L’annuncio della multinazionale farmaceutica AstraZeneca di poter essere in grado di fornire 400 milioni di dosi del vaccino anti-coronavirus entro settembre e di prepararle entro quel mese per la distribuzione è una svolta importante nella corsa al contrasto alla pandemia. Ma va, in primo luogo, presa con cautela e cum grano salis.

Bisognerà vedere, in primo luogo, il tempo che sarà necessario alla multinazionale e al suo team di ricerca di Oxford per completare il processo di ricerca. “Si tratta di trovare la dose giusta del vaccino” ha spiegato, Piero Di Lorenzo, presidente e ad di Irbm, l’azienda di Pomezia che partecipa al consorzio di AstraZeneca, le cui parole sono state riprese dal Fatto Quotidiano.

Tecnicamente parlando, è come se in borsa AstraZeneca avesse proposto un maxi-contratto future promettendo che entro settembre il vaccino, per il quale il test sulle scimmie è già terminato e si è già passati alla sperimentazione su esseri umani, sarà pronto e commercializzabile in una prima, massiccia tranche entro l’inizio dell’autunno. Chiaramente, in questo contesto il gradiente di sicurezza è legato al progresso delle ricerche in materia.

Si aprirà in questo contesto la partita politica ed economica sulla distribuzione delle quote di produzione tra i Paesi che hanno concorso alla realizzazione e allo sviluppo del vaccino. Dopo la prelazione di 30 milioni di dosi da parte del governo inglese, la compagnia ha reso noto che sta lavorando ad accordi in parallelo, anche con altri governi europei, per assicurare una “ampia ed equa fornitura del vaccino nel mondo, con un modello no-profit, durante la pandemia”.

La stipulazione di accordi e la partecipazione alla ricerca nella fase finale potrà essere una determinante per l’assegnazione di quote della produzione, che AstraZeneca prevede di aumentare a un miliardo di dosi entro il 2021. Gli Stati Uniti sono entrati nella partita attraverso il finanziamento alla multinazionale dal valore di un miliardo di dollari operato dalla Biomedical Advanced Research and Development Authority (Barda), che sostiene anche la francese Sanofi, tra le aziende maggiormente in grado di sviluppare capacità produttiva.

AstraZeneca inoltre si sta adoperando per concludere accordi con organizzazioni e società no profit come Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi), Gavi the Vaccine Alliance e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), per portare avanti un’allocazione e una distribuzione del vaccino in tutto il mondo che siano bilanciate ed eque. Si aprono spazi anche per una pronta ricezione del vaccino da parte dell’Italia, che ha un’azienda coinvolta nel progetto, presenta un ruolo importante in seno all’Oms e ha recentemente attivato 120 milioni di euro di finanziamento a Gavi, consorzio globale legato alla fondazione di Bill e Melinda Gates.

Non è possibile azzardare in partenza come potrà essere la distribuzione del vaccino tra i vari Paesi ma, ritenendo che la quota britannica sarà proporzionalmente maggiore delle altre, anche i Paesi europei più colpiti potranno ambire a una grossa fetta della torta. Il citato Di Lorenzo ritiene plausibile che già a dicembre le categorie più fragili della popolazione italiana possano ottenere stock di vaccini pronti a metterle al sicuro da un ritorno di fiamma del Covid-19. A livello globale, Paesi come l’India potrebbero giocare un ruolo strategico nella produzione per l’elevata attrattività economica e reclamare quote paragonabili a quella britannica: la partita è politica e serve con assoluta necessità fugare le logiche di profitto dal dibattito. Consci che un gradiente di competizione politica è inevitabile per dividersi stock di un bene che acquisisce una rilevanza incomparabile.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME