Usa: così l’ICE usa l’immigrazione per costruire un database del DNA e controllare la popolazione

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Società /

Tre agenti federali immobilizzano un uomo e lo trascinano verso la loro auto. Viene rilasciato circa tre ore dopo, ma prima i funzionari lo fotografano e gli prendono le impronte digitali. Non solo: quando ancora non ha pienamente realizzato cosa stia accadendo, un agente dell’ICE — l’U.S. Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale che si occupa di immigrazione — gli passa un tampone, simile a un cotton fioc, all’interno della guancia. La vicenda è accaduta a fine gennaio quando Ben — nome di fantasia — e sua moglie si sono recati nel Nord-Est di Minneapolis dopo aver ricevuto, da parte di un gruppo di attivisti, una segnalazione sulla presenza di personale dell’agenzia.

È quanto viene riportato in un articolo della NPR, la rete di di giornalismo radiofonico statunitense, che racconta come il personale dell’agenzia abbia prelevato — o tentato di prelevare — un campione del DNA da individui arrestati senza che abbiano compiuto alcuna provocazione. Si tratterebbe di un uso improprio delle politiche sull’immigrazione da parte del governo statunitense, come sostiene un nuovo rapporto del Center on Privacy & Technology della Georgetown Law che denuncia la creazione di un database nazionale di DNA destinato alla polizia predittiva e al controllo sociale.

Il DNA come nuova frontiera del controllo

Il rapporto Raiding the Genome: How the United States Government Is Abusing Its Immigration Powers to Amass DNA for Future Policing  (Assalto al genoma: come il governo degli Stati Uniti sta abusando dei suoi poteri in materia di immigrazione per accumulare DNA a fini di polizia) spiega e analizza la drastica espansione della raccolta di DNA da parte del Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) statunitense. Il programma opera praticamente senza alcun controllo e il DNA prelevato viene utilizzato per future attività di polizia e procedimenti giudiziari. Dal 2020, quando i profili presenti nel database nazionale del DNA criminale — così definito sebbene in molti casi al momento del prelievo non sia stato accertato alcun reato — erano pressoché inesistenti, il loro numero è salito a 3,3 milioni — si tratta di circa tremila persone al giorno, ogni giorno, per un anno — con la sola ICE che potrebbe aver contribuito con circa 920.000 profili nel solo 2025. L’agenzia  è diventata il principale motore di questo tipo di attività, mentre in precedenza la raccolta del DNA dei migranti si svolgeva principalmente al confine, dove la Customs and Border Protection (CBP) prelevava campioni dalle persone fermate. 

I dati presenti nelle varie edizioni dell’indagine della Georgetown Law — la prima risale al 2024 — mostrano una crescita esponenziale dei profili genetici prelevati forzatamente, anche su soggetti vulnerabili. 

Un database senza eccezioni: dai bambini ai richiedenti asilo

L’espansione della raccolta del DNA ha attirato l’attenzione del Congresso quando i legislatori hanno appreso che venivano prelevati campioni di DNA da bambini in un centro di detenzione per famiglie a Dilley, in Texas. Lo scorso anno aveva suscitato scalpore la notizia secondo cui l’amministrazione aveva raccolto il DNA di oltre «133.000 minori migranti», tra cui «almeno un bambino di quattro anni». Esiste anche il caso documentato di una persona di 96 anni. Non vengono risparmiati neppure i richiedenti asilo, individui che vengono sottoposti a sorveglianza genetica mentre esercitano il proprio diritto legale a chiedere protezione da persecuzioni e gravi violazioni dei diritti umani, ai sensi del diritto internazionale e statunitense.

Come riporta il giornalista Bruno Sgarzini su Diario Red, oltre il 70% dei campioni della CBP proviene da cittadini di soli quattro paesi: Messico, Venezuela, Cuba e Haiti.

Secondo gli autori, il vero obiettivo dell’amministrazione sarebbe «costruire un database del DNA sufficientemente ampio da consentire un controllo genetico esteso all’intera popolazione». La mancata sottomissione al prelievo genetico sta diventando peraltro la base per procedimenti penali e giustificazioni per la deportazione.

La narrazione dell’“invasione”

«Esiste negli Stati Uniti una lunga storia nell’uso dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione come pretesto per l’espansione dei poteri esecutivi e nel trattamento delle comunità immigrate come terreni di sperimentazione per nuove pratiche e tecnologie di controllo poliziesco», si legge nel documento. Non è un caso che, durante la campagna elettorale, Trump abbia più volte definito la migrazione irregolare come una “invasione” e da allora abbia utilizzato questo tipo di narrazione per rivendicare poteri presidenziali estesi. Come viene precisato su wired.com, una volta che i profili del DNA delle persone detenute entrano nell’infrastruttura di banche dati dell’FBI definita Combined DNA Index System (CODIS)  — «le forze dell’ordine di tutto il paese possono confrontarli con le prove relative a crimini irrisolti e con il DNA raccolto sulla scena del crimine anni o addirittura decenni dopo. Il campione fisico, che contiene l’intero genoma di una persona, rimane in un laboratorio federale a tempo indeterminato». 

La mancanza di un’efficace supervisione legale continua peraltro a mettere a rischio chiunque, indipendentemente dallo status di cittadinanza. Nel 2025, la Border Patrol ha documentato la raccolta di DNA da 56 cittadini statunitensi, per quanto in assenza di accuse penali il DHS non sia autorizzato a farlo. 

Sorvegliare il dissenso attraverso il DNA

Una tendenza emergente riguarda l’uso dei poteri del DHS per mappare geneticamente cittadini statunitensi coinvolti in attività di protesta. Non è chiaro dove finiscano i campioni prelevati dai manifestanti negli ultimi mesi o come vengano utilizzati. «La cosa mi preoccupa molto perché sembra che il governo stia creando un catalogo di dissidenti politici», ha dichiarato a NPR Andrew Birrell, presidente della National Association of Criminal Defense Lawyers.

Molti prelievi avvengono senza un mandato giudiziario, sollevando gravi preoccupazioni sulla possibile violazione dei diritti costituzionali e scatenando reazioni nella società civile. Lo scorso maggio un gruppo di cittadini statunitensi — il cui DNA era stato prelevato dal DHS al momento del loro fermo durante una protesta contro l’operazione dell’agenzia nell’area di Chicago — ha intentato una causa sostenendo l’incostituzionalità di tali attività. Il DHS violerebbe la protezione del Quarto Emendamento contro perquisizioni e sequestri illegittimi, nonché i diritti del Primo Emendamento relativi alla libertà di parola e riunione. «Essere arrestata e vedermi prelevare il DNA per aver protestato pacificamente è stato sconvolgente e profondamente antiamericano», ha dichiarato la querelante principale Dana Briggs in una dichiarazione citata nel rapporto della Georgetown University. Nel ricorso si afferma che «il messaggio del governo è chiaro: se protesti contro le politiche del governo, ti arresteremo, archivieremo il tuo DNA e ti terremo sotto controllo — e potenzialmente anche i tuoi familiari biologici». 

In definitiva, le ulteriori prove raccolte nel 2026 e contenute nell’indagine della Georgetown Law sembrano confermare che il programma di raccolta del DNA del DHS è un’infrastruttura di sorveglianza di massa che trascende il controllo dell’immigrazione. Attraverso l’uso del pretesto amministrativo, il governo starebbe costruendo un database genetico permanente che include milioni di individui non condannati, eliminando di fatto le tutele del Quarto Emendamento e creando un catalogo biologico di popolazioni vulnerabili e dissidenti politici, senza alcuna supervisione democratica.