Nel diluvio di numeri che ci sono piovuti addosso nel corso della pandemia, ce n’è uno, forse più importante di altri, ma che è sempre stato sfuggente: la pericolosità del virus. Quale sia, cioè, la capacità di uccidere del Sars-Cov-2. Si tratta di un valore che continua a variare e che secondo molti esperti sarà possibile avere con certezza solo a emergenza conclusa.

Conoscere quanto la malattia sia pericolosa non serve per stabilire solo l’impatto sui cittadini, ma anche per organizzare meglio gli interventi delle autorità sanitarie e dei governi. Il fatto che il calcolo di questo indicatore sia complesso non ci impedisce di individuare linee di tendenza, studi e primi numeri, anche se in modo ancora incompleto e profondamente empirico. Per capire su che terreno ci muoviamo è bene iniziare dalle definizioni.

Differenza tra mortalità e letalità

Parlare di “capacità di uccidere” o “pericolosità” non è in fondo corretto, è necessario utilizzare indicatori specifici che abbiamo sentito spesso in questi mesi. Il primo è tasso di mortalità, un valore che si ottiene dividendo il numero di persone decedute a causa della malattia per il totale delle persone esposte al virus, cioè tutta la popolazione interessata. Il secondo indicatore è invece il tasso di letalità, un parametro che si ottiene dividendo il numero di morti per la malattia col totale dei casi accertati. Già con queste definizioni è chiaro che i risultati dei due calcoli sono molto diversi. La letalità, ad esempio, è molto più alta rispetto alla mortalità. Allo stesso tempo, il tasso di letalità ci restituisce un dato più rilevante.

Anche così, però, i numeri non aiutano ad avere un quadro completo di quanto il coronavirus sia effettivamente pericoloso. Per questo motivo bisogna migliorare le definizioni, appoggiandosi anche all’inglese. Il tasso di letalità di cui abbiamo parlato finora è il case fatality rate (Cfr), che potremmo anche definire come letalità apparente. Questo numero è incompleto perché è impossibile conoscere il 100% della popolazione che ha contratto il virus.

C’è un secondo indicatore della letalità che gli esperti hanno introdotto per cercare di fornire una fotografia della pericolosità del virus più accurata. Si tratta del tasso di letalità plausibile, l’infection fatality rate (Ifr). Questo parametro viene calcolato dividendo il numero di decessi per una stima delle infezioni che considera sia persone con sintomi sia individui debolmente sintomatici o asintomatici. Se nel primo caso il calcolo è immediato (al netto dei dubbi sui sistemi di rilevazione e pubblicazione dei dati), nel secondo servono ulteriori stime individuate grazie ai test sierologici che sono apparsi dopo le prime fasi della pandemia.

Quali sono i numeri della letalità

Fatte queste premesse, è possibile iniziare a ragionare sui numeri. Nei primi mesi della pandemia, l’indicatore utilizzato con maggiore frequenza era il tasso di letalità apparente proprio perché i dati a disposizione erano pochi. Con il passare del tempo, le autorità sanitarie sono però riuscite a collezionare nuovi numeri, anche grazie alle informazioni provenienti dalle indagini per sieroprevalenza. Una rilevazione a campione, che ha studiato la diffusione degli anticorpi contro il Covid-19, di fatto ha allargato la platea dei contagiati. Un’operazione che quindi ha ridotto i tassi.

A maggio, Wired aveva raccolto le prime valutazioni globali sia sul Cfr che sull’Ifr, evidenziando profonde differenze. All’inizio, l’Organizzazione mondiale della sanità aveva calcolato la letalità apparente intorno al 3,4%, mentre l’Imperial College di Londra aveva stimato quella plausibile tra lo 0,9 e lo 0,6%. Al contrario l’Università di Oxford l’aveva valutata intorno all’1,4%.

