Una pandemia cambia l’umanità? L’antropologo culturale Roberto Libera sta studiando gli effetti delle epidemie sui popoli. In questi mesi, abbiamo assistito alla comparsa di slogan e frasi fatte più o meno costruite sulla semplificazione: da “andrà tutto bene” a “non sarà come prima”. Queste espressioni possono non soddisfare gli appetiti di tutti ma una domanda di fondo viene posta in maniera diretta: la comparsa di un virus modifica l’antropologia di una civiltà? Con tutto quello che un cambiamento può comportare in termini esistenziali, psicologici e geopolitici? Ne abbiamo voluto parlare direttamente con chi se ne sta occupando.

Un ragazzo prende il sole nella "Biblioteca degli alberi" a Milano, Foto di Vittorio Zunino per Celotto per Getty
Un ragazzo prende il sole nella “Biblioteca degli alberi” a Milano, Foto di Vittorio Zunino per Celotto per Getty

Quali sono i principali effetti antropologici della pandemia?

Si possono fare una serie di riflessioni, partendo dall’approccio antropologico alla cronaca quotidiana. In relazione alla tragedia dei primi giorni, mi è venuto in mente il paradosso del gatto di Schrödinger. Un esperimento che, in realtà, non è mai stato svolto, ma che costituisce uno dei capisaldi contemporanei della fisica quantistica. Un paradosso che non è mai stato messo in pratica per la salvezza del gatto (il dottor Libera ci tiene a sottolinearlo, ndr).

In cosa consiste?

Questo esperimento serve a far capire come la fisica quantistica sia inconciliabile, dal punto di vista teorico, con la fisica tout court. La teoria stabilisce come il comportamento degli elementi quantistici non sia prevedibile. A differenza di quello degli elementi della fisica meccanica, che invece possono essere analizzati con anticipo. Il gatto vivo, nella teoria, viene inserito all’interno di una scatola del tutto chiusa. Ma nella scatola c’è anche un elemento a decadimento atomico. Noi non conosciamo il momento esatto in cui l’elemento creerà una reazione, decadendo. L’elemento viene legato allora ad una fiala contenente del cianuro, che dovrebbe uccidere il gatto. Ma la scatola è chiusa ermeticamente. E noi non sapremo mai quando l’elemento cadrà, rompendo la fiala. Il gatto è vivo o morto? Non lo sapremo mai. Almeno fino a prova contraria.

E questo c’entra con la quarantena?

Noi non eravamo abituati ad una chiusura sociale e culturale come quella derivata dal Sars-Cov2. Le ultime chiusure coatte sono state predisposte per la seconda guerra mondiale: momenti violentissimi ma brevi. Poi, dalla fine di quella guerra in poi, non abbiamo avuto di questi problemi. Questo è stato di sicuro un evento culturale e sociale di forte impatto. La nostra scatola di Schrödinger è la nostra casa. Le persone rinchiuse in casa hanno smesso di possedere un’esistenza sociale, che era dovuta ad una presenza visibile nelle scuole, negli uffici, nelle strade e ovunque. Come nel caso del gatto: eravamo vivi o morti? E quale reazione abbiamo avuto? Ci siamo affacciati dai nostri balconi, cantando. Pur essendo limitati, abbiamo occupato l’unico spazio possibile di visibilità esterna. Come a voler dire: “Guardate che siamo vivi!”, “ci siamo!”. In più, ovviamente, i social hanno amplificato questa manifestazione tesa a ribadire che no, non siamo morti.

La segnaletica sui tram di Milano per mantenere il distanziamento sociale, foto di Vittorio Zunino Celotto per Getty
La segnaletica sui tram di Milano per mantenere il distanziamento sociale, foto di Vittorio Zunino Celotto per Getty

Poi la quarantena è continuata…

Si è scatenata una reazione antropologica, prendendo una piega peggiore: è iniziata la fase della delazione. Siccome la nostra esistenza è stata negata, dato che viviamo dentro casa, allora tutti devono negare la propria esistenza. Così è nata la violenta reazione contro i poveri runner, che non davano fastidio a nessuno. I runner correvano per conto loro, lontano da tutti, facendo peraltro qualcosa di favorevole al loro sistema immunitario. Ma se io sono costretto a negare la mia esistenza nel mondo, allora tutti devono negare la loro: questa è stata la seconda reazione alle misure di contenimento. I livelli raggiunti in alcuni casi sono stati quasi comici, ma all’interno della tragedia di chi si sente negato perché non fa più parte della società. Poi c’è stato un adattamento, e la realtà si è trasformata del tutto in quella virtuale: la vita si è trasferita sul web. Facebook ed Instagram sono diventati i nuovi canali di vita. Quindi sono aumentati i dibattiti politici tra i cittadini comuni. Si sono acuiti pure i contrasti socio-politici. Questo è avvenuto sui social. Quindi la riassumerei così: una prima fase che, paradossalmente, è stata contraddistinta da unità patriottica ed una seconda più confusionaria, dovuta pure ai differenti pareri dei virologi…

Dice che i virologi hanno fatto confusione?

