L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) è stata chiara. Visto che al momento non esiste alcun vaccino, l’unica possibilità per contrastare l’epidemia provocata dal nuovo coronavirus coincide con il mettere in pratica le stesse misure adottate dalla Cina. Misure efficaci, come dimostrano gli ultimi bollettini diffusi dalla massima istituzione sanitaria globale, ma talmente drastiche da ritenere che pochi Paesi al mondo sarebbero in grado di copiarle alla lettera.

Il sistema politico cinese ha delle regole ben precise e, soprattutto quando ci sono emergenze simili, il governo agisce senza adottare mezze misure o richiedere il parere di nessuno. Sia chiaro, anche Pechino ha commesso i suoi errori ed elogiare in blocco la Cina sarebbe sbagliato. È tuttavia corretto prendere atto dell’efficienza del modello cinese e imitarlo il più possibile, tenendo tuttavia conto delle diversità nazionali e politiche.

A metà del guado

In Italia il governo ha dichiarato l’emergenza in Lombardia e altre 14 province sparse tra Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto e Marche. Il premier Conte ha firmato un decreto (Dpcm 8 marzo 2020) che lascia il Paese a metà del guado, in una sorta di “vorrei ma non posso”.

Il documento limita gli spostamenti superflui nelle zone indicate ma, allo stesso tempo, consente di muoversi per motivi lavorativi. Su tutto il territorio nazionale è vietata ogni forma di aggregazione. Eppure, nell’ultimo fine settimana, molti dei cittadini residenti nelle zone non colpite dal decreto sono andati in spiaggia o nei centri commerciali per trascorrere la loro domenica, come dimostrano le numerose foto scattate e pubblicate sui social network.

Insomma, tralasciando la grave fuga di notizie che ha provocato un mezzo esodo dal Nord al Sud Italia, il governo pensa così di aver risolto il problema. Ma il problema, oltre al nuovo coronavirus, è un altro. Mentre a Wuhan, in Cina, le autorità hanno applicato una vera e propria quarantena, nel nostro Paese è in atto una mezza “quarantena”.

Una situazione surreale, dove le attività di ristorazione – si legge nel decreto – sono consentite “dalle 6.00 alle 18.00, con obbligo, a carico del gestore, di predisporre le condizioni per garantirne la possibilità del rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro”. Lo stesso vale per le altre attività commerciali: tutto regolare purché il gestore sia in grado di scongiurare assembramenti e garantire misure di sicurezza. Nel frattempo, nel resto d’Italia, ogni Regione ha messo in campo misure differenti.

Quale strada prendere

Chi pensa che Milano sia come Wuhan è quindi fuori strada. Nel capoluogo della provincia cinese dello Hubei i residenti sono rimasti davvero chiusi in casa mentre fuori dalla città posti di blocco controllano che nessuno sgarri. Altro che bar aperti per alcune ore o possibilità di trascorrere la movida mantenendo un metro di distanza l’uno dall’altro.

Tornando all’Italia, il governo deve decidere quale strada imboccare e andare fino in fondo. La Cina può davvero aiutare a schiarirsi le idee. Nel rapporto dell’Oms, ad esempio, si legge come un apporto essenziale alla strategia di Pechino sia coinciso con la creazione di un team di 5 epidemiologi incaricato di isolare i pazienti infetti ricostruendo tutti i loro contatti in modo mirato.

Il governo italiano, dal canto suo, a parole ha detto di aver attuato misure di sicurezza in una presunta zona a rischio. Ma nei fatti ha soltanto dato qualche raccomandazione: mantenere la distanza di sicurezza, lavarsi bene le mani ed evitare i luoghi affollati. In situazioni di emergenza affidarsi al buon senso delle persone può tuttavia regalare spiacevoli sorprese.