Come la Tunisia si sta preparando all’emergenza coronavirus

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Il coronavirus ha iniziato a destare non poche preoccupazioni anche in Tunisia. Soltanto in questa giornata di giovedì, il governo di Tunisi ha annunciato dieci nuovi casi in più, portando a 39 il totale dei contagiati da Covid-19 nel paese nordafricano. Numeri molto bassi a prima vista, specie se rapportati a quelli italiani. Ma che, al loro interno, nascondono non poche insidie: il sistema sanitario tunisino è stato duramente colpito negli anni dall’instabilità politica successiva alla caduta nel 2011 di Ben Alì, così come dai programmi di austerity promossi dagli ultimi governi in accordo con i piani dell’Fmi. In poche parole, la sanità del Paese non gode di ottima salute ed i servizi appaiono depotenziati sia rispetto agli anni precedenti e sia rispetto ad altri sistemi dell’area nordafricana, a partire da quello algerino e da quello egiziano. Dunque, un picco di contagiati potrebbe avere anche da queste parti drammatiche conseguenze.

La comparsa del virus nel Paese

Il primo caso di Covid-19 in Tunisia risale allo scorso 3 marzo, quando oramai l’epicentro dell’epidemia era prossimo a spostarsi dall’Asia all’Europa. Non si è trattato però del primo caso in Africa: a febbraio l’Egitto aveva già registrato il primo paziente infettato, stesso discorso è possibile farlo per il Marocco e per la vicina Algeria. Il coronavirus era dunque già presente nel continente, la registrazione del primo contagiato in Tunisia non ha quindi destato molto scalpore. Tuttavia, nei giorni successivi le notizie provenienti da un’Italia sempre più in preda all’emergenza per il dilagare dell’epidemia e la scoperta di nuovi casi positivi, ha iniziato a mettere in allarme sia la popolazione che le autorità.

Da quando è stato rilevato il primo caso, nel giro di tre settimane il numero dei contagi è salito a 29. Poi, come detto ad inizio articolo, giovedì in un solo giorno ne sono stati contati 10. E si tratta, nella gran parte dei casi, di persone arrivate dall’estero mentre uno soltanto è colui che ha contratto il virus direttamente in patria. L’aumento dei casi registrati in poco meno di 24 ore, ha contribuito a destare ulteriore preoccupazione: potrebbe infatti essere il segno di una possibile accelerazione del contagio, eventualità che si sta cercando in tutti i modi di evitare.

Le misure messe in campo dal governo

A lanciare l’allarme sulla possibile difficile tenuta del sistema sanitario tunisino in caso di esplosione dell’epidemia nel Paese, sono stati anche numerosi pensionati italiani residenti da anni dall’altra parte del Mediterraneo. Alcuni di loro hanno richiesto nei giorni scorsi di essere rimpatriati: “Qui il sistema non regge in caso di estensione del virus”, hanno commentato in molti in un reportage pubblicato nei giorni scorsi su La Stampa. Ma sono anche gli stessi tunisini a non fidarsi delle prestazioni della sanità locale. Per questo in tanti hanno giudicato positivamente le misure volte a prevenire il contagio, a partire dal coprifuoco imposto dallo scorso 18 marzo e che vale dalle ore 18:00 fino alle 06:00. In questi orari, così come annunciato dal presidente Kais Saied, non sarà possibile circolare se non per motivi strettamente eccezionali.

Contestualmente, il governo ha deciso di ridurre a 5 le ore lavorative giornaliere per evitare il sovraffollamento del trasporto pubblico. Multe molto salate e pene che possono comprendere anche l’arresto in caso di trasgressione delle norme. Migliaia tra agenti di Polizia e uomini dell’esercito hanno iniziato a pattugliare le strade ed i punti più nevralgici delle grandi città. Nei giorni successivi poi, la Tunisia ha deciso di adottare le stesse misure prese da molti Paesi vicini in fatto di trasporti: in particolare, è stata imposta la chiusura dei confini, sia terrestri che marittimi, così come anche dello spazio aereo. Si potrà arrivare in Tunisia solo in casi eccezionali, fatta salva la libera circolazione delle merci. Una decisione questa che è arrivata dopo la constatazione del fatto che gran parte delle persone contagiate, sono venute a contatto con il virus al di fuori del Paese.