C’è un’immagine, risalente al giorno in cui la Lazio il 14 maggio del 2000 ha conquistato il suo secondo scudetto, che ancora oggi è nei ricordi di molti tifosi biancocelesti: c’è un commosso Gianpiero Galeazzi, giornalista noto anche per la sua fede laziale, che scende di corsa le scale del campo centrale del Foro Italico per dirigersi a piedi verso l’Olimpico e celebrare la vittoria del campionato della sua squadra. Quel giorno Galeazzi non era lì per caso: nel centrale, si stava disputando la finale tra Magnus Norman e Gustavo Kuerten per gli Internazionali d’Italia. Il video, rapportato all’attualità odierna, dimostra una cosa: la convivenza tra calcio e tennis nell’area del Foro Italico c’è sempre stata e non ci sono mai stati particolari problemi. La contiguità tra gli impianti tennistici più importanti del nostro Paese e l’Olimpico, non ha mai creato conflitto tra i calendari del torneo di tennis e la Serie A. I problemi legati al recente derby tra Roma e Lazio, sorti per via della coincidenza tra il giorno della partita e quello della finale degli internazionali, sono quindi figli unicamente dei nostri giorni. E denotano specifiche responsabilità e specifici problemi che il nostro Paese farebbe bene ad affrontare il prima possibile.
L’incredibile superficialità con cui si è scelto il giorno del derby
C’è un aspetto, almeno leggendo alcuni commenti in giro per il web, che forse non è stato ancora ben compreso: il torneo di tennis di Roma non è un fatto che riguarda unicamente la capitale. Viene ospitato sì al Foro Italico, ma ha un rilevanza internazionale. La dicitura “Internazionali d’Italia” dovrebbe pur dire qualcosa. Le gare che si svolgono al Foro Italico, tradizionalmente a maggio, mettono in palio coppe e punti per le classifiche dei circuiti internazionali del tennis. Questo implica due semplici ma fondamentali considerazioni. In primis, quella romana altro non è che una tappa della lunga stagione tennistica ed è quindi un appuntamento per l’appunto internazionale, seguito in buona parte dei Paesi del globo. In secondo luogo, proprio per questo motivo, i calendari vengono stilati con mesi di anticipo e sono noti già prima dell’inizio di una nuova stagione.
Chi ha redatto i calendari di Serie A, poteva (e doveva) prevedere quindi una sovrapposizione poco opportuna tra un derby capitolino e un appuntamento di una kermesse internazionale. Negli anni precedenti si è sempre cercato di inserire in calendario, nella settimana degli Internazionali, partite di campionato di più facile gestione. La sfida del 2000 sopra accennata, ad esempio, riguardava un Lazio – Reggina che, pur coincidendo poi con la festa scudetto dei tifosi biancocelesti, non prevedeva l’afflusso massiccio di supporters ospiti a Roma. Far giocare un derby romano a pochi passi dal centrale di tennis e nel giorno della finalissima, ha voluto significare uno sforzo logistico non indifferente per forze dell’ordine e addetti ai lavori. Alla fine, dopo batti e ribatti, è stato trovato il compromesso del fischio d’inizio a mezzogiorno. Ma la brutta figura è rimasta, specialmente da parte di chi gestisce il calcio italiano.
Un problema strutturale
Occorre però evidenziare un ulteriore problema, forse sottovalutato, di cui Roma e gli apparati sportivi italiani devono farsi carico in previsione futura: quello delle strutture. La querelle sul derby e sulla sua sovrapposizione con gli internazionali di tennis, si è creata anche perché al di fuori del Foro Italico la capitale, escludendo i palasport, non ha altri impianti idonei. Questo genera una commistione di importanti eventi in un’area piuttosto ristretta, come accaduto domenica. Il problema è che Roma, rispetto ad altre città europee, rappresenta un’anomalia: pur avendo due squadre nella massima categoria e tante altre nelle serie inferiori, la capitale continua ad avere un solo stadio dove poter giocare la Serie A. A Barcellona, l’Olimpico Montjuic viene usato per eventi extra sportivi, per l’atletica leggera e solo in casi eccezionali dai principali club della città catalana: il Barcellona gioca al Camp Nou (dopo due anni in esilio al Montjuic per i lavori di ristrutturazione del proprio impianto), l’Espanyol a El Prat. Ad Atene, oramai l’Olimpico che ha ospitato i Giochi del 2004 viene usato solo per le sfide di cartello: l’Aek due anni fa ha traslocato in un proprio stadio di proprietà, il Panatinaikos sta ultimando i lavori per la propria struttura.
Se Roma fosse stata al passo delle altre metropoli del Vecchio Continente, non ci sarebbero stati grossi problemi. Il derby si sarebbe giocato in uno stadio dedicato al calcio di proprietà di una delle due squadre, senza patemi organizzativi al Foro Italico. Occorre dire che quello strutturale è un problema non riguardante solo la capitale, bensì l’intero nostro Paese. A febbraio, in occasione della cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali, anche Milano ha avuto lo stesso problema: l’unico stadio idoneo era San Siro, l’unico in cui in città si può giocare la Serie A. Per cui, Inter e Milan hanno dovuto cercare sedi alternative o chiedere la rimodulazione dei calendari. Ne è nata un’altra stucchevole telenovela che per mesi ha fatto discutere gli ambienti sportivi italiani: quella cioè della disputa della sfida tra Milan e Como addirittura in Australia.
Una figuraccia che potrebbe costare caro
Il problema è che Roma ha gli occhi puntati addosso. Da tempo si discute della possibilità di far tornare in Italia le Olimpiadi estive, visto che l’unico precedente risale al 1960. Ovviamente, il Cio punterebbe molto sulla capitale vista l’esperienza di oltre mezzo secolo fa e il richiamo turistico della città. Ci si è andati vicini per i giochi del 2004, con Roma battuta in finale da Atene per l’assegnazione, sembrava fatta per il 2024 ma le autorità hanno poi deciso di abbandonare la corsa per scelte politiche ed economiche. Dopo l’ottima organizzazione delle Olimpiadi Invernali a Milano e Cortina nello scorso febbraio, si è iniziato a parlare di una candidatura di Roma per il 2036. Il tutto ovviamente se al Cio non si sono accorti della figuraccia legata al derby. Perché se nella sede di Losanna qualcuno ha preso appunti sulle difficoltà della capitale nel far coincidere due eventi in contemporanea, in tanti potrebbero iniziare a porsi molte domande sull’opportunità di riportare i cinque cerchi sulle sponde del Tevere.
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