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La seconda ondata della pandemia di coronavirus si è diffusa negli ultimi giorni in quasi tutti i Paesi dell’Unione europea, evidenziando le criticità da lungo tempo sottolineate dagli scienziati e mettendo in luce i problemi che nonostante l’esperienza dello scorso inverno ancora non sono stati risolti. In modo particolare, il rapido aumento dei contagi – favorito anche dagli screening di massa – ha messo in allarme ancora una volta riguardo alle capacità di tenuta dei sistemi sanitari, per i quali si prefigura un’altra annata di profondo stress. E in questo scenario, nessun Paese dell’Europa può ritenersi completamente al sicuro: neppure quegli Stati che, nel corso degli anni, si sono contraddistinti per il rigore nelle loro condotte e sul rispetto delle direttive europee.

Il dramma del Belgio e dell’Olanda

Tra i Paesi che tra lo scorso inverno e l’inizio di quest’anno hanno riscontrato maggiori difficoltà, infatti, ci sono il Belgio e l’Olanda, i falchi del rigore che hanno messo in luce però tutti i limiti della propria ricezione sanitaria. Mentre infatti negli scorsi giorni il Belgio ha sfondato quota 10mila morti dall’inizio della pandemia – rivelandosi il Paese europeo con la più alta percentuale di morti rispetto alla popolazione – l’Olanda ha raggiunto lo scorso venerdì i seimila contagi giornalieri, quasi al pari dell’Italia ma con un quarto della popolazione rispetto a Roma.

Com’è stato possibile però che Paesi dalle disponibilità relative ben più ampie rispetto all’Italia e che negli scorsi mesi si sono opposti a ingenti piani d’aiuto si siano scoperti più deboli di Paesi come la Spagna e l’Italia sotto al punto di vista sanitario?

Falchi anche con i propri ospedali

Una delle motivazioni chiave che hanno portato alla nascita del dramma attuale – esattamente come accaduto anche in altri Paesi, tra i quali l’Italia – è da ricercarsi nei tanti tagli applicati nei decenni passati al sistema sanitario. In parte per limitare la spesa pubblica e in parte poiché, con la scoperta di nuove cure per le malattie tradizionali, la domanda effettiva era inferiore alla richiesta, negli anni si è gradualmente deciso di depotenziare gli ospedali e le terapie intensive, privandosi dunque dell’unica vera difesa contro la pandemia dei giorni nostri.

In un certo senso, dunque, si potrebbe affermare che l’Olanda ed il Belgio sono diventate vittime della loro stessa attitudine al rigore ed alle politiche di austerity che le hanno contraddistinte all’interno dell’Unione europea. Questa volta, però, a subire le conseguenze peggiori sono stati i loro stessi cittadini: con il Belgio all’apice della mortalità e con i malati olandesi destinati ad attendere mesi prima di avere accesso alle visite mediche ed alle operazioni chirurgiche di necessità.

Il problema non sono i contagiati, ma i pochi ospedali

Come è stato sottolineato in molteplici occasioni, il grosso del problema causato dalla pandemia non deriva tanto dall’enorme numero di infetti, bensì’ dalla scarsa capienza degli ospedali che non si rivela in grado di accogliere tutti coloro che necessitano delle cure mediche. In sostanza, dunque, si può affermare che la pandemia di coronavirus non ha fatto altro che chiarificare un problema nascosto che sarebbe stato, in ogni caso, destinato ad esplodere da un momento all’altro.

Mentre però in Italia – e soprattutto nelle regioni settentrionali – si sono effettivamente potenziati gli ospedali, altri Paesi come il Belgio e l’Olanda non hanno fatto abbastanza. In questo modo, però, hanno esposto i propri cittadini ad un rischio che già avevano vissuto all’inizio del 2020 e che adesso pare essere nuovamente il loro futuro. In uno scenario che, questa volta, dovrebbe però lasciare molti insegnamenti che non dovranno più essere dimenticati.