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Non esiste ancora alcun vaccino sul quale poter fare affidamento per sconfiggere il Sars-CoV-2. Vari Paesi sono in corsa per sfornare l’antidoto del secolo. Tra questi spicca la Russia, che qualche settimana fa ha fatto sapere al mondo intero di aver trovato la famigerata pozione anti Covid. Se ne riparlerà in autunno, per i lavoratori impegnati nel comparto sanità, nel gennaio 2021 per il resto della popolazione (e del mondo).

Nel frattempo la comunità scientifica ha studiato a fondo il virus: le sue resistente, debolezze e, più in generale, i suoi comportamenti. Alcuni farmaci hanno dato buoni risultati nella battaglia contro il Covid. Sono stati via via utilizzati gli antivirali, soprattutto quelli già impiegati contro il virus dell’Aids, farmaci che contrastano la risposta infiammatoria dell’organismo contro il coronavirus (tempesta citochinica), gli anticoagulanti (per via dei trombi nei vasi sanguigni). Un altro trattamento più volte citato per i suoi effetti positivi è quello del plasma immune, ovvero usare il plasma dei pazienti guariti per far guarire i soggetti malati.

Improvvisamente, più o meno a maggio, è spuntata fuori anche l’idrossiclorochina. Di che cosa stiamo parlando? L’idrossiclorochina è un farmaco antimalarico salito alla ribalta dopo che il presidente americano Donald Trump aveva dichiarato in una conferenza stampa di prenderlo da due settimane a scopo profilattico contro il coronavirus. L’annuncio del tycoon creò un terremoto imponente, tra chi credeva alle parole dell’inquilino della Casa Bianca e chi lo criticava, accusandolo di proporre soluzioni pericolosissime per la salute dei cittadini. La rivista Lancet, prendendo come riferimento uno studio condotto su 96mila ammalati positivi al Sars-CoV-2, scrisse che il farmaco usato da Trump causerbbe un aumento del rischio di sviluppare malattie cardiache e morte improvvisa.

L’ultima scoperta

A distanza di qualche mese un report ha rimesso tutto in discussione. Uno studio osservazionale multicentrico coordinato dall’I.R.C.C.S. Neuromed, con la partecipazione di 33 centri ospedalieri italiani, ha mostrato come l’utilizzo dell’idrossiclorochina riduca del 30% il rischio di morte nei pazienti ospedalizzati per infezione da coronavirus.

Scendendo nel dettaglio, lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica European Journal of Internal Medicine, ed è stato coordinato dal Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli, in collaborazione con Mediterranea Cardiocentro di Napoli e Università di Pisa. I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 3.451 pazienti ricoverati per COVID-19. Nella ricerca sono stati presi in esame vari parametri, tra cui le patologie pregresse, le terapie che seguivano prima di essere colpiti dall’infezione e le terapie intraprese in ospedale specificamente per il trattamento del COVID-19.

Tutte queste informazioni sono state confrontate con l’evoluzione e l’esito finale dell’infezione. Ebbene, è emerso che i pazienti ai quali è stata somministrata idrossiclorochina hanno avuto un tasso di mortalità intraospedaliera inferiore del 30% rispetto a quelli che non avevano ricevuto tale trattamento (a parità delle condizioni valutate). “Abbiamo potuto osservare – ha spiegato Augusto Di Castelnuovo, epidemiologo del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione del Neuromed, attualmente presso Mediterranea Cardiocentro di Napoli – che i pazienti ai quali è stata somministrata idrossiclorochina hanno avuto un tasso di mortalità intraospedaliera inferiore del 30% rispetto a quelli che non avevano ricevuto questo trattamento”.

Come usare l’idrossiclorochina

L’idrossiclorochina non è certo il Santo Graal capace di sconfiggere una volta per tutte il nuovo coronavirus. Tuttavia il suo utilizzo, a dispetto di quanto alcuni sostenevano in un primo momento, ha mostrato segnali positivi. In particolare l’uso del farmaco si è rivelato particolarmente efficace in quei pazienti che, ricoverati, mostravano uno stato infiammatorio più evidente della norma.

Certo, saranno svolti altri studi e trial clinici per capire con esattezza il ruolo dell’idrossiclorochina e le sue modalità di somministrazione più adeguate. Intanto, però, la ricerca ha aggiunto un ulteriore tassello nella battaglia contro il virus. E in attesa di un vaccino non è roba da poco. Bisogna ricordare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva raccomandato uno stop all’uso dell’idrossiclorochina, facendo affidamento a uno studio osservazionale poi ritirato dagli autori della stessa ricerca. I nuovi dati suggeriscono un approccio differente.

Solitamente il farmaco antimalarico viene usato per curare l’artrite rematoide e il lupus erimateoso sistemico. In un futuro non troppo lontano potrebbe rappresentare anche un valido alleato nella sfida al Covid. “In attesa di un vaccino, identificare terapie efficaci contro il COVID-19 rappresenta una priorità assoluta – ha dichiarato Licia Iacoviello, Direttore del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione di Neuromed e professore ordinario di Igiene e Sanità Pubblica all’Università dell’Insubria a Varese – e siamo convinti che questa ricerca darà un contributo importante al dibattito internazionale sul ruolo dell’idrossiclorochina nella terapia dei pazienti ospedalizzati per coronavirus”.

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