Le proteste scatenate negli Stati Uniti dal movimento Black Lives Matter in nome dell’antirazzismo e dell’ingiustizia sociale in seguito alla morte di George Floyd sono giunte oltre-Atlantico, seppur con dimensioni per il momento molto più contenute ed hanno coinvolto diverse città della Gran Bretagna tra cui Londra, Leeds, Coventry, Newcastle, Manchester, Oxford e Glasgow. Lo scorso giugno a Bristol la statua di Edward Colston (mercante vissuto nel XVII secolo e coinvolto nel traffico di schiavi) veniva rimossa dai manifestanti, gettata in acqua e rimpiazzata con quella di Jen Reed, figura di spicco del movimento BLM d’oltre-Manica, per poi venire a sua volta tolta poche ore dopo dalle autorità.

Si sono inoltre registrate una serie di manifestazioni e comizi particolarmente violenti dal punto di vista verbale e simbolico ad Oxford e a Brixton, quartiere a sud di Londra abitato in prevalenza da immigrati africani e cittadini britannici di origine caraibica ed africana. In alcuni casi, le manifestazioni sono degenerate in scontri con le forze dell’ordine e gruppi di destra, come già riportato dalla BBC lo scorso giugno.

E’ chiaro che il contesto statunitense e quello britannico sono ben differenti in quanto a dimensioni, intensità e violenza delle proteste. Attualmente in Gran Bretagna non si è neanche sfiorato il livello di gravità raggiunto negli Usa e con una situazione che rischia di infiammarsi ulteriormente in concomitanza con le elezioni presidenziali di novembre.

La situazione britannica non va però sottovalutata in quanto vi sono tutti i presupposti per un incremento del livello di violenza che se per il momento limitata, prevalentemente verbale e figurativa, come ad esempio la parata in stile paramilitare, in stile “Black Panthers” statunitensi, tenutasi a Brixton poco più di un mese fà , potrebbe facilmente incrementare nel tentativo di emulare situazioni d’oltre-Oceano.

La caotica galassia Black Lives Matter UK

Uno dei principali problemi per quanto riguarda Black Lives Matter UK è legato al fatto che non si tratta di un movimento dai contorni più o meno definiti e con una chiara struttura ma si presenta piuttosto come una caotica galassia di gruppi e presenze web spesso accompagnate da membri che pur esponendosi in pubblico, non figurano come leader. I vari gruppi affermano di agire autonomamente e di non essere collegati l’un l’altro. Un esempio lampante è la distinzione tra Black Lives Matter Movement UK e Black Lives Matter UK: due siti e due gruppi ben distinti, seppur molto simili in quanto a URL dei siti, obiettivi, slogan e colori, al punto da generare facile confusione se non si analizzano le due realtà virtuali con le dovute accortezze.

Nel caso del secondo sito web, è interessante come BLM UK metta in chiaro nella home di non essere in alcun modo affiliata a Black Lives Matter USA e neanche a Black Lives Matter Coalition UK. Sempre nella home viene inoltre indicato che UK BLM Coalition non ha un sito ufficiale al quale indirizzare il pubblico e che per informazioni sulle proteste organizzate da BLM è necessario rivolgersi ai gruppi indipendenti nelle varie zone.

Tra i vari gruppi BLM di zona sono stati identificati quelli di Leeds e di Oxford, entrambi attivi con simili iniziative e con il medesimo simbolo del pugno sinistro alzato.

C’è poi la pagina web per contribuire al finanziamento del movimento, indicata nell’account Twitter di BlackLivesMatterUK e legata alla UK BLM Coalition, secondo quanto esposto nella home del sito Black Lives Matter UK: “WE ARE NOT AFFILIATED TO THE BLM COALITION GROUP USING: Twitter:@ukblm or Instagram:blmuk *We DO NOT have gofundme page. They do“. 

Insomma, una coalizione senza alcun sito web ufficiale e senza alcuna “charity” registrata. A questo punto i contribuenti potrebbero giustamente chiedersi in quali tasche finiscano le donazioni (oltre £ 1,204,000 in data 6 settembre 2020).

Un altro gruppo attivo nell’ambito delle proteste BLM è “Tribe Named Athari”, attivo su Twitter e Facebook, ma senza un sito internet (così come i due gruppi BLM di Leeds e Oxford), autodefinitosi su Facebook come “movimento giovanile per la liberazione dei neri e per la giustizia razziale da raggiungere attraverso la guarigione, l’azione diretta e l’educazione radicale”. Lo scorso 3 luglio, il sito del Black Lives Matter Movement UK introduceva il gruppo “Athari” con un post sul proprio sito, indicandolo come ex LDNBLM, null’altro che London Black Lives Matter.

