Quando nella scorsa primavera iniziarono i progetti di ricerca per la scoperta di un vaccino efficace per sconfiggere la pandemia di coronavirus, la speranza era quella che, non appena ultimato, tutto tornasse velocemente alla normalità. Col passare dei mesi, però, è divenuto sempre più chiaro come benché la loro scoperta e la loro approvazione fosse un passaggio cruciale, il vero nodo da sciogliere sarebbe stato quello della produzione in serie e della distribuzione. E adesso, con i vaccini in produzione, il vero problema è diventato quello del trasporto e della conservazione, che risulta essere proprio il passaggio più delicato che, se svolto in modo irregolare, può portare anche alla totale inefficacia del siero.
Temperature fredde (ma non troppo): il nodo della conservazione
Come dichiarato dalla stessa casa farmaceutica americana Pfizer, una cattiva conservazione ed una mancata osservazione delle linee guida potrebbe danneggiare la soluzione sino al punto in cui essa perda completamente di efficacia. Questo, come riportato dalla testata Businessinsider, è quello che accadde nel Winsconsin sul finire dello scorso anno, quando oltre 500 fiale vennero distrutte a seguito di una mala-gestione della temperatura di conservazione da parte di un addetto al lavoro.
Come riportato dalle linee guida dell’Aifa, il vaccino prodotto dalla farmaceutica Pfizer deve infatti essere conservato tra i -90° e i -60°. Non più caldo e non più freddo, poiché in entrambi i casi potrebbe divenire inutilizzabile o quantomeno meno efficace. E sebbene i vaccini prodotti invece da Moderna, AstraZeneca e Sputnik necessitino di un clima decisamente più semplice (e meno costoso) da mantenere, anche in questo caso le temperature sono discriminanti per salvaguardarne la piena efficacia.
Congelatori, trasporti e somministrazione nelle sei ore: una corsa contro il tempo
Un’altra grande problematica dovuta alle condizioni particolari che si rendono necessarie per salvaguardare l’integrità del vaccino deriva dal fatto che le temperature estremamente rigide devono essere mantenute anche nella fase di trasporto ai punti di somministrazione. Considerando però l’enorme numero di strutture abilitate e il loro posizionamento non sempre agevole ciò rende particolarmente dispendioso anche l’ultima fase di distribuzione, nella quale peraltro si è reso necessario nelle scorse settimane reperire i mezzi idonei allo svolgimento del lavoro.
E infine, una volta giunti nei tempi di vaccinazione, le dosi che vengono scongelate e vengono dunque diluite per la somministrazione ai pazienti devono essere utilizzate entro sei ore dall’apertura. In caso contrario, il decadimento del siero renderebbe anche in questo caso quasi del tutto inefficace la vaccinazione, creando un danno alla battaglia contro la pandemia ed una gravosa perdita economica se si considera il valore di ogni singola soluzione.
Insomma. Il quadro che deriva dal processo di distribuzione e somministrazione del vaccino ha tutta l’apparenza di un percorso ad ostacoli disseminato di trappole, ognuna delle quali potenzialmente in grado di annullarne l’efficacia. Una corsa contro il tempo e contro le problematiche tecniche che si possono presentare.
Una vera e propria sfida, se si considera soprattutto come sia l’uscita dal dramma sanitario sia la ripresa economica dipendano in buona parte (e ciò è stato confermato anche da autorità monetarie come la Fed) dal successo del programma vaccinale. E soprattutto, l’unica nostra vera speranza di successo contro un nemico che, fino a questo momento, sembra essersi continuamente dimostrato più forti di noi e in grado di “combattere”, anche, contro le nostre tecnologie.