Gli Stati Uniti sono spaccati in due. Da una parte i sostenitori di Donald Trump, dall’altra quelli di Joe Biden. Un Paese sempre più polarizzato e diviso. Per cercare di comprendere maggiormente quanto sta accadendo in America (e non solo) abbiamo deciso di intervistare Gabriele Segre, direttore della Vittorio Dan Segre Foundation, ong di base a Lugano che ha come obiettivo quello di approfondire e promuovere il concetto di convivenza.

La convivenza è ancora possibile per il popolo americano?

La cosa è molto semplice: ciò che sta succedendo in questi giorni ricalca quanto successo durante i mesi di campagna elettorale, quando si è delegittimato l’avversario, non riconoscendone i valori e la dignità intrinseca . Ma questo va ben al di là dell’America. Si tratta della stessa dinamica che si propone in qualunque agone politico, sociale o di relazione umana.

Si spieghi meglio, per favore…

Nel momento in cui delegittimi la possibilità dell’altro di manifestare la propria identità, cioè di viverla appieno, crei una rottura. Nel momento in cui delegittimi questa possibilità stai togliendo le condizioni base per la convivenza. Lo vediamo in qualunque tipo di manifestazione identitaria: le identità sono molteplici, cangianti, mutano nel tempo. Quindi, ognuno di noi è portatore di decine e decine di identità a livello individuale, figurarsi, a livello sociale. Identità religiose, sociali, di genere, politiche e via dicendo. Nel momento in cui non ne riconosciamo alcune rispetto ad altre, facciamo un gioco molto pericoloso: creiamo il bisogno di legittimare la nostra identità nella negazione di quella dell’altro. Del resto, storicamente, le identità si sono affermate anche attraverso il conflitto.

Cioè?

La maggior parte dei conflitti, anche bellici, è frutto di un’interazione sociale, quando è interna a una società, assume i termini di guerra civile, di moti, di piazze, di sommovimenti. Lo vediamo anche nell’America di oggi, senza arrivare alle estreme conseguenze di una guerra civile che speriamo di evitare. Nel momento in cui c’è un confronto delle identità, storicamente, o ci si scontra e si arriva a una guerra e chi vince ha una supremazia di delegittimazione identitaria oppure, per superare il conflitto o lo scontro delle identità, si crea uno spazio sovra identitario che va ad inglobare tutte le altre identità. Queste due forme di relazione delle identità sono instabili e creano necessariamente un dissesto sociale, un livello di screzio prima individuale e poi collettivo che è lo scontro. Perché come individuo ti senti perso in una società che non ti tiene al sicuro, non riconoscendo le tue istanze. Questo è quello che sta avvenendo in America.

A proposito di convivenza, c’è una frase di Terenzio, un commediografo latino, che credo sia pertinente: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. Cioè sono un uomo, quindi, non reputo alieno, cioè lontano da me, tutto quello che è umano. È su queste basi che si fonda la convivenza?

È assolutamente così. L’umanesimo è un altro degli elementi principali della cultura della convivenza. C’è una lettura sbagliata dell’umanesimo nella vulgata. Siamo tutti umani e, quindi, l’appartenenza al genere umano è sufficiente a garantire la convivenza. Non è così. La convivenza si basa su tre principi. Primo: la dignità dell’identità specifica. Secondo: il riconoscimento reciproco della dignità dell’altro. Terzo: l’umanesimo. L’umanesimo è fondamentale, è centrale, ma attenzione a non identificare l’umanesimo con l’identità umana. L’identità umana è una delle tante identità. Il mio essere umano non deve andare a degradare qualunque altra cosa io sia, uomo o donna, italiano o americano, democratico invece che repubblicano. Ognuna di queste identità è valevole almeno tanto quanto la mia identità umana. Questa comprensione dell’umanesimo è fondamentale per riconoscere che c’è un minimo comune denominatore, ma che non sminuisce tutto ciò che è altro. Che è un po’ il rischio di quando si fanno i discorsi sui diritti umani. Si crea un problema uguale a quello del non riconoscimento dell’umanesimo. Diventa un totalitarismo ideale che va evitato.

Come si può convivere al tempo del Covid-19?

Il virus è andato a colpire i nodi delle relazioni nella società. Avevamo costruito un ecosistema che aveva una sua logica e un equilibrio, sicuramente fallace e perfettibile, ma comunque stava in piedi. Le dinamiche culturali, sociali, educative, generazionali, politiche che c’erano nella società sono state scardinate dall’infiltrazione del virus. I relativi legami e le relazioni sono stati parimenti scardinati. L’intervento su un elemento ha avuto un effetto domino su tutti gli altri. Quindi noi ci troviamo in una realtà nuova completamente in divenire, in cui ci chiediamo come facciamo a ritrovare un equilibrio tra le parti del sistema. Questo ha a che vedere prima di tutto con le identità, ovvero con la capacità di leggere e capire quali sono le parti e le posizioni in gioco e poi di capirne le relazioni. Favorire la convivenza tra di esse, cioè la capacità di ritrovare un equilibrio ecosistemico, è un compito che spetta all’istituzione pubblica, lo Stato, e questo lo sapevamo già prima. Ma da solo lo Stato non basta. E abbiamo sviluppato il concetto di economia di impatto, che esisteva già prima del virus. Il virus, in questo caso, ha agito da catalizzatore di una dinamica che già stava avvenendo.