Guardi, se i sacerdoti moderni, gli sciamani, quelli cui in passato ci si rivolgeva nel corso delle epidemie per far intervenire le forze soprannaturali contro un male sconosciuto, discordano, allora la confusione aumenta. I sacerdoti contemporanei sono i virologi. Se le loro risposte differiscono, allora la popolazione si destabilizza. Sono nati partiti che appoggiano un virologo o un altro, ma solo per simpatia o appartenenza. C’è un po’ di disagio relativo a questa mancata capacità del mondo scientifico di dare una risposta, non dico univoca, ma almeno capace di intraprendere un percorso comune.

Ma il Covid-19 ci ha cambiato per sempre? Alcuni lo affermano…

Si tratta di un motivo di confronto abbastanza costante negli ultimi giorni. Prevederlo adesso è difficile. “Non sarà più come prima” è una frase che fa effetto ma, a pensarci bene, che significa? Facciamo qualche considerazione. Premesse le pericolosità di questo virus – pericolosità che esistono – , vale la pena rimarcare come pandemie peggiori abbiano prodotto reazioni positive. Per quanto il quadro, al momento attuale, non sia per niente chiaro, io non sono un catastrofista: la storia fornisce dei dati precisi. Per quanto riguarda quello che accade dopo i periodi di crisi sociale acuta, i dati sono incoraggianti. L’umanità ha superato catastrofi ben più gravi del Covid-19: la peste, la spagnola, le due guerre mondiali… . Ecco, dopo un periodo di transizione più o meno lungo, il quadro di fondo tende indubbiamente a migliorare. Le difficoltà creano di sicuro un passaggio di gestione critica della realtà, ma la risposta è sempre stata positiva. Non è un caso che lo sviluppo tecnologico abbia spesso attecchito dopo fasi come queste. Sicuramente alcune cose cambieranno, ma è altrettanto vero che alcune cose miglioreranno.

Una donna con una maschera cammina per le vie di Milano, foto di Vittorio Zunino Celotto per Getty
Una donna con una maschera cammina per le vie di Milano, foto di Vittorio Zunino Celotto per Getty

Quindi “andrà tutto bene”?

Ho un dubbio sulla scienza: dovrà aggiustare il tiro. Si è palesata una certa incapacità. Così com’è valso per la politica. Mi spiego. La pandemia poteva essere un banco di prova per l’Europa: dimostrare di non essere solo un’unione economico-finanziaria dopo un percorso ventennale. Serviva insomma un salto di qualità, con un sentimento di fratellanza e d’identità europea. Ecco, qui c’è stato un fallimento: non si è creato un’unità culturale e sociale. Ognuno è andato per la sua strada.

Tralasciando la questione economica, dal punto di vista antropologico è nato un dubbio attorno alla bontà della globalizzazione?

Esiste un dato oggettivo: diffidenza nei confronti della globalizzazione. Il virus è venuto da molto lontano. La globalizzazione non porta solo benefici ma anche qualche pericolo. L’aspetto del contatto fisico che la globalizzazione consente, con la diminuzione dei tempi dovuta ai viaggi in aereo, ci impone l’obbligo di considerare questi pericoli, che derivano dalla globalizzazione. Questa poteva portare un effetto positivo che non si è verificato: quello dello scambio d’informazioni. La globalizzazione ci permetteva di attendere metodologie utili alla lotta al virus importate da altrove. Ma non sono arrivate. E quella odierna non è un’epoca in cui bisogna attendere l’arrivo di una nave. Denoto dunque un altro fallimento della globalizzazione. Però devo affermare un’altra cosa…

Prego..

La facilità di comunicazione ha messo in rilievo come, al livello di rapporti umani invece, la globalizzazione abbia consentito prossimità umana con grande facilità. Io ho avuto contatti con molte persone nel mondo: dall’Argentina agli Stati Uniti, passando per Malta, Lituania e Grecia. Tutte queste persone mi hanno manifestato vicinanza non appena ci si è accorti che l’Italia era stata colpita. E l’Italia è stata colpita per prima. C’era preoccupazione. I mezzi forniti dalla globalizzazione hanno dato modo di fare un gesto nei confronti della nostra sofferenza. Le istituzioni, insomma, hanno mostrato la debolezza della globalizzazione, con la mancanza di strategie comuni, mentre a livello umano è vero il contrario, con una risposta positiva.

