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“Un disastro”, il “più grave sconvolgimento che abbia colpito il nostro Paese dalla sua fondazione”. Sono queste le parole che Kim Jong Un ha utilizzato per descrivere l’epidemia di Covid-19 scoppiata in Corea del Nord.

Nel corso di una riunione d’emergenza, il presidente nordcoreano ha fatto appello alla “guerra totale” contro la diffusione del virus, i cui primi contagi sono stati ufficialmente ammessi solo pochi giorni fa. Basteranno lo spirito guerriero e la mobilitazione dei cittadini per fronteggiare un nemico invisibile che nel resto del mondo ha intasato ospedali, ucciso milioni di persone e bloccato interi settori economici?

Anche perché ad aggravare una situazione di per sé già complessa bisogna considerare due aspetti delicatissimi. Intanto, fino ad oggi, la popolazione locale – almeno stando a quanto comunicato dalle autorità – non era ancora entrata in contatto con il Sars-Cov-2; in più Pyongyang non ha mai dato il via ad una campagna vaccinale, rifiutando tanto i vaccini occidentali quanto quelli cinesi. Tutto questo rende l’avvento del Covid in Corea del Nord un evento potenzialmente devastante.

“Rischia di diventare una situazione incontenibile. È vero che hanno i confini chiusi, ma il virus può creare un microcosmo simile a Wuhan e la provincia di Hubei come nel 2020. Hanno un sistema sanitario arcaico che può dare generare uno scenario epidemiologicamente esplosivo”, ha spiegato Matteo Bassetti, direttore della clinica di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova.



Epidemia fuori controllo?

L’ultima rilevazione diffusa dai media nordcoreani parla di 174mila contagi e 21 decessi (per un totale di 27 morti). Si tratta di un balzo verso l’alto di dieci volte rispetto ai 18mila casi segnalati lo scorso venerdì. Attenzione però, perché i rapporti nordcoreani non specificavano né specificano quante delle nuove infezione o dei nuovi decessi fossero collegate ai precedenti casi.

“La Corea del Nord segnala solo ‘persone con la febbre‘ perché non ha test sufficienti”, ha affermato Cheong Seong-chang, direttore del Center for North Korea Studies del Sejong Institute in Corea del Sud, citato dal New York Times. “Alcune delle persone con la febbre potrebbero non essere pazienti reali. Potrebbero inoltre esserci molti più casi tra le persone asintomatiche senza febbre. Quindi il numero effettivo di persone infette sarà probabilmente maggiore di quanto annunciato da Pyongyang”, ha aggiunto l’esperto.

La prova più dura

Durante una riunione ad alto livello, i funzionari sanitari nordcoreani hanno comunicato che la maggior parte dei decessi segnalati nel Paese sono stati causati da overdose di farmaci e altre negligenze provocate dalla mancanza di esperienza medica. Pare che in quello stesso incontro Kim abbia criticato i funzionari sanitari del Partito dei Lavoratori per “incompetenza” e “irresponsabilità”.

Il leader nordcoreano avrebbe detto ai funzionari sanitari di imparare dalle “politiche di prevenzione delle epidemie dei Paesi avanzati”, in particolare da quelle della Cina, vicino e alleato di Pyongyang.

Al momento la Corea del Nord ha dichiarato una “massima emergenza“, ordinando a tutte le città e contee della nazione, dove vivono complessivamente 25 milioni di persone, di chiudere fino a nuove disposizioni. Ha anche ordinato ai funzionari di ogni livello amministrativo di isolare “ogni unità di lavoro, unità di produzione e unità residenziale l’una dall’altra”.

Kim ha tuttavia affermato che il virus si starebbe diffondendo solo all’interno di singole aree e unità bloccate, e che non vi sarebbe una “diffusione incontrollabile tra le regioni”. La maggior parte dei sintomi segnalati tra gli infetti sarebbe lieve. Kim Jong Un si trova dunque di fronte ad una delle prove più dure da quando è salito al governo. Vedremo se il Grande Leader riuscirà a vincere la battaglia contro il Covid.

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