E cosa è successo poi?

Lo Stato non ce la fa più a farsi carico dell’agenda di interesse pubblico totale, ovvero quella delle relazioni tra le diverse identità, non ce la fa più a creare un sistema di convivenza sostenibile. Quindi ogni identità deve farsi carico del proprio pezzo di responsabilità non in quanto soggetto passivo, ma in quanto attore attivo nella relazione tra identità. Nel senso che il mondo dell’economia non deve essere più inconciliabile con l’interesse privato, ma è necessario sviluppare una visione dello Stato in cui l’interesse privato coincida con l’interesse pubblico. Attenzione, non stiamo parlando di socialismo. Quel pezzo di attivismo del mondo dell’impresa deve farsi carico di ciò di cui il pubblico non può farsi carico. Vale nel mondo del terzo settore, della scuola, delle corporazioni e dei sindacati, in qualunque tipo di gioco di rappresentanza.

Cioè i privati devono sostituirsi al pubblico in qualche misura?

Non esiste più l’interesse privato in quanto tale. Nell’ambito del principio di convivenza il virus ha tolto la possibilità dei compartimenti stagni, ha tolto la correlazione dell’interesse privato con l’interesse privato di qualcun altro. Questo oggi determina un nuovo livello di simbiosi, di interdipendenza che va affrontato in maniera differente.

Quali sono i rischi più grandi per la convivenza?

Che non ci sia un contraddittorio. Questo perché la convivenza è prima di tutto cultura. Non esiste una ricetta appropriata in termini di convivenza. Esiste la possibilità di comprendere le ragioni stesse della convivenza, individuare quali siano le dinamiche di relazione più adatte e declinarle negli spazi specifici di azione: una comunità, un’azienda, uno Stato… La prima cosa da fare è “mettere le lenti della cultura della convivenza” alle persone in modo che sperimentino esse stesse la convivenza, e questo spesso non avviene.

Esistono, attorno a noi, esempi di convivenza?

Sì. Nel mondo delle aziende, per esempio, la convivenza sta diventando un concetto sempre più importante. C’è un’attenzione maggiore del ruolo che si deve sostenere nelle relazioni interne. Le imprese si stanno facendo carico anche dei bisogni dei propri dipendenti, ovviamente nel limite del possibile, là dove lo Stato fa mancare il suo aiuto, magari. Ora le aziende si assumono sempre di più la responsabilità della comunità in cui esse operano. Non parlo soltanto da un punto di vista di attenzione ambientale, ma anche sociale. Lo stesso mondo della finanza sta sviluppando una nuova comprensione di che cos’è profittevole. Se pensiamo che tre anni fa il presidente di BlackRock ha detto a tutte le consociate: “A noi non basta che voi siate sostenibili da un punto di vista economico o ambientale. Noi abbiamo bisogno di vedere che il nostro business abbia un impatto positivo sulla società”. Questo cambia completamente le dinamiche di relazione tra il lavoro e l’impatto che questo ha. Quindi c’è un interesse diretto dell’azienda a fare qualcosa di buono all’interno della società. Di buono non in termini cristiani, ma in termini di impatto positivo sull’interesse pubblico. Questo perché è così che i modelli di business vengono misurati. È così che riescono a ricavare gli investimenti.

Prima che esplodesse l’emergenza coronavirus si parlava molto del rapporto tra l’uomo e l’ambiente, della convivenza tra la natura e l’uomo. È anche questa una forma di convivenza?

Assolutamente sì. Ma attenzione a non confondere la cultura della convivenza. Non bisogna confondere la convivenza con l’ambiente con la convivenza nell’ambiente. Perché il concetto di convivenza presuppone una comprensione reciproca. E nella relazione con la natura non c’è comprensione e, quindi, nemmeno convivenza. C’è convivenza tra gli esseri umani all’interno della natura, come all’interno del contesto del virus. Bisogna cominciare a pensare il rapporto con la natura in questi termini: se io inquino l’aria non vado a usurpare l’aria, vado a usurpare la possibilità di qualcun altro di respirare l’aria pulita perché io l’ho inquinata. Quindi è sempre una situazione di relazione umana, ma in contesti diversi. Si può intervenire per sviluppare un’attenzione all’ambiente dagli Accordi di Parigi in giù. Si deve fare, ma deve essere accompagnato da un forte investimento sulla cultura della convivenza. Non si tratta solo di salvare il Pianeta, ma di salvare il Pianeta per salvare la convivenza tra di noi.

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