Dopo più di un mese di trattative, Gantz e Netanyahu hanno dato vita al tanto atteso governo di emergenza, il cui obiettivo primario sarà quello di contrastare la diffusione del coronavirus e far ripartire il Paese. Una delle prima riunioni tenute dal nuovo esecutivo riguarda infatti quella che è stata denominata exit strategy, ossia l’insieme delle misure da prendere per superare l’emergenza e tornare alla vita di tutti i giorni. La quarantena e le politiche di contenimento implementate nelle settimane passate in tutto il Paese hanno infatti avuto un effetto negativo sul fronte economico, andando a colpire principalmente quella parte della popolazione che si trovava in difficoltà già prima della crisi sanitaria.
La fase 2 in Israele
Alla base della decisione del Governo israeliano di passare alla “fase 2” vi sono principalmente le stime redatte dal FMI. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il Paese vedrà una restrizione del 6,3% della sua crescita economica, l’inflazione sarà pari al 1,9% e la disoccupazione dovrebbe invece arriverà fino al 12%. La mancanza di lavoro è una delle tematiche maggiormente discusse in Israele dall’inizio della quarantena. Secondo i dati diffusi da The Time of Israel, il 25% della popolazione si è ritrovata senza più un impiego: un numero che fa ancora più impressione se si considera che prima della pandemia la stessa percentuale si aggirava intorno al 3-4%. A dipingere un quadro molto negativo a livello economico è anche una ricerca effettuata dall’Istituto di statistica di Israele: il 42% delle attività ha avuto una riduzione superiore al 50% delle entrate, mentre il 50% ha affermato che dovrà chiudere battenti se la quarantena dovesse durare un altro mese.
Ecco allora spiegate le decisioni prese nei giorni scorsi dal Governo per la ripresa economica del Paese. In una prima fase è prevista la riapertura di negozi che vendono materiale elettrico, gli ottici, le librerie e altre attività che forniscono beni di prima necessità ed è inoltre previsto che il 30% dei lavoratori pubblici faccia ritorno alle proprie occupazioni. Restano invece chiusi gli spazi di aggregazione, così come le scuole e le università. L’exit strategy del Governo stabilisce anche che sarà possibile fare sport all’aperto in coppia e che gruppi di massimo 10 persone potranno riunirsi per pregare, seppur mantenendo una distanza di 2 metri l’uno dall’altro. Anche le restrizioni imposte ai quartieri ultra-ortodossi di Gerusalemme saranno allenate, dopo che il numero di casi nella comunità religiosa è finalmente diminuito.
Il Governo però ha deciso di mantenere delle regole più rigide nelle città a maggioranza musulmana per i primi 10 giorni del Ramadan: tutte le attività dovranno chiudere dalle 7 di pomeriggio alle 3 del mattino, fatta eccezione per le farmacie e le industrie il cui corretto funzionamento è considerato indispensabile.
I rischi
Le misure previste per la riapertura del Paese non sono però prive di rischi. Come evidenziato dallo stesso Ministro della Salute, se la situazione non sarà gestita correttamente vi è la possibilità che il virus torni a colpire già a maggio, portando con sé una nuova ondata di contagi. Il Governo ha quindi deciso di monitorare con costanza la situazione sul terreno: se con l’allentamento delle restrizioni le persone dovessero tornare ad ammalarsi, le misure restrittive verrebbero nuovamente implementate. A quel punto i danni all’economia sarebbero però ancora più ingenti.
L’attuale crisi – sia sanitaria che economica – che lo Stato ebraico sta attraversando ha inoltre reso ancora più evidenti le disparità sociali preesistenti nel Paese: non a caso le categorie più colpite sono state quelle degli ultra-ortodossi e degli arabi, meno protette dalle politiche israeliane degli ultimi anni. Questo potrebbe essere il momento Israele – e non solo – di rivedere anche le sue politiche sociali.