Sono tanti. Sono silenziosi. Camminano tra coloro che la pericolosità della pandemia l’hanno capita. I negazionisti del coronavirus, negli Stati Uniti e a New York, si trovano ancora ovunque. Affollano le spiagge e si definiscono fatalisti. Girano senza mascherina e guanti per le strade e si lamentano della chiusura di bar e ristoranti nella città. Credono che il virus sia un qualcosa lontano da loro e non vogliono accettare alcun cambiamento nella loro quotidianità. E alcuni, non si sforzano nemmeno a nasconderlo.

Fatalisti o irresponsabili?

“Forse l’ho già avuto senza sintomi e senza lamentarmi troppo: non vedo perché questa crisi debba fermare la mia vita”. Michael Cayetano è originario di Samoa, ha 26 anni e vive a Fort Greene, quartiere a nord-ovest di Brooklyn, a New York. Mentre è intento a preparare gli scatoloni per il suo trasloco, aiutato da un paio di amici, lo dice senza troppi giri di parole: “Non credo il coronavirus sia così pericoloso”. Mentre i numeri di contagi e vittime nello Stato e nella città continuano a impennarsi in modo drammatico (circa 26mila casi positivi alla mezzanotte di martedì 24 marzo), lui si sta trasferendo a New Orleans in Louisiana, per un nuovo lavoro. “Ho questo a cui pensare, mica al virus: spero anzi che non chiudano la città prima della mia partenza”, sottolinea Michael.

E a motivarlo è una teoria in cui dice di credere molto: “Anche se prendiamo il virus e ne guariamo, non smettiamo di essere pericolosi per gli altri e possiamo passarlo poi a tutti lo stesso: possiamo condividerlo in eterno se ci pensi”, dice, mentre ricorda di aver avuto la febbre per qualche giorno durante il mese di gennaio: “Forse era quello, chi lo sa?”.

Il caso che ha fatto scuola: Miami

La realtà dei fatti non è proprio così, e non solo perché è falso che le altre persone possano essere contagiate “in eterno” da chi è già guarito dal Covid-19. Ma di giovani come Michael, l’America e New York ne sono pieni. E fino alla decisione di chiudere tutti i business non essenziali da parte dei governatori di New York, California e Illinois, Stati dove si trovano le tre città più popolose degli USA (New York, Los Angeles e Chicago), il Paese ha proseguito la sua vita come se il coronavirus non esistesse. Specialmente tra i giovani.

Ad aver fatto aprire gli occhi su questo aspetto è stato un servizio di Cbs News da Miami, durante i giorni dello Spring Break. Un minuto e 25 secondi caricati su Youtube, visualizzati da quasi un milione e mezzo di persone, e montati in uno Stato, la Florida, che non ha ancora attuato forme di chiusura delle attività non essenziali, come invece è accaduto nella New York da cui Michael sta andando via. “Se prendo il coronavirus, prendo il coronavirus. Non sarà questo a fermarmi dal fare festa”, ha detto candidamente di fronte alle telecamere in una dichiarazione diventata virale Brady Sluder, studente universitario di 22 anni, originario dell’Ohio. A cui ha fatto eco Brianna Leeder, altra giovane studentessa a Miami per lo Spring Break: “Credo ci sia una reazione sproporzionata e che ci si stia pensando un po’ troppo: alcuni locali chiudono ma noi non ci faremo rovinare la festa”, ha detto.

La lezione dimenticata a New York

Se Brady Sluder ha chiesto poi scusa, precisando di “non voler mancare di rispetto nessuno”, dicendo di essere ora preoccupato “per le persone anziane a me care che sono tra le più a rischio in famiglia” e precisando che “la vita è preziosa e non dobbiamo credere di essere invincibili”, ancora troppi negano la piaga del coronavirus. Alcuni dubitano persino della sua pericolosità, come Jack Williamson, 27enne nativo degli Hamptons che vive a New York. “Vedo dalle notizie che stanno chiudendo le attività, ma secondo me non rischiamo nulla”, spiega, dicendosi felice che il suo ufficio gli ha ordinato di lavorare da casa per la crisi coronavirus: “Posso fare smart working dall’appartamento della mia ragazza: lei è infermiera e fa i turni di notte, così mentre lei dorme, io lavoro”. Jack da poco è stato convinto proprio da lei a usare la mascherina: “Ma non uso l’igienizzante per le mani, né ho cambiato altri aspetti della mia vita ultimamente: non vedo il perché”.

“Se io ho il virus, tu ce l’hai già”

La vita, però, negli Stati Uniti è già cambiata. E non poco. Nonostante il Presidente Donald Trump stia auspicando la riapertura del Paese entro Pasqua e abbia promesso martedì dalla Casa Bianca di vedere la “luce in fondo al tunnel della crisi”, la pandemia del coronavirus si sta abbattendo sugli americani. In tre giorni, da domenica 22 a martedì 24 marzo, i casi positivi di Covid-19 sono raddoppiati: da 25mila a 50mila.

Stati come New York hanno fatto suonare l’allarme fin dai primi episodi di contagio. Mentre nel Paese è iniziata una vera e propria corsa educativa per far capire ai più giovani che negare il coronavirus significa peggiorare la situazione. In luoghi popolati come New York, dove il governatore Andrew Cuomo ha ricordato ai giovani “che più della metà dei casi rientrano nella fascia 18-49 anni”. Ma anche in piccoli villaggi del Kentucky, dove il governatore Andy Beshear ha condiviso le sue preoccupazioni dopo aver appreso la notizia che una persona è risultata positiva al coronavirus per aver partecipato a un coronavirus party: “Siamo molto meglio di così, nessuno è invincibile”, ha detto.

Un concetto da far assorbire a troppi, nel Paese più industrializzato del mondo alle prese con la pandemia. Anche a chi non sembra voler cambiare idea, come Michael: “Penso sia giusto continuare a uscire di casa ed essere fatalisti: se io ho il virus, tu ce l’hai già”.