Se una persona è già stata colpita dal nuovo coronavirus, una volta guarita, può essere contagiata per una seconda volta a distanza di tempo? È questo uno dei tanti interrogativi, ancora senza risposta, che contribuisce a creare quell’alone di mistero che avvolge il Sars-CoV-2. Una malattia che, a otto mesi dalla sua scoperta, risulta ancora subdola, sconosciuta e ignota.

Fin qui sappiamo che i pazienti non sono soliti reinfettarsi subito dopo essere guariti e che, nel caso in cui il Covid dovesse tornare, questi soggetti non dovrebbero essere contagiosi, pur risultando positivi al virus. Gli esempi non mancano, visto che in un discreto numero di persone ristabilite sono state riscontrate tracce del Sars-CoV-2 non considerate pericolose.

Lo scorso giugno i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie infettive della Corea del Sud hanno pubblicato un paper in cui sottolineavano i risultati di uno studio. Un campione di pazienti reinfettati presentava tracce di materiale genetico del virus, ma questo materiale era ormai innocuo e non più trasmissibile a terzi. Passano le settimane e alla fine di agosto ecco un secondo colpo di scena.

In quei giorni i ricercatori dell’Università di Hong Kong rilevano il primo caso di un uomo 33enne guarito e poi infettato a distanza di quattro mesi e mezzo dal primo contagio. Più o meno nello stesso periodo dagli Stati Uniti arrivano altre informazioni. Stando agli esperti dell’Università del Nevada e del Nevada State Public Health Laboratory, un 25enne sarebbe stato colpito da due differenti ceppi di coronavirus. Dunque: un altro caso di reinfezione.

L’ultima scoperta

Soltanto i pazienti che hanno contratto il Covid in forma “seria” acquisirebbero l’immunità al virus, mentre chi è incappato in forme più “lievi” non avrebbe alcuna garanzia di fronte al rischio di future reinfezioni. È questo il cuore dell’ultimo studio in materia di Sars-CoV-2 condotto da scienziati militari cinesi.

Il team, guidato dal dottor Ye Lilin, in collaborazione con l’Istituto di immunologia dell’università medica dell’esercito di Chongqing, ha scoperto che le cellule immunitarie, necessarie per respingere nuovi assalti del virus, erano presenti negli organismi dei soggetti che si stavano riprendendo da condizioni gravi o moderate provocate dall’infezione. Lo studio, pubblicato su medrxiv.org e ancora da sottoporre a peer-review, si basa sulla raccolta dei campioni di sangue di quasi 60 pazienti del sud-ovest della Cina. I soggetti presi in esame erano tutti malati ma presentavano vari stadi di sviluppo della malattia e, soprattutto, diverse modalità di contagio. Per intenderci, nel gruppo vi erano sia persone asintomatiche sia con sintomi molto gravi.

Quale immunità

Ebbene, stando alle analisi del team di ricerca, i pazienti con sintomi lievi, una volta guariti dall’infezione, non sarebbero riusciti a generare le Memory B cells, ovvero le cellule B della memoria, fondamentali nel processo di produzione degli anticorpi necessari per eliminare il virus.

Se la scoperta fosse confermata, tutto ciò metterebbe un grande punto interrogativo sull’efficacia a lungo termine dei vaccini attualmente in fase di sviluppo. Dal canto suo il dottor Lilin ha commentato che quanto rivelato getterà le basi per progettare vaccini efficaci. Lo studio ha inoltre riscontrato che i pazienti asintomatici inducono risposte anticorpali anti Sars-CoV-2 deboli e transitorie.

Detto altrimenti, i tantissimi soggetti asintomatici non sarebbero al sicuro da una possibile, nuova reinfezione. Usiamo il condizionale perché al momento non vi sono certezze assolute. Il problema, in ogni caso, starebbe tutto nella durata della protezione immunitaria indotta, visto che alcuni soggetti “perderebbero” i loro anticorpi in modo alquanto rapido.

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