del coronavirus nell’arco di 90 giorni, mettendo le mani su documenti riservati. Risultato: un buco nell’acqua. A distanza di qualche mese, a ottobre, Ghebreyesus è tornato a parlare del laboratorio di Wuhan. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il direttore generale dell’Oms ha dichiarato che tutte le ipotesi “devono continuare a essere esaminate, da quella della trasmissione da animale a quella della fuoriuscita dal laboratorio, la quale non è ancora stata categoricamente esclusa”.

Nuova task force

Archiviata l’esperienza della prima task force, l’Oms ha avviato una seconda missione con il medesimo obiettivo: accertare l’origine del Sars-CoV-2. La seconda task force, formata da 26 esperti indipendenti (sei facevano parte anche del primo team), raccoglierà l’eredità della precedente squadra, a dire il vero non proprio strabiliante. L’Oms ha affermato che il lavoro del gruppo partirà dal coronavirus ed elaborerà “un framework che studi la possibilità di altri patogeni dal potenziale epidemico e pandemico”. “Questa l’ultima chance che abbiamo per capire da dove è venuto il virus”, ha aggiunto il responsabile delle emergenze dell’Oms, Micheal Ryan.

Fin qui gli annunci. Ma che cosa farà concretamente il team? Innanzitutto ha già un nome: Scientific Advisory Group for the Origins of Novel Pathogens (Sago). Al di là delle comunicazioni di facciata, non è ancora chiaro che cosa faranno gli esperti nei prossimi mesi. Torneranno per caso a Wuhan? Certo è che il tempo stringe, come ha confermato la responsabile tecnica delle questioni Covid dell’Oms, Maria Van Kerkhove. Come se non bastasse, Pechino ha sempre respinto la possibilità di ospitare una seconda missione internazionale, onde evitare di politicizzare le ricerche. La sensazione è che il gruppo lavorerà sulla Lab Leak Theory, anche se non sarà facile ottenere prove.

Nel frattempo, secondo quanto riferito dalla Cnn, che cita un funzionario della Commissione sanitaria nazionale cinese, la Cina si appresta a esaminare decine di migliaia di campioni di sangue raccolti nella megalopoli di Wuhan. I campioni di sangue sono conservati al Wuhan Blood Center e l’archivio – fino a 200.000 campioni, compresi quelli degli ultimi mesi del 2019 – è stato indicato lo scorso febbraio dagli esperti dell’Oms come una possibile fonte di informazioni cruciali che potrebbero contribuire a definire quando e dove il virus sia passato dall’animale all’uomo.

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