A luglio, l’Oms ha rivisto ancora i suoi calcoli, concludendo che l’Ifr del Covid-19 è intorno allo 0,6%. Una valutazione frutto di diversi dati inviati dalle istituzioni sanitarie di diversi Stati sommate ad altre informazioni raccolte da organizzazioni non governative e centri di ricerca. Questi numeri si appoggiavano a sua volta sui risultati dei test sierologici.

Il problema è che allo stato attuale, mentre la pandemia è ancora in corso e i vari Paesi si apprestano ad affrontare la seconda ondata, i dati sono parziali e non è ancora possibile avere il dato singolo riferito al Sars-Cov-2, come per altre malattie. E infatti i numeri che arrivano dai Paesi non sono tutti uguali.

Torniamo per un attimo al Cfr, la letalità apparente. L’Ispi ha realizzato un breve studio per confrontare i numeri tra la prima e seconda ondata e ha scoperto oscillazioni molto profonde. In primavera il numero cambiava da paese a paese tra il 19,3 e il 4,8%. Nella seconda ondata (che però è ancora in corso) i numeri sono stati più contenuti: ad esempio 0,5% in Olanda e 1,3% in Italia. La media globale è quindi passata dal 14,7% all’1,3%.

Perché i dati oscillano

A questo punto è bene prendere fiato e fare un breve riassunto. Abbiamo spiegato che con l’epidemia ancora in corso è difficile avere il numero finale che certifichi la pericolosità del virus, un numero che ci dica cioè quante persone muoiono se contraggono la malattia. Abbiamo delineato come stimarlo, ma abbiamo anche detto che i numeri continuano a cambiare. Sempre in virtù della situazione empirica che ci troviamo ad affrontare ci sono un po’ di cose che possiamo mettere in fila per avere un quadro più completo.

Le autorità sanitarie hanno confermato che il virus ha iniziato a colpire fasce della popolazione diverse da quelle iniziali. Sappiamo infatti che il coronavirus è più pericoloso per persone con patologie pregresse e anziane, il fatto che sia aumentato il numero di persone non anziane che si ammala ha quindi avuto un riflesso sui tassi. Non solo. Rispetto alle prime fasi del contagio tutti i Paesi, Italia inclusa, hanno migliorato la capacità di eseguire test e quindi di allargare la base di persone infettate che si utilizzano per effettuare i conteggi di Cfr e Ifr. In più in molti Paesi sono migliorati i trattamenti.

Ci sono poi due ulteriori fattori che sono tutt’ora al centro di molte discussioni. Il primo riguarda la possibilità di aver calcolato male la suscettibilità della popolazione al virus e il secondo l’eventuale indebolimento dell’agente patogeno. Andiamo con ordine. Il primo caso è oggetto di studio in molti Paesi e si basa sull’assunto che una fetta della popolazione sia parzialmente immunizzata rispetto al Sars-Cov-2 e che questa immunizzazione possa derivare dall’esposizione ai coronovairus che normalmente causano il raffreddore. Una posizione ribadita anche dall’epidemiologo svedese Nils Anders Tegnell.

La seconda questione ha a che fare con la carica virale del virus, detto banalmente sulla “quantità di virus” che le persone trasportano. Sul tema le ricerche, oggi come in passato, hanno dato esisti diversi. In alcuni casi come la Mers o Sars non è stata trovata una correlazione tra la carica virale e la mortalità. Gli studi svolti quest’anno vanno invece in una direzione diversa.

È il caso di un’analisi svolta nell’ospedale di Negrar, in provincia di Verona. Lì i medici hanno studiato 373 casi di pazienti visitati al pronto soccorso. Secondo i dati la carica virale è andata diminuendo tra marzo e maggio con un corrispondente calo dei ricoveri in terapia intensiva. Uno studio svolto a Detroit avrebbe trovato un collegamento tra la carica virale e l’aumento della mortalità. Chiaramente ci sono studi che hanno dimostrato anche il contrario. Il Washington Post, ad esempio, ha riportato una ricerca sulla carica virale nei bambini dimostrando che in molti casi pur essendo molto alta il paziente era completamente asintomatico.

