Guardando la mappa costantemente aggiornata del Johns Hopkins Institute, l‘Iran sul fronte della diffusione del coronavirus si attesta al settimo posto tra i paesi in cui l’epidemia è maggiormente diffusa. Ma i numeri non quadrano: ufficialmente da Teheran il ministero della sanità ha dichiarato 61 casi di contagio accertati e 12 vittime. Ed è proprio su quest’ultimo numero che si concentrano molte delle perplessità e dei conseguenti timori interni ed internazionali.

La denuncia di un deputato conservatore

Da settimane viene ripetuto che il coronavirus è letale mediamente solo per il 2% dei casi, qualcosa in più nella provincia cinese di Hubei, dove si è sviluppato, qualcosa in meno nel resto del mondo. Avendo fatto la sua comparsa già a gennaio, è possibile ricavare una prima affidabile statistica sulle dinamiche del virus, da da cui emerge per l’appunto una bassa mortalità, molto inferiore anche a quella relativa alla Sars del 2003. Il dato iraniano però appare decisamente in controtendenza, sia riguardo alla Cina che al resto del mondo. Con 12 vittime ufficializzate, a fronte di 61 contagi dichiarati, la mortalità del virus sale quasi al 20%. Lecito quindi avere dubbi su quanto ufficialmente reso noto dal ministero della sanità iraniano: possibile che nel paese mediorientale il tasso di mortalità del coronavirus sia dieci volte superiore alla stessa Cina?

La domanda evidentemente hanno iniziato a porsela anche in Iran, tanto che nelle scorse ore è uscita una denuncia pubblica da parte di un parlamentare di Qom. Si tratta di Ahmad Amirabadi Farahani, parlamentare considerato vicino alle posizioni dei conservatori. In un intervento nei giorni scorsi poco prima della fine della legislatura, Farahani ha parlato di 50 vittime soltanto nella sua città. Un dato allarmante: considerando la percentuale media del 2% di mortalità del virus, se solo a Qom il numero delle vittime si dovesse realmente aggirare intorno ai 50, i casi potrebbero essere migliaia. Basti considerare che nel secondo paese più contagiato, ossia la Corea del Sud, con più di 800 persone infettate si contano otto vittime.

Il numero reso noto da Farahani, il cui intervento in parlamento è stato ripreso anche da alcune agenzie locali, potrebbe aprire quindi scenari molto seri. Secondo il deputato, gran parte dei decessi a Qom è stato registrato a partire dallo scorso 13 febbraio, mentre la prima vittima iraniana per il coronavirus è stata ufficialmente riconosciuta dal ministero della sanità il 19 febbraio. Nel suo discorso, Farahani ha anche puntato il dito contro il governo, reo secondo lui di nascondere la verità e di non saper fronteggiare l’emergenza.

La replica del ministero della sanità

L’accusa lanciata dal deputato di Qom appare molto grave, specialmente perché resa pubblica ed avvenuta nel contesto di una riunione parlamentare convocata, seppur a porte chiuse, proprio per affrontare la questione coronavirus. Inevitabile dunque una replica da parte del governo e, in particolare, del ministero della sanità. Come riportato dall’Associated Press, il locale dicastero ha smentito la presenza di almeno 50 vittime nella sola Qom, confermando i dati ad oggi resi noti: “Nessuno ha l’autorità di parlare su questo genere di notizie così delicate – ha dichiarato Iraj Harirchi, portavoce del ministero della sanità iraniano – I deputati inoltre non hanno accesso al database del ministero e non possono conoscere la situazione nel dettagli”.

“Possibile che alcuni di loro – ha quindi poi concluso Harirchi – hanno confuso il numero delle vittime per coronavirus con quello delle vittime di altre malattie”. Il governo ha comunque riconosciuto alcune difficoltà attuali legate all’epidemia, non è un caso che le scuole siano state chiuse in molte città del paese e che nel giorno delle elezioni parlamentari, ossia lo scorso 21 febbraio, agli elettori è stato detto di andare a votare con la mascherina. Ci sarebbero inoltre diverse persone in quarantena, anche se da Teheran non hanno ancora comunicato il dato preciso.

Qualcosa non quadra

Difficile dire se il dato allarmante reso noto da Ahmad Amirabadi Farahani corrisponda o meno a verità. Soprattutto, appare impossibile al momento accertare se realmente nella sola Qom si contino 50 vittime, circostanza questa che aprirebbe la strada a scenari a dir poco drammatici. Tuttavia, è possibile rintracciare alcuni elementi che confermano una situazione molto confusa in Iran. Come detto, il rapporto tra casi accertati e vittime comunicato dal ministero appare molto lontano dalla realtà. O si è sottostimato il numero dei contagi o si è sopravvalutato quello dei morti. Appare invece certo, e questo confermerebbe almeno in parte i timori del deputato Farahani, che l’epidemia di coronavirus in Iran è partita da Qom. A portarla in questa città sarebbero stati alcuni operai cinesi in parte provenienti da Wuhan, epicentro del contagio. Qom è uno dei centri più conosciuti, frequentati e visitati dagli iraniani: qui hanno sede le più importanti scuole sciite, nonché alcune delle moschee più grandi del paese. Non è quindi difficile pensare ad un contagio sviluppato dai tanti spostamenti da e per questa città.

C’è poi da considerare i dati che arrivano dal resto della regione mediorientale. Qui tutti i casi rilevati hanno a che fare con l’Iran: l’unico contagio registrato in Libano per adesso è su una ragazza rientrata da Teheran, stesso discorso vale per il Bahrein e per il Kuwait. In quest’ultimo caso poi c’è un giallo che conferma un contesto di gran confusione in Iran: il governo del piccolo Stato del Golfo infatti, ha dichiarato che le tre persone ritrovate contagiate tornavano da Mashhad, altra importante città iraniana da cui però non risultano casi di coronavirus ufficialmente dichiarati dal governo.

I dati riportati dal deputato di Qom potrebbero risultare esatti o sovrastimati, impossibile al momento dimostrarlo. Ma che qualcosa in Iran non torni è appurato sia dai numeri incongruenti forniti dal governo che dai casi rilevati nel resto del medio oriente. E la situazione potrebbe quindi farsi pericolosa. Non a caso dall’Iraq all’Afghanistan, passando per la Turchia e l’Armenia, tutti gli Stati confinanti con l’Iran hanno deciso di chiudere le frontiere.

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