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È la sera del 31 marzo del 2009, da giorni L’Aquila trema. E i cittadini, ovviamente, hanno paura. Chi abita nel capoluogo abruzzese per motivi di studio forse non lo sa, ma la città nella storia è stata preda di numerose scosse di terremoto distruttive. Una delle ultime si è verificata nel 1703, sisma che ha tirato giù diversi monumenti aquilani. La memoria di un territorio racconta anche il presente, è per questo che alla fine sia i cittadini sia gli studenti iniziano seriamente a preoccuparsi quando l’intensità e il numero delle scosse aumenta. In quel 31 marzo si è così riunita la commissione grandi rischi per fare il punto della situazione. Le dichiarazioni che usciranno da quella riunione avvieranno una serie di conseguenze giudiziarie, ancora oggi molto attuali.

La scossa del 6 aprile

Ma prima di parlare del 31 marzo, è doveroso ricordare quanto accadde la settimana successiva: nella notte del 6 aprile, un sisma di intensità 6.3 della scala Richter ha devastato L’Aquila. Esattamente come tre secoli prima, forse anche di più. A crollare non sono stati soltanto i monumenti storici, bensì anche gli edifici moderni e in teoria più resistenti alle scosse. Tra questi edifici, c’è anche la casa dello studente. Situata in via Gabriele D’Annunzio, la palazzina è letteralmente collassata e non ha lasciato scampo ad almeno 13 giovani vite. I loro nomi saranno inseriti nel triste e raccapricciante elenco delle oltre 300 vittime del terremoto del 6 aprile. Una delle pagine più buie del nuovo secolo in Italia, una delle vicende più sconvolgenti tra quelle che hanno coinvolto la penisola.

La sentenza dello scorso lunedì

Come mai tutto questo è ancora attuale? Non solo ovviamente per il ricordo delle tante giovani vite spezzate, ma anche per delle sentenze che sono intervenute su quanto accaduto nella riunione del 31 marzo, ossia quella della settimana precedente la scossa principale. La serie di terremoti è stata seriamente presa in considerazione dalla Commissione grandi rischi, così come dalla Protezione civile. Ai microfoni, a intervenire pubblicamente, è stato il vice presidente della protezione civile nazionale, Bernardo de Bernardinis. Quest’ultimo ha tranquillizzato la popolazione, ha dichiarato che non occorre lasciarsi prendere dal panico. Una comunicazione che ha spinto le famiglie delle vittime della casa dello studente a chiedere un risarcimento dei danni.

Secondo loro, quelle dichiarazioni avrebbero spinto i ragazzi a non prendere precauzioni. Lunedì 15 luglio, una sentenza ha ribaltato questa linea: in realtà, non è stata colpa della Protezione Civile e della Commissione grandi rischi. La stessa commissione infatti, non ha potuto all’epoca fare altro che prendere atto dell’imprevedibilità dei terremoti. Dunque, gli avvisi lanciati in seguito e le dichiarazioni antecedenti il 6 aprile, non sarebbero state figlie di comportamenti negligenti.

“L’insieme delle prove acquisite ha smentito o, comunque, non ha dato conferma della tesi che gli esperti partecipanti alla riunione del 31 marzo – si legge nella riunione – avessero, a priori, l’obiettivo di tranquillizzare la popolazione e, quindi, di contraddire o minimizzare quanto desumibile dai dati oggetto della loro valutazione scientifica”. In poche parole, per l’appunto, a oggi i terremoti non sono prevedibili e non è possibile evacuare intere città soltanto per segnali che potrebbero non necessariamente essere premonitori.

La sentenza sta facendo gridare allo scandalo, specialmente perché si fa riferimento a presunti comportamenti incauti delle vittime. Tuttavia, i giudici forse non potevano fare altro: il sisma non poteva essere previsto. La colpa allora, a L’Aquila come altrove, è di chi ha costruito. E di chi, soprattutto, negli anni non ha mai considerato il fatto che l’Italia è un Paese sismico e vulnerabile.

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