Altro gruppo particolarmente attivo su Twitter risulta poi essere All Black Lives UK– ABLUK, riunitosi domenica 6 settembre a College Green, Bristol e già indicato dalla stampa locale come presente durante l’abbattimento della statua di Edward Colston.

Un’enorme confusione dunque, forse non casuale, generata dalla creazione di gruppi differenti, molto simili tra loro, il più delle volte attivi con pagine social più che con siti web, senza alcuna sede di riferimento o leader riconosciuti, ma dalle caratteristiche ben lontane dal poterli definire “gruppi spontanei”. Una possibile strategia del caos organizzativo volta a rendere più complesso l’inquadramento del movimento.

L’ideologia marxista e maoista dietro Blm Uk

Il movimento Black Lives Matter nasce negli Stati Uniti con l’obiettivo di promuovere la giustizia razziale ma, andando un po’ piu a fondo, non è difficile individuare una serie di idee di stampo palesemente marxista, maoista ed anti-capitalista che in alcuni casi sfociano nelll’anarchismo conclamato, aspetto già brevemente esposto in ambito statunitense ed ampiamente presente anche in contesto britannico.

Non serve citare i vari slogan lanciati durante le manifestazioni, ma è sufficiente andare sulla già citata pagina della raccolta fondi dove Black Lives Matter UK afferma chiaramente di voler “smantellare il capitalismo” ed anche “le strutture dello Stato che nuocciono ai neri”. Idee condivise anche con post su Twitter dove BLM UK incita all’abolizione di penitenziari e centri di detenzione per immigrati clandestini (strutture definite razziste), alla riduzione di fondi per la polizia e all’abolizione dei confini. BLM si scaglia poi contro la misura del “stop and search“, perquisizioni messe in atto dalla polizia con l’obiettivo di ridurre le aggressioni da arma bianca, sempre più frequenti in Gran Bretagna.

C’è poi il già citato All Black Lives UK che va ben oltre l’abolizione del “stop and search” ma arriva addirittura a chiedere la fine della “guerra alle gangs” da parte della polizia in quanto “razzista” e l’abolizione della “Metropolitan Police gang violence matrix”, strumento fondamentale per la lotta alle gang che da anni insanguinano le strade britanniche.

Immancabile poi la “decolonizzazione dei programmi scolastici” con l’inserimento di testi “neri” e con “un’appropriata spiegazione del colonialismo” (Appropriata secondo chi? A chi spetta stabilirlo?)

E’ tra l’altro curioso come BLM e BLM UK si scaglino contro il capitalismo quando sono loro stessi i primi a vendere prodotti online tipo magliette e tazze da caffe, come nel caso del gruppo di Leeds.

La figura di Sasha Johnson

Nonostante la difficoltà nell’individuare vere figure di spicco dietro BLM UK, vi sono alcuni personaggi controversi che hanno comunque attirato l’attenzione dei media, come ad esempio Sasha Johnson, comparsa in più occasioni microfono alla mano e in tenuta paramilitare nera, invocando la guerra al capitalismo, la creazione di milizie di neri (“we need a black militia”) e paragonando la polizia al KKK; non solo, perchè a un certo punto la Johnson incita alla “Palestina libera” e dice “non lasciate che alcun uomo ebreo vi faccia tacere”, tutto ripreso in video. In un’altra occasione, durante un ‘intervisa, la Johnson era arrivata ad insultare il suo interlocutore (di colore) che aveva osato contraddirla, minacciando di aggredirlo fuori dall’edificio.

Inizialmente le informazioni su Sasha Johnson erano molto limitate e sembrava quasi comparsa dal nulla, ma andando più a fondo è emerso un suo ruolo di primi piano all’interno di BLM-Oxford oltre alla frequentazione di circoli di stampo marxista presso la rinomata università della città. BLM-Oxford era tra l’altro già finita al centro di polemiche per un murales di stampo anti-semita, poi denunciato sia dal Jewish Chronicle che dal consigliere liberal-democratico del South Oxfordshire, Alexandrine Kantor.

Sasha Johnson risulta inoltre essere la proprietaria di una piccola attività di ristorazione al 148 di Cowley Road, la “Oxford Kitchen”, nella periferia sud-est; non a caso la pagina Facebook del locale espone un volantino per il sostegno al cosiddetto “black business” firmato proprio da BLM Oxford. Volantino ritrovato anche nell’account Twitter del medesimo gruppo. Insomma, la piccola imprenditrice Johnson vorrebbe abolire il capitalismo, ma al contempo promuovere il “business di colore”.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME