Tutto è cominciato a Wuhan, capoluogo della provincia dello Hubei. A metà dicembre iniziano verificarsi i primi casi di pazienti infettati da una misteriosa polmonite in una delle tante città cinesi di seconda fascia. Senza ricostruire l’intera vicenda cronologica della diffusione del coronavirus – una vicenda, tra l’altro, in cui appaio evidenti alcuni errori delle autorità locali – arriviamo al 31 gennaio 2019.

In quella data la Cina informa l’Organizzazione mondiale della sanità su quanto sta accadendo. È il segnale che indica il punto di non ritorno: c’è un’epidemia, non conosciamo niente del Covid-19 e non esiste alcun vaccino.

La malattia, come era lecito aspettarsi, non è certo rimasta confinata entro i confini cinesi. A poco sono valse le drastiche misure attuate da Pechino, tra cui la messa in quarantena dell’intera provincia dello Hubei. L’agente patogeno è presto riuscito a diffondersi nel mondo intero, Europa compresa. I primi casi nel Vecchio Continente sono stati confermati dalle autorità sanitarie francesi il 25 gennaio. Il profilo del contagiato è quello di un uomo di 48 anni che era passato da Wuhan.

Dalla Germania alla Francia: la situazione in Europa

Oltralpe, a esclusione dell’Italia e al momento, in totale ci sono 12 casi confermati e un morto, un turista cinese di 80 anni. Di questi 12, in 5 sono rientrati dalla Cina mentre altri 7 si sono contagiati in loco. Il focolaio dal quale è scaturita l’emergenza coronavirus in Francia è partito da uno chalet sulle Alpi dove soggiornava un cittadino britannico proveniente da Singapore e già soprranominato dai media “super spreader”.

Il ministro della Salute Agnès Buzyn ha confermato gli ultimi cinque casi di positività al virus: sono quattro adulti e un bambino. “La loro condizione clinica – ha aggiunto Buzyn – non è grave”.

Proseguendo nella panoramica europea ai tempi del Covid-19, voliamo in Germania dove, Italia esclusa, si conta il maggior caso di pazienti contagiati: ben 16. Due casi sono stati localizzati in Baviera, all’interno di un’azienda di forniture automobilistiche Webasto. Da qui sarebbe dunque partita “l’infezione tedesca”.

Focolai sotto controllo?

Calcolatrice alla mano, in Europa ci sono stati 47 casi confermati di pazienti contagiati dal Covid-19. Detto di Francia e Germania, la Gran Bretagna conta nove persone colpite dal virus, la Spagna due. E ancora: Belgio e Finlandia una a testa. Giusto per restare in tema, nel Regno Unito la situazione è questa: due persone sono state contagiate in Cina ma altre 7 hanno sviluppato i sintomi del virus sul territorio nazionale.

C’è poi la storia di una donna cinese che vive a Londra e che, una volta rientrata, ha iniziato ad accusare malessere. I test di controllo hanno dato esito positivo. Le autorità hanno avviato le indagini per rintracciare parenti, amici e tutti quelli che sono entrati in contatto il paziente dal suo rientro a Pechino.

Lo scorso 28 gennaio l’Unione europea ha avviato il meccanismo europeo per contrastare il coronavirus. In ogni caso i Paesi membri sono liberi di attivare misure nazionali. Il neoministro della Salute francese, Oliver Veran, è stato più esplicito possibile: esiste un “rischio credibile” tale che il nuovo focolaio del Covid-19 possa trasformarsi in una pandemia.

Fin qui abbiamo parlato della diffusione del coronavirus. Ma come hanno fatto questi governi a delimitare l’emergenza in zone speciali? Isolando la malattia, ma soprattutto bloccando ogni interazione sociale dei pazienti contagiati. La Germania, che come abbiamo visto ha dovuto fare i conti con una vicenda simile a quella italiana, è riuscita – sempre per il momento – a delimitare il focolaio più pericoloso. Così come la Francia e la Gran Bretagna.