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Nel mondo occidentale l’arrivo del Natale è sinonimo di giornate serene da trascorrere in famiglia. Una festa dove il più delle volte il senso religioso viene prevaricato da quello consumistico. Non è così ovunque: in alcuni Paesi dove i cristiani sono in minoranza, questi diventano giorni delicati e, in alcuni casi, anche molto pericolosi. Festeggiare il Natale in alcune aree del mondo potrebbe significare anche andare incontro al rischio di essere oggetto di persecuzione. Mentre in Europa a chiudere le chiese ci pensa il coronavirus, altrove i cristiani non possono andare negli edifici di culto in quanto distrutti dalla ferocia terroristica.

Siria: emblema degli attacchi ai luoghi di culto

Professare la propria fede cristiana in modo spontaneo accedendo ai luoghi di culto non è un fatto scontato per chi vive in Siria. Qui, gli attacchi terroristici contro i cristiani, soprattutto durante la fase più acuta della guerra civile, sono diventati l’emblema delle persecuzioni religiose nel mondo arabo. Chiese dissacrate, abitazioni distrutte e cristiani arrestati: questi alcuni degli elementi terrificanti che nelle zone controllate dai gruppi terroristici, portano a vivere nel continuo terrore quegli abitanti che non si convertono all’Islam e che spesso, proprio per questo, sono costretti a fuggire in villaggi isolati dove le condizioni di vita non sono delle migliori. E non mancano storie di donne  perseguitate, arrestate e torturate solo perché non portavano il velo nei luoghi pubblici in quanto cristiane.


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Perseguitare chi professa una fede diversa da quella islamista diviene una delle azioni prioritarie degli islamisti in quelle zone. Sono ancora evidenti ad esempio le cicatrici che hanno segnato Maaloula, vicino Damasco, dopo l’attacco dei terroristi di Al Nusra nel 2013, cui ha fatto seguito la distruzione dei luoghi simbolo del culto cristiano. Nella città dove convivono in modo pacifico cristiani e musulmani e dove si parla ancora l’aramaico antico, colpire il cuore della fede cristiana ha voluto significare il senso della supremazia dell’islamismo radicale contro ogni minoranza religiosa. Maaloula è uscita dall’incubo, ma ancora non ha trovato pace. Dentro questo inferno invece ci sono i cristiani della provincia di Idlib, l’unica dove i gruppi legati al mondo jihadista dettano legge. Qui per Natale sarà impossibile, oltre che rischioso, trovare luoghi di culto dove poter celebrare le funzioni religiose.

Un Natale difficile in Pakistan

Rimane un ricordo ancora vivo, perché ormai indelebile, il Natale all’insegna del sangue e del terrore vissuto nel dicembre del 2017 in Pakistan a causa dell’attentato nella chiesa metodista di Quetta. Un attacco kamikaze ad opera degli islamisti ha ucciso 13 persone ferendone gravemente 56. Una domenica come tante, in prossimità del Natale, con la presenza di circa 400 di fedeli. Ed ecco che durante la celebrazione eucaristica, hanno fatto ingresso dentro la struttura religiosa quattro attentatori carichi di esplosivi: uno si è fatto saltare in aria, un altro è stato ucciso dalle forze di sicurezza, mentre gli altri due sono riusciti a fuggire. Ma ormai il danno era fatto: vittime, feriti e tanto terrore per la sola “colpa” di partecipare ad una funzione religiosa cristiana.

Quel Natale ha segnato profondamene la provincia di Beluchistan come tