Si intitola Procuring for a Pandemic: An Assessment of Hubei Province PCR Procurement Contracts, ed è il titolo di uno studio realizzato dalla società australiana di sicurezza informatica Internet 2.0. Tutti i riflettori sono puntati su questo paper, improvvisamente balzato agli onori delle cronache internazionali per il suo contenuto. Un contenuto che potrebbe rimettere in discussione l’origine temporale della pandemia di Covid-19.

Già, perché i dati analizzati nella ricerca ipotizzano che il coronavirus si stesse diffondendo a Wuhan, in Cina, all’inizio dell’autunno 2019 se non addirittura in estate. Ricordiamo che l’allarme Covid è arrivato dalla capitale della provincia dello Hubei a cavallo tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020, quando la situazione era ormai insostenibile. Prima di allora erano emerse notizie di una strana polmonite di origine sconosciuta collegata al mercato ittico di Huanan, situato nel cuore della metropoli cinese. Le autorità avevano chiuso e sanificato il mercato, rassicurando sul fatto che quel virus non fosse in grado di trasmettersi da uomo a uomo.

Le informazioni iniziali, in parte frammentate e in parte mancanti, non hanno fatto altro che ritardare i tempi di reazione della macchina organizzativa cinese. Basti pensare che l’epidemiologo Zhong Nanshan, una sorta di eroe nazionale, ha ammesso alla tv pubblica la trasmissione del virus tra esseri umani soltanto il 21 gennaio, diciotto giorni dopo la prima morte accertata per Covid-19. Qualche ora più tardi Pechino imporrà il lockdown totale di Wuhan e dell’intera provincia dello Hubei. Nel frattempo 5 milioni di cittadini avevano lasciato Wuhan per incontrare i propri cari, contribuendo a diffondere il coronavirus ovunque.

L’acquisto record di test anti Covid

La storia potrebbe (il condizionale è quanto mai doveroso) essere un po’ diversa da come ci è stata raccontata. In particolare, e tornando alla ricerca australiana, c’è un dettaglio che ha fatto drizzare le antenne agli esperti. Ben prima che emergessero i primi rapporti ufficiali di Covid-19, la spesa per i test utilizzati per rilevare il coronavirus nella provincia dello Hubei è aumentata vertiginosamente. Per quale motivo le autorità locali avrebbero dovuto acquistare ingenti quantità di test, senza che vi fosse la necessità di impiegarli?

La risposta che hanno provato a dare gli autori del paper è semplice: il virus si stava diffondendo nell’estate del 2019 molto prima di finire sotto i riflettori del governo cinese. Calcolatrice alla mano, la vendita di test usati per rilevare la presenza di virus specifici, come i coronavirus (ma non solo quelli), è schizzata alle stelle, passando dai 29,1 milioni di yuan del 2017 ai 36,7 milioni del 2018 ai 67,4 (14,3 milioni di dollari) del 2019. Lo studio ha inoltre riscontrato “acquisti notevoli, significativi e anormali nel 2019 di apparecchiature PCR” a Wuhan da parte del People’s Liberation Army Airborne Army Hospital, dell’Istituto di virologia di Wuhan, della Wuhan University of Science and Technology e dei centri dei distretti della provincia di Hubei per il controllo e la prevenzione delle malattie.

C’è una discrepanza notevole, nell’ordine di mesi e mesi, visto che la Commissione sanitaria municipale di Wuhan ha segnalato il primo gruppo di casi il 31 dicembre 2019. Il 5 gennaio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato il suo primo avviso sui contagi, mentre gli esperti Oms non si sono recati in Cina fino al 20 gennaio, dopo aver consultato Pechino sulla questione.

Domande, dubbi, ipotesi

Che la cronologia sulle origini spaziali e temporali del Covid sia alquanto torbida è un dato di fatto innegabile. Ancora oggi la comunità scientifica non è riuscita a individuare da dove è arrivato il Sars-CoV2 né come ha fatto a diffondersi così rapidamente. Capire per lo meno la tempistica potrebbe aiutare gli scienziati a diradare qualche ombra, ma anche qui ci sono tantissime domande e ben poche risposte, contornate da speculazioni e indiscrezioni non confermabili sul campo. C’è poi da tenere presente un altro aspetto, ovvero che i rapporti tra Cina e Australia sono tesissimi e che il paper australiano potrebbe attivare la leva della propaganda anti Pechino.

In ogni caso, la ricerca sostiene che “molto probabilmente” la pandemia è iniziata molto prima di quanto la Cina non abbia informato l’Oms sul Covid. Per confermare l’ipotesi, l’analisi di Internet 2.0 ha confrontato i dati dello Hubei con un campione di controllo dei dati prelevato da tutta la Cina. È emersa una strana controtendenza sull’acquisto di test usati anche in chiave anti Covid. Il rapporto afferma inoltre che l’aumento della spesa non è stato riscontrato nei mesi tradizionalmente ad alta spesa per la ricerca.

Questo significa che il Covid era già presente a Wuhan senza che nessuno ne fosse a conoscenza o che le autorità sapevano della presenza di un nuovo virus e stavano quindi studiando una nuova malattia umana? Difficile credere alla seconda pista; molto più probabile, ma non certa, la prima.

Diversi esperti sostengono tuttavia che il paper di Internet 2.0 non sia sufficiente per trarre conclusioni del genere. Intanto perché il test PCR, impiegato da diversi decenni, sta crescendo in popolarità poiché è diventato un metodo standard per testare gli agenti patogeni di ogni tipo. Inoltre, strumenti simili sono usati nei laboratori per testare moltissimi altri virus. In quello stesso periodo, infine, Pechino stava facendo i conti con un focolaio di peste suina africana.