La pressione su Boris Johnson sta salendo alle stelle. Proprio come i nuovi casi che, giorno dopo giorno, sono tornati a riempire i bollettini epidemiologici del Regno Unito. Erano mesi che il Covid-19 non appariva più sulle prime pagine dei media britannici, o almeno, che non appariva con un’insistenza simile. Anche perché la comparsa dei vaccini, e il loro utilizzo precoce oltre la Manica, aveva spinto il governo a disegnare una dettagliata road map per scandire il ritorno di Londra alla normalità.

Quando ancora mezza Europa si interrogava sul proprio futuro di convivenza con il Sars-CoV-2, l’Uk attraversava la prima fase di distensione. All’inizio della scorsa estate, eccezion fatta per i viaggi, ancora limitati dalle fastidiose quarantene, tutto sembrava essere tornato all’era pre Covid. Superata a pieni voti l’incognita dei festeggiamenti dovuti agli Europei di calcio – l’ennesimo allarme finito nel vuoto – il Regno Unito ha presto abbandonato mascherine (non c’era mai stato nessun obbligo), distanziamento sociale e riaperto a pieno regime ristoranti e pub.

Adesso gli esperti si sono accorti che la curva ha ripreso a salire, facendo segnare prima 40mila poi oltre 50mila nuovi contagi al giorno. Abbiamo provato a spiegare i fattori che hanno causato l’impennata delle infezioni, dalla caduta totale di qualsiasi restrizione – era dunque fisiologico attendersi un aumento – all’eventuale peso specifico delle varianti in circolazione. In ogni caso, al netto dei numeri, è importante chiedersi se davvero il Regno Unito rischia di tornare nell’incubo o se le preoccupazioni di esperti e virologi risultano eccessive.

Vaccini e ospedali

La situazione epidemiologica dell’Uk ruota attorno a due variabili: vaccini e ospedali. Per quanto riguarda i vaccini, il 66,7% della popolazione risulta aver terminato il ciclo vaccinale, mentre il 6,07% è in attesa di terminarlo. Dopo un inizio spumeggiante, la campagna di vaccinazione del Regno Unito è andata incontro a un rallentamento inaspettato. Come se non bastasse, il vaccino più utilizzato da Londra è stato l’AstraZeneca, secondo alcuni meno efficace nello “schermare” il virus rispetto ad altri prodotti in commercio. Sia chiaro: l’effetto di AstraZeneca ha pur sempre consentito a moltissime persone di evitare gravi effetti del Covid, o peggio, l’ospedalizzazione.

Arriviamo alla seconda variabile, e cioè gli ospedali. A sentire le parole rilasciate a Sky News da Katherine Henderson, presidente del Royal College of Emergency Medicine, e rilanciate dai media di tutto il mondo, i pronto soccorso dell’Uk starebbero diventando un posto orribile. Le strutture ospedaliere del Regno Unito sarebbero al collasso, con “grandi file di ambulanze cariche di persone che aspettano di essere ricoverate e altri che aspettano a casa”. La stessa Henderson aggiunge tuttavia un particolare che molti non hanno colto: ben prima della pandemia di Covid, c’era già un importante affollamento nei reparti d’emergenza del Paese. La pandemia ha semplicemente aggravato, in parte, un handicap strutturale in atto da tempo.

Il ritorno della narrazione apocalittica

Sommando le due variabili citate (rallentamento nelle vaccinazioni e ospedali sotto stress), l’Uk potrebbe rischiare di ritrovarsi nell’incubo da un momento all’altro. Poco importa se Johnson ha spiegato che i vaccini consentiranno a Londra di superare l’inverno. C’è chi ha iniziato a terrorizzare la popolazione con previsioni apocalittiche. Il professor Adam Finn, membro del Comitato congiunto per la vaccinazione e l’immunizzazione (JCVI), ha spiegato, ripreso dal Guardian, che il programma vaccinale non sarebbe sufficiente per tenere sotto controllo i tassi di infezione. I cittadini dovrebbero indossare le mascherine ed evitare luoghi affollati in spazi chiusi per prevenire “un vero tracollo” in quella che lo stesso Finn ha descritto come una situazione in peggioramento. “I vaccini a soli non saranno sufficienti al momento per tenere sotto controllo la diffusione del virus”, ha aggiunto Finn.

Ma se queste sono le paure e le opinioni degli esperti, che cosa dicono i numeri relativi alle ospedalizzazioni? Come riporta il governo britannico, nel periodo compreso tra luglio 2021 e ottobre 2021 c’è stato un incremento delle ospedalizzazioni, ma niente a che vedere con quanto accaduto nel maggio 2020 e gennaio 2021, quando il sistema sanitario nazionale era davvero in crisi nera. Per fare un paragone, l’11 gennaio 2021 si contavano 4.309 pazienti ammessi in ospedale, a fronte degli 868 relativi al 16 ottobre. Insomma, nonostante i dati possano consentire al Regno Unito di dormire sogni moderatamente tranquilli, è ripartita la narrazione apocalittica.

Rachel Reeves, del Labour Party, ha chiesto al governo di far scattare il piano B per mettere in sicurezza il Paese. Un piano, per inciso, che farebbe scattare di nuovo una parte delle restrizioni abbandonate, come l’uso delle mascherine negli spazi chiusi, la raccomandazione dello smart working e probabilmente pure l’adozione del Green pass per accedere a grandi eventi e discoteche. “Se gli scienziati dicono di lavorare da casa e con le mascherine, dovremmo farlo”; ha affermato Reeves. Peccato che nel marzo del 2020 alcuni scienziati del prestigioso Imperial College avevano predetto una catastrofe, con milioni e milioni di morti, nel caso in cui vari Paesi, come Regno Unito, Stati Uniti e Francia, non avessero adottato l’extrema ratio del lockdown. Numeri distanti da ogni logica, come poi avrebbe dimostrato la realtà.

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