Gli ultimi dati e gli studi controversi

Come abbiamo visto ad oggi i dati disponibili certi sono pochissimi e vanno presi con le pinze. Secondo le rilevazioni della Johns Hopkins University ad oggi il tasso di letalità apparente per l’Italia calcolato su tutto il periodo della pandemia si attesta intorno al 8,45%. Secondo le stime di Ispi a partire dai dati dell’Istituto superiore di Sanità oggi la letalità plausibile, l’Ifr si attesterebbe intorno allo 0,85%, ma il numero potrebbe crescere nel corso della seconda ondata.

Siamo quindi arrivati al punto di partenza, l’orizzonte di un numero certo per sapere la pericolosità del virus continua ad allontanarsi. C’è però un nuovo studio che tenta di fare luce sulla questione analizzando in modo vasto i risultati del test sierologico. Una ricerca realizzata da John Ioannidis, epidemiologo ed esperto di data science dell’Università di Stanford.

La pubblicazione, inserita anche nel bollettino dell’Oms, sostiene che il Covid-19 ucciderebbe solo una persona su 2mila tra chi ha un’età inferiore ai 70 anni. Secondo Ioannidis la letalità apparente potrebbe essere inferiore allo 0.05%, un numero molto più basso di quello della stessa Oms. Ioannidis è un ricercatore controverso e attualmente è sotto indagine da parte della sua università per un precedente studio in cui sottostimava di molto la pericolosità del virus.

L’ultima pubblicazione, uscita a metà ottobre, è basata su una popolazione con un’età inferiore ai 70 anni a partire da 82 studi sierologici condotti in una sessantina di contesti diversi intorno al mondo. Oggi questo nuovo dossier è stato sottoposto al sistema di revisione peer review, cioè un controllo paritario da parte di altri colleghi.

Nel paper si legge che secondo gli studi la prevalenza di anticorpi oscillava dallo 0,1% della Bay Area in California fino al 53,4% nel Barrio Padre Maugica in Argentina. Ioannidis ha poi diviso il numero dei morti per Covid per la stima delle persone infette ottenendo un IFR dello 0,27%. Togliendo le persone sopra i 70 l’IFR finale sarebbe appunto 0,05%, la metà della normale influenza stagionale.

Lo studio di John Ioannidis e della sua equipe lascia molti dubbi sia per le differenze che ogni test sierologico si porta dietro e che quindi sarebbe difficile confrontare con altri, che per le differenze profonde da Paese a Paese.

La questione dell’eccesso di mortalità

C’è un ultimo valore che i demografi stanno provando ad utilizzare per capire la portata dell’epidemia, cioè l’eccesso di mortalità. Questo valore è un confronto tra il numero di decessi previsto e quello effettivo. In questo modo si possono cogliere le differenze profonde rispetto ai numeri indicati come “decessi per Covid”. Per avere un’idea, secondo l’Istat nei mesi più duri dell’epidemia, marzo e aprile, la mortalità ha fatto segnare rispettivamente un più 49,4 e 36,3% rispetto alla media dello stesso periodo negli anni 2015 e 2019.

Come le altre anche questa misura può darci un’idea di quello che succede ma è ben lontana dall’essere precisa. Essa infatti non distingue tra le vittime della malattia e quelle legate a fattori paralleli alla pandemia, come ad esempio le difficoltà di accesso alla normale assistenza sanitaria. Pensiamo ad esempio a malati oncologici o persone con patologie croniche che saltano cure o controlli. Allo stesso tempo la pandemia influenza altre cause di morte facendole abbassare come gli incidenti stradali.

Il punto quindi è che la pandemia influenza questa misura in modi molto netti, alza alcuni indicatori e ne abbassa altri, di fatto rendendo impossibile capire se i numeri in eccesso si riferiscono a persone morte per coronavirus che non avevano avuto il tampone, o per altre cause collegate anche in modo in diretto all’emergenza sanitaria.

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