Congo, il Mondiale unisce un Paese ferito

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La Repubblica Democratica del Congo, per una notte, ha potuto dimenticare tutto. Ha potuto scordarsi, almeno temporaneamente, le violenze del presente e del recente passato, la sostanziale divisione del Paese lacerato dalla guerra del Kivu e dalla corsa alle risorse, le spinte centrifughe che attanagliano una nazione enorme e strategica per le ricchezze del suo sottosuolo e per le mire di attori vicini e lontani sul loro controllo. Ha anche potuto mettere da parte temporaneamente la nuova esplosione dell’Ebola, che ha riportato l’ansiosa attenzione del mondo sul gigante africano. E tutto questo grazie al calcio. La vittoria per 3-1 contro l’Uzbekistan allenato dal capitano dell’Italia campione del mondo nel 2026, Fabio Cannavaro, ha dato alla nazionale dei Leopardi impegnata nel Mondiale nordamericano la prima vittoria in una partita della Coppa del Mondo e, soprattutto, la prima, storica qualificazione oltre i gironi.

I ragazzi di Sebastien Desabre hanno guadagnato il pass per sfidare l’Inghilterra giungendo terzi nel gruppo K dietro Colombia e Portogallo e beneficiando del ripescaggio garantito alle migliori terze classificate nella fase a gironi. Ora sono attesi da un sedicesimo di finale impegnativo, con l’Inghilterra, ma il suo Mondiale il Congo l’ha già vinto. Lo ha vinto assieme a un continente, quello africano, che nella torrida estate nordamericana vive una primavera sportiva: nove squadre su dieci hanno passato il girone di riferimento, solo la Tunisia è stata invece eliminata nella fase a gruppi, le squadre si sono ben difese e anche il Congo ha strappato un pareggio prestigioso col Portogallo di Cristiano Ronaldo.


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La forza di una manifestazione come il Mondiale, anche nelle sue edizioni più controverse, è tutta qui, nella possibilità per un Paese fragile e in difficoltà di ricordare: “esisto anche io”. Esisto anche io come protagonista di un mondo ancora normale, non solo come emblema dell’accumularsi di lutti e tragedie quali molto spesso sono stati gli eventi associati al Congo o ad altri Stati (vedasi Haiti) che si sono affacciati alla Coppa del Mondo in Usa, Canada e Messico. E per il Congo e la sua nazionale di giocatori sparsi nella diaspora, con 5 giocatori su 26 a testa militanti nei campionati di Francia e Inghilterra, tre ciascuno in Spagna e Grecia, due in Belgio e il resto tra Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Scozia, Turchia, Polonia, Armenia e Cipro. Un Congo fuori dal Congo che ricorda al mondo che il Congo può essere ancora unito dietro la bandiera e sperare di poter guardarsi un giorno alle spalle e vedere il presente come un incubo dimenticato.

Sul suo Substack “Il Quattordici” il collaboratore di InsideOver Mauro Indelicato ha ricordato l’attuale esperienza mondiale del Congo paragonandola all’unico precedente del 1974, quando in Germania i Leopardi dell’allora Zaire vissero in un clima cupo con le minacce del dittatore Mobutu Sese Seko di ritorsioni personali in caso di figuracce dopo il 9-0 subito dalla Jugoslavia, tuttora peggior scoppola mai rimediata dalla squadra di Kinshasa. Ora l’atmosfera è diversa. Un cammino mondiale non può cancellare problemi e angosce. Può però far guardare a un Paese in un’ottica di maggiore speranza. Il Congo è unito al Mondiale. La visibilità della nazionale potrà, forse, scaturire nuovo interesse su questo Paese lontano ma cruciale per i destini del mondo. E aiutare a guardarvi oltre semplificazioni e pregiudizi. Quelli che oggi, più che mai, devono essere accantonati guardando alla vibrante realtà di un’Africa in risveglio.