Il pomeriggio del 4 agosto la capitale del Libano è stata scossa da una violenta esplosione che ha raso al suolo diversi edifici del porto e dei dintorni provocando la morte di almeno 73 persone e ferendone altre 4mila, tra cui un militare italiano.

Nelle prime ore sono circolate diverse ipotesi sull’origine dell’esplosione: un incidente a un deposito di fuochi d’artificio; un attacco israeliano; un attentato a pochi giorni dalla sentenza sul processo per l’omicidio del premier Rafik Hariri avvenuto nel 2005; un attacco perpetrato da altri soggetti attivi nella regione con l’obiettivo di destabilizzare ulteriormente il Paese dei cedri.

Le cause dell’esplosione

Pochi minuti dopo l’esplosione, avvenuta intorno alle 18, sui social hanno iniziato a circolare centinaia di video che testimoniavano la devastazione del porto di Beirut e più in generale della città.

Capire quale fosse stata la causa dell’esplosione non è stato facile. In breve sono iniziate a circolare le ipotesi più disparate, ma quella che sembrava avere maggiormente credito riconduceva la causa dell’incidente a un incendio che aveva coinvolto un deposito di fuochi d’artificio. Con il passare delle ore, si è scoperto che nella zona interessata dall’esplosione erano immagazzinate 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, sequestrate almeno sei anni fa da una nave. La sostanza chimica (usata generalmente come fertilizzante) sarebbe stata conservata in un deposito del porto senza le dovute misure di sicurezza, causando così l’esplosione a cui tutta Beirut ha assistito. A confermare tale ipotesi nella giornata del 4 agosto è stato lo stesso presidente libanese, Michel Aoun, in un’intervista rilasciata alla britannica Bbc a seguito di una riunione d’emergenza del Supremo Consiglio della Difesa. Il capo di Stato ha poi commentato la vicenda anche su Twitter, definendo “inaccettabile” l’accaduto e informando che era stata immediatamente aperta un’inchiesta per fare chiarezza sull’incidente. “Questa catastrofe non passerà senza colpevoli. I responsabili pagheranno un prezzo”, ha promesso invece il primo ministro Hassan Diab, mentre il Consiglio dichiarava lo stato di emergenza della durata di due settimane.

In meno di 24 ore è stata quindi scartata l’ipotesi che voleva l’esplosione come conseguenza di un raid israeliano contro la capitale, così come l’idea che si trattasse di un attentato organizzato da Hezbollah a pochi giorni dalla sentenza Hariri, che vede imputati cinque membri del Partito di Dio. Ad avvallare questa ipotesi era stata la notizia, circolata in un primo momento, di una seconda esplosione nei pressi dell’abitazione di Saad Hariri, ex premier e figlio di Rafik Hariri.

Vittime, feriti e danni

La mattina del 5 agosto il numero delle vittime è salito a 73, ma il bilancio è destinato ad aumentare. Tra i morti c’è anche il Segretario generale del partito Kateb, Nizar Najaraian. I feriti sono almeno 4mila e gli ospedali della città stanno avendo difficoltà nel trattare i pazienti, essendo già da tempo al collasso a causa della crisi economica, energetica e sanitaria da coronavirus che interessa da mesi il Paese dei cedri. Alcune strutture ospedaliere, tra cui Hotel-Dieu, sono inoltre rimaste danneggiati a seguito dell’esplosione, riducendo ulteriormente le capacità di risposta del sistema sanitario. Per far fronte all’emergenza, il Governo ha chiesto anche alle farmacie di prendersi cura dei feriti meno gravi e la popolazione è stata invitata a donare il sangue.

Ingenti sono stati anche i danni materiali causati dall’esplosione, che hanno interessato non solo il porto ma anche gli edifici del circondario per centinaia di metri, come si evince da foto e video pubblicati in rete. Persino l’aeroporto internazionale di Beirut, distante alcuni chilometri dal porto, ha riportato dei danni alla struttura e una nave della missione Unifil ancorata al porto di Beirut è stata danneggiata e parte del suo equipaggio è rimasto ferito nell’incidente.

La deflagrazione è stata talmente potente da essere stata sentita anche a Cipro, a una distanza di 240 chilometri: gli abitanti dell’isola pensavano che si trattasse di un terremoto.

Le reazioni internazionali

Molti Paesi mediorientali e non hanno immediatamente offerto il proprio sostegno al Libano per far fronte ai danni umani e materiali causati dall’esplosione. A chiedere l’aiuto della comunità internazionale è stato lo stesso premier libanese: “Lancio un appello urgente a tutti i Paesi fratelli che amano il Libano a stare al suo fianco e ad aiutarci a guarire le nostre ferite profonde”.

Uno dei primi a rispondere all’appello del primo ministro è stato il vicino Israele che, dopo aver negato ogni responsabilità, ha offerto tramite il ministro degli Esteri Ashkenazi e della Difesa Gantz “aiuti umanitari e medici e immediata assistenza”. Anche il presidente Rivlin ha detto che Israele condivide “il dolore del popolo libanese e offre sinceramente il suo aiuto un questo momento difficile”.

Solidarietà è arrivata anche dall’Italia. “Le terribili immagini che arrivano da Beirut descrivono solo in parte il dolore che sta vivendo il popolo libanese. L’Italia farà tutto quel che le è possibile per sostenerlo. Con la Farnesina e il ministero della Difesa stiamo monitorando la situazione dei nostri connazionali”, ha commentato su Twitter il premier Giuseppe Conte. A commentare la vicenda è stato anche il ministro degli Esteri Di Maio: “L’Italia è vicina agli amici libanesi in questo momento tragico. I nostri pensieri vanno alle famiglie delle vittime, a cui esprimiamo il nostro profondo cordoglio, e alle persone ferite, a cui auguriamo una pronta guarigione”.

In serata è arrivato anche il sostegno degli Stati Uniti. “Abbiamo una bellissima relazione con la popolazione del Libano e li aiuteremo. Sembra sia stato un terribile attacco”, è stato il commento rilasciato su Twitter dal presidente Trump. Il capo di Stato Usa è l’unico ad aver definito un attacco causato da “qualche tipo di bomba” l’esplosione avvenuta a Beirut, citando come proprie fonti i suoi generali. Ad esprimere la propria solidarietà sono stati tra gli altri Turchia, Qatar, Francia, Germania, Arabia Saudita, Iran.

La situazione in Libano

Il Paese dei cedri è da mesi sull’orlo del baratro: la lira continua a svalutarsi, le trattative tra Governo e Fondo monetario internazionale sono da tempo in stallo, la popolazione deve fare i conti con continui blackout e con l’aumento del costo della vita, mentre proseguono le proteste che hanno portato alla caduta del premier Saad Hariri. La situazione si è poi aggravata con l’arrivo del coronavirus anche in Libano, aggiungendo alla crisi economica e politica anche quella sanitaria. Anche sul piano regionale la situazione è particolarmente complessa: il Libano è ai ferri corti con Israele a causa della presenza di forze come Hezbollah in Siria a difesa del presidente Assad e di recente si sono registrati alcuni scontri al confine con le forze israeliane, che minacciano ripercussioni anche sul Governo libanese se la situazione dovesse peggiorare.

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