Dal punto di vista antropologico, come può essere circoscritta ora come ora la parabola della Cina? Sembrano esserne usciti per primi…

La crisi negli Stati Uniti, per dirne una, sembra meno gestita. Premetto: non entro nei dettagli delle informazioni fornite o non fornite dalla Cina. Una lettura antropologico-culturale può essere fatta: la Cina, con buone probabilità, forse non ha fatto circolare alcune notizie ma, allo stesso tempo, vale la pena evidenziare come, da un punto di vista visivo, quello che stava accadendo in Cina si fosse palesato a noi in maniera molto chiara. Non possiamo fare come con la peste del Medioevo. Quella per cui veniva individuato un untore che aveva fatto circolare il morbo in maniera più o meno consapevole. No, cerchiamo di fare i conti con la realtà: noi non abbiamo saputo cogliere alcune cose evidenti che provenivano dalla Cina, mentre il “dragone” decideva di sigillare un’intera area, con delle immagini che noi vedevamo, perché le vedevamo. Noi occidentali non siamo stati in grado di cogliere questa difficoltà.

Come se lo spiega?

Una reazione umana. Tendiamo tutti alla sottovalutazione del pericolo finché il pericolo non entra in contatto con noi. Sottovalutare il pericolo significa esorcizzarlo, ossia tenerlo lontano dalla nostra realtà. Un pericolo fatto subito nostro acquisisce un peso simbolico-psicologico. Lo scherno, la battuta ed il tenere lontano questo pericolo rappresentano modi per esorcizzare il pericolo. Però poi questo pericolo entra dentro casa, e diviene un realtà con cui è necessario confrontarsi.

Una veduta generale di Milano, foto di Vittorio Zunino Celotto per Getty
Una veduta generale di Milano, foto di Vittorio Zunino Celotto per Getty

Ma i popoli hanno reagito attraverso modi diversi alla pandemia da Covid-19?

In Occidente abbiamo un concetto di malattia che è diverso da quelli di altre realtà. Anche se ora ci si uniforma alla medicina di stampo occidentale un po’ ovunque. Da noi spesso si è riflettuto sul concetto stesso di malattia, che non è solo biologico-fisica ma anche culturale. L’effetto del virus è stato molto più potente dal punto di vista culturale ed esistenziale che dal punto di vista biologico. Creare un disagio, cioè creare uno stato emotivo negativo, è un effetto del virus. Qualcuno è stato colpito dal punto di vista biologico. La massa però è stata colpita dal punto di vista emotivo. In antropologia si fa riferimento a più corpi: non esiste soltanto quello naturale che è soggetto alla malattia. C’è anche il corpo sociale, che reagisce culturalmente o socialmente agli effetti della malattia. Le risposte sono state diverse anche nella cultura occidentale. L’esempio svedese, l’esempio russo, l’esempio americano, l’esempio tedesco, l’esempio italiano: hanno differito. Viene messo in crisi così un disegno ideologico-scientifico. Non c’è stata, da parte dell’Occidente, una risposta univoca. Siamo dinanzi a un ripensamento della nostra visione: quella occidentale. Non è possibile che, condividendo tutta una serie di percorsi, le risposte siano così differenti. Ci vorrà del tempo, inoltre, per comprendere chi si è comportato meglio.

Immaginando dei blocchi di partenza, chi uscirà fuori in vantaggio dalla pandemia? 

Vedremo dopo. Chi sarà quello che si sarà comportato meglio? Quello che avrà subito meno danni. Danni umani e danni economici, che devono però tenere in considerazione anche le proporzioni rispetto alla cittadinanza residente. Cerco di fornire dei parametri. Sembra un po’ come in Formula Uno: bisogna vedere chi arriva per primo, non chi parte per primo. Noi occidentali avevamo avuto il vantaggio di studiare il virus persino mediante la televisione, mentre la pandemia attecchiva in Cina e ci veniva mostrato, ma non siamo stati capaci di sfruttare questo fattore.

Possibile che i popoli alimentino situazioni di conflitto?

