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La morte dell’ambasciatore Luca Attanasio, assieme al carabiniere Vito Iacovacci e il loro autista Mustapha Milambo ha lasciato sgomenta l’opinione pubblica internazionale e l’Italia intera. L’uccisione del diplomatico italiano è avvenuta durante un trasferimento da Goma, capitale del Nord Kivu, verso Rutshuru. La vicenda ha puntato il faro, ancora una volta, su una regione il cui nome all’uomo della strada dice ben poco ma che, in realtà, ci riguarda tutti.

Il Congo è bersagliato da ogni genere di dramma: emergenze sanitarie come l’Ebola, guerre intestine, banditismo e perfino la penetrazione dell’ISIS. Una nazione che non conosce pace, men che mai dalla sua indipendenza. Ma il Congo, oggi, non è a caso una delle nazioni africane maggiormente oggetto delle brame internazionali: oro, diamanti, avorio, legname pregiato ma soprattutto cobalto e coltan, indispensabili per la fabbricazione dei nostri smartphone e di tutta la tecnologia a nostro servizio, qui sono presenti in abbondanza. Tutt’attorno, una complessa rete di gruppi militari, paramilitari, deboli strutture statali e committenti internazionali.

Il cobalto

Il cobalto è uno di quegli elementi essenziali per le inesauribili batterie al litio di smartphone e auto elettriche sulle quali così tanto puntiamo per la svolta green. Un’estrazione molto complessa poiché spesso questo minerale viene ritrovato assieme ad altre sostanze e va perciò raffinato, quasi sempre da lavoratori in condizioni terribili. Su quasi 300mila minatori “artigianali” che tengono in piedi questa catena di progresso e morte, circa 35mila sono bambini in condizioni di schiavitù, prediletti per la loro agilità ed energia in cunicoli soffocanti, spesso trasformati in trappole mortali dagli allagamenti. Per quanto disperato possa essere, quei circa 0,65$ al giorno che ricevono dai trader stranieri sono l’unico mezzo di sopravvivenza per loro e le loro famiglie. Più del 60% della fornitura mondiale di cobalto viene estratto nella “cintura del rame” delle province sud-orientali della Rdc. Secondo una stima dell’agenzia governativa incaricata della supervisione del settore minerario “artigianale”, almeno il 20% di questa fornitura è estratta da gente del posto e a mano, il resto è prodotto da miniere industriali gestite da società straniere in seguito al crollo dell’azienda mineraria statale, Gécamines.

In un report del 2017 di Amnesty International, che aveva scoperchiato il vaso di Pandora sulla vicenda, l’organizzazione aveva rintracciato il cobalto di queste miniere in una un’azienda di trasformazione cinese chiamata Huayou Cobalt, i cui prodotti finiscono poi nelle batterie utilizzate per alimentare l’elettronica e i veicoli elettrici. Nonostante Amnesty abbia seguito con attenzione il progresso in materia, nessuna delle società citate nella relazione sta intraprendendo azioni adeguate per conformarsi agli standard internazionali. Questo nonostante siano a conoscenza dei rischi e gli abusi dei diritti umani legati all’estrazione di cobalto nella RDC. Apple è stata la prima azienda a pubblicare i nomi dei suoi fornitori di cobalto e la ricerca di Amnesty mostra che attualmente è leader del settore per ciò che concerne l’approvvigionamento responsabile di cobalto. Dal 2016, Apple si è impegnata attivamente con Huayou Cobalt per identificare e affrontare il lavoro minorile nella sua catena di fornitura. Dell e HP hanno mostrato segnali importanti: hanno iniziato a indagare sui loro collegamenti a Huayou Cobalt e hanno anche messo in atto alcune delle politiche più forti per rilevare i rischi e gli abusi dei diritti umani nelle loro catene di approvvigionamento. Meno virtuose Microsoft e Lenovo che o non rivelano i propri fornitori o hanno intrapreso solo azioni minime per identificare i rischi per i diritti umani o indagare sui collegamenti a Huayou Cobalt e alla RDC.

Il coltan

Quanto al coltan (columbite-tantalite), quest’ultimo si usa sotto forma di polvere metallica nell’industria elettronica e dei semiconduttori per la costruzione di condensatori ad alta capacità e dimensioni ridotte, che sono largamente usati nei telefoni cellulari e computer. Anche il coltan si estrae a mani nude per più di dieci ore al giorno: un’attività sfiancante che lede polmoni e sistema linfatico dei più piccoli. Una giornata di lavoro ha il valore di 1/2 $ a seconda dell’età del bambino per scendere fino a 0,50 $ nelle cave illegali: si tratta, inoltre, di cifre lorde poiché questi “salari” includono anche le somme che i piccoli minatori sono costretti a versare alla banditaglia che sorveglia la miniera e che si macchia spesso di abusi sessuali nei loro confronti. Il coltan passa, poi, prima per le mani di soldati e mercenari, almeno fino al confine con il Ruanda e l’Uganda; in seguito, viene ceduto alle compagnie di import/export per poi passare alle maggiori compagnie che trattano la raffinazione in Germania, Cina e Stati Uniti: infine, giunge nelle catene di montaggio delle grandi multinazionali dell’elettronica.

Un’attività che non conosce sosta e che deve fronteggiare la richiesta famelica dell’ “oro nero congolese” per via delle nuove tecnologie ma anche di tutto quel comparto legato ai videogiochi che fa registrare cifre da capogiro. Un esempio fra tutti: come racconta Nena agency, nel 2000 con l’uscita di Sony PlayStation 2 si registrava una corsa all’oro nero, la domanda di tantalio aumentò facendo oscillare i prezzi del coltan da 35 dollari a libbra fino a quasi 400 dollari, mentre ai lavoratori nelle miniere veniva pagato 0,18 centesimi al chilo.

Un’ economia violenta

Il Kivu del nord, durante la lunga presidenza di Mobutu Sese Seko, ha mantenuto pressoché integri fino alla fine del secolo scorso i depositi minerari di cui dispone. Molti di questi, inoltre, non erano nemmeno così ambiti fino a trent’anni fa. Questo aspetto, oggi, ne fa una delle regioni più ambite dai meccanismi predatori legati ai minerali “preziosi” sottesi dai gruppi armati locali.

Gli stessi paesi africani usano i proventi derivanti dalla vendita delle pietre congolesi per finanziare le loro campagne militari, a volte dirette proprio a prendere il controllo di nuovi depositi. I gruppi paramilitari locali hanno come strategia sistematica quella di terrorizzare la popolazione dell’area estrattiva di loro interesse (spesso puntando a lasciare orfani bambini ed adolescenti per tramutarli più facilmente in schiavi) procurandosi così manodopera a bassissimo costo. I minerali non sono, tuttavia, la diretta causa del conflitto nel Kivu, ma hanno portato ad una “convenienza economica” del conflitto stesso: un circolo vizioso mondiale dove nessuno è innocente.