Non è certamente semplice passare un’estate tra la paura di essere colpiti dalle bombe e quella di non poter avere nemmeno la fornitura idrica all’interno della propria casa: Tripoli vive la sua prima estate da protagonista della guerra o, per meglio dire, di una battaglia per il suo controllo che vede contrapposte le forze del governo di Al Sarraj da una parte e quelle di Haftar dall’altra.

Tripoli senza acqua

Può sembrare superfluo, in un contesto dove a 25 km dal centro di una capitale si combatte una guerra, ma in realtà è un dettaglio ben indicativo della situazione: a Tripoli non funzionano più gli impianti di depurazione, tutti i reflui finiscono direttamente a mare. Una situazione rimarcata in un reportage di fine luglio da Lorenzo Cremonesi, il quale intervista il sindaco della città Abdlrauf Beitelmal: “Gli scarichi – spiega il primo cittadino di Tripoli – si riversano tutti direttamente nel Mediterraneo, un totale di 300mila metri cubi di acque reflue al giorno”. Una bomba ecologica che dimostra come la capitale libica ha sempre più la fisionomia di una città in guerra, con emergenze che riguardano anche il semplice vivere quotidiano.

Non sono solo le condutture fognarie a non funzionare, ma anche un impianto idrico operante sempre più a singhiozzo. La guerra non risparmia nemmeno il grande fiume artificiale, uno dei pochi elementi a cui i libici si riconoscono sotto un profilo nazionale: è un vanto di tutti, non solo opera di Gheddafi ma anche infrastruttura in grado di risolvere per diversi decenni il problema della fornitura di acqua in un paese prevalentemente desertico. C’è chi nelle scorse settimane colpisce proprio il vasto reticolato di canali che porta l’acqua a Tripoli. Da qui la carenza del bene più prezioso, il quale per diverse giornate viene razionato e distribuito con turni non sempre semplici. Specialmente se si considera che anche Tripoli, come tutto il bacino del Mediterraneo, in estate raggiunge elevate temperature e la mancanza di acqua può comportare problemi non di second’ordine.

Passare l’estate in una città in guerra

Eppure degli sprazzi di normalità i tripolini sembrano saperseli conquistare: all’inizio della bella stagione, fanno il giro del web le immagini di alcune spiagge della capitale invase pacificamente da decine di bagnanti tra gli ombrelloni. La guerra, è bene ribadirlo, attualmente è confinata lungo un fronte situato a 25 km dal centro della capitale. Ciò che arriva a Tripoli dunque è l’eco del conflitto, le conseguenze di strade interrotte da trincee e da vie di comunicazione usate non più dai civili bensì dai mezzi di rifornimento per l’una o l’altra parte in guerra. Per cui la città appare in qualche modo quasi intatta, è la vita al suo interno che è profondamente intaccata.

Fare la spesa è difficile, arrivano sempre meno prodotti nei vari mercati, i prezzi sono dunque alti e la mancanza di servizi basilari rende il contesto ancora più problematico. Poi c’è la questione della sicurezza: in diversi quartieri sono le milizie a dettare legge, già prima della guerra il confine tra Polizia e banda armata legata ad una singola fazione appare molto sottile, a conflitto in corso ovviamente è ancora più difficile fare distinzione. A questo, occorre aggiungere lo spauracchio delle bombe e dei raid, i quali nel corso della battaglia iniziata il 4 aprile scorso non mancano purtroppo di causare vittime civili.

Non è facile vivere in una città in guerra, Tripoli ed i suoi abitanti appaiono quasi abbandonati in una sofferenza quotidiana che spesso getta nello sconforto decine di cittadini. Eppure si cerca di andare avanti: riprendono alcune attività sportive, la tv trasmette anche dei varietà, si prova a guardare verso una Libia lontana dal conflitto, una Libia però purtroppo ancora ben distante dall’attualità.