Ora il problema non è quello psicologico, che comunque pesa, ma quello economico. Le reazioni, nei momenti di crisi, permettono agli uomini di affrontare la questione della sopravvivenza. La reazione al pericolo non dà il tempo di riflettere. Le ricadute, più che altro, possono arrivare dopo. Anche se io – come premesso – sono ottimista. Le tensioni sociali possono scaturire più che altro dagli effetti economici sulla gente comune, sui cittadini. Fino a questo momento, bene o male, ce la siamo cavata: chi con i risparmi in banca, chi con la pensione dei genitori… . Adesso invece inizio a percepire delle difficoltà relative a rimettere in moto la macchina produttiva. C’è il rischio che molti non ci riescano: lo vedo quotidianamente. Vedo i negozi chiusi e parlo con negozianti che manifestano le loro difficoltà. Lì, in questo settore, noi antropologi dobbiamo essere sensibili e dobbiamo sensibilizzare chi ha il potere: bisogna avere un occhio di riguardo per agevolare la ripartenza. Altrimenti rischiamo di creare forti punti di conflitto.

C’è la possibilità di comparare questa reazione a quella ad altre pandemie?

Senza dubbio da quando si ha una conoscenza più approfondita della microbiologia, e dunque dei virus e dei batteri, cioè dal 1800, sono cambiate le modalità di reazione alle epidemie, tanto dal punto di vista medico, quanto dal punto di vista culturale. Una premessa: l’uomo vive da sempre a contatto ed in equilibrio con il mondo della microbiologia. L’uomo ha per necessità una coesistenza forzata con i microrganismi, che sono a casa loro anche dentro di noi. Ma prima del 1800 non conoscevamo l’origine di questi esseri invisibili. Per quanto alcuni provvedimenti del passato possano sembrare moderni anche ora: nella peste medioevale così come nella antica Roma venivano isolati interi quartieri e ci si rinchiudeva dentro casa. Ma quelle civiltà non sapevano il perché di queste misure. Si parlava di “umori”, che giravano nell’aria, rendendola infetta. Questa “aria infetta” – si diceva – poteva corrompere il nostro corpo. Alcune risposte erano efficaci, ma solo dal punto di vista pragmatico, non da quello della consapevolezza. Si vedeva che una disposizione funzionava, dunque la si utilizzava. La risposta culturale era invece adeguata all’ideologia culturale dell’epoca: si attribuiva la colpa alla attività del maligno o di altre entità negative. Cercare di eliminare il pericolo proveniente dalla forza negativa e maligna, attraverso pratiche rituali ed esorcismi, era un’altra delle contromisure d’uso comune.

Un ragazzo indossa una mascherina mentre gira in bicicletta le vie di Milano, foto di Vittorio Zunino Celotto per Getty
Un ragazzo indossa una mascherina mentre gira in bicicletta le vie di Milano, foto di Vittorio Zunino Celotto per Getty

Le pandemie avvicinano o allontanano le persone dalla religione? 

Non sappiamo ancora quante persone si siano convertite durante la fase pandemica. Non sappiamo se assisteremo ad un aumento della religiosità o ad una diminuzione. Saranno necessari degli anni ma, d’altro canto, non posso non fare una considerazione da antropologo: quando il Papa ha pregato contro la pandemia in piazza San Pietro, riscuotendo peraltro grande attenzione, hanno studiato comunicativamente come farlo. Chi studia comunicazione non può non averlo notato. E quell’evento ha colpito l’immaginario: la figura del pontefice che da solo cercava di comunicare una vicinanza della Chiesa all’umanità che soffre. Nello stesso tempo, mentre vedevo queste immagini molto suggestive che hanno colpito anche me, mi è scappata una considerazione sul fatto che, nel corso della antichità, si usava portare in processione la Madonna per combattere le epidemie, dando un segno concreto di presenza della Chiesa tra le strade, dunque tra i fedeli. La Chiesa nel passato era un punto centrale di azione e reazione a queste calamità. Vale pure per i santuari mariani, che alcune volte sono nati proprio come risposta culturale alle calamità. La Madonna in processione per le strade serviva a purificare. Ecco, c’è un cambiamento antropologico della presenza della Chiesa tra i fedeli: un cambiamento epocale. In questa circostanza, la presenza fisica della Chiesa è mancata.

Ultima domanda: i popoli primitivi, penso agli amazzonici, ai masai, alle tribu africane e cosi via, verranno spazzati via dalla pandemia?

Anche in questo caso: non abbiamo dati precisi dell’effetto della pandemia in queste aree meno agevolate dalla tecnologia. Posso solo fare una valutazione concettuale: no, non credo che questi popoli tradizionali verranno spazzati via. Non stiamo parlando dell’epidemia più virale e mortale che sia mai capitata nella storia. C’è un rischio di ricaduta, bisogna usare le accortezze e non dobbiamo pensare che sia finita. Ma i dati parlano chiari: i popoli non sono scomparsi. I rischi questi popoli li corrono per altri problemi della globalizzazione: quelli economici e quelli derivanti dagli interessi delle multinazionali.

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