Cina e Corea del Sud stanno guarendo. I due Paesi asiatici più colpiti dal nuovo coronavirus iniziano a vedere la luce in fondo a un tunnel. Un tunnel che era più buio della pece. È vero, sia Xi Jinping che Moon Jae In hanno commesso una lista di errori madornali, ma in corso d’opera i due presidenti sono stati in grado di rimediare alla grande.

Partiamo dalla Corea del Sud. In un primo momento Moon aveva annunciato che il Covid-19 sarebbe stato contenuto e che per questo non era necessario bloccare i collegamenti aerei con il Dragone cinese. Come se non bastasse, a Seul nessuno aveva collegato la setta Shincheonji all’inasprirsi dell’epidemia all’interno della nazione.

Inizialmente, giusto per sottolineare il collegamento tra questo bizzarro culto e il coronavirus, il 75% dei sudcoreani infetti erano membri della chiesa fondata dal “Messia” Lee Man Hee. Dal momento che lo Shincheonji è un culto segreto, i fedeli non solo hanno continuato a partecipare a riti e messe, ma neppure si sono fatti subito avanti quando il governo aveva chiesto loro di collaborare.

Nella Fase 1 Moon ha pensato di bloccare Daegu, città in cui si trova il quartier generale della setta. Questa misura, da sola, non era tuttavia sufficiente a bloccare l’emorragia di contagi. E allora via alla Fase 2: Seul ha stanziato il corrispettivo di 22 miliardi di euro per attenuare l’emergenza.

L’organizzazione di Seul

La mossa ha funzionato. Con le nuove risorse, tra le altre cose, lo Stato ha rafforzato i controlli sanitari, aumentato il numero di tamponi giornalieri e isolato quanti più pazienti malati possibili, evitando il rischio di possibili trasmissioni di massa. L’ultimo bollettino pubblicato dalle autorità parla chiaro: appena 96 nuovi casi, il più lento tasso di incremento negli ultimi 11 giorni.

Ma quali sono stati i punti salienti della ricetta di Seul? Niente misure draconiane come la Cina ma regole piuttosto ferree. Stop a concerti K-pop, niente incontro sportivi, scuole chiuse per tre settimane, messe solo online. La ciliegina sulla torta è rappresentata dai test sanitari di massa realizzati mediante cliniche “drive-thru”.

Questi particolari test funzionano così: i pazienti vengono controllati mentre sono seduti nelle proprie auto, secondo un modello che assomiglia molto a una catena di montaggio. Come spiega La Stampa, gli addetti, protetti da tute e mascherine, circondano il mezzo del paziente da monitorare, al quale vengono controllate temperatura e difficoltà respiratoria.

Risultato: dal 20 gennaio a oggi in Corea del Sud sono riusciti a fare almeno 140mila test, con il tempo medio delle diagnosi quantificabile in una quindicina di minuti. Per fare un confronto, negli Stati Uniti e nello stesso periodo, non sono stati fatti neanche 1500 tamponi. La media sudcoreana è invece di 10mila test quotidiani. L’Oms applaude, visto che fare più tamponi riduce il tasso di mortalità e intercetta potenziali contagi.

Il pugno duro di Pechino

Sul fronte cinese la situazione è ancora migliore. Archiviata una prima fase di gestione dell’emergenza da dimenticare, Xi si è riscattato alla grande. Adesso tutto è (quasi) sotto controllo, tanto che l’ultimo bollettino parla di appena 99 nuovi contagi: oro colato, rispetti agli oltre 2mila casi al giorno registrati soltanto poche settimane fa. Per due giorni consecutivi, zero infezioni nella provincia rossissima dell’Hubei.

Il segreto della Cina? Il governo sostiene che aver messo in quarantena 60 milioni di abitanti (una quarantena a tutti gli effetti, assolutamente diversa dalla raccomandazione di non uscire di casa data dal governo italiano al proprio popolo) sia stato fondamentale per vincere la guerra contro il coronavirus.

Il signor Xi sa che la sua strategia ha funzionato e per questo ha deciso di visitare la città di Wuhan. Secondo quanto riferito dall’agenzia Xinhua, il presidente cinese ha visitato l’ospedale provvisorio costruito in due settimane, ha incontrato i pazienti e incoraggiato il personale “a rafforzare la fiducia nella sconfitta dell’epidemia”.

La prova del nove (al netto di inevitabili e possibili conseguenze economiche) scatterà tra pochi giorni. Quando cioè gli studenti torneranno a scuola e i lavoratori nelle fabbriche e negli uffici. Se non compariranno più focolai, allora sì, la Cina avrà davvero vinto la sua guerra contro il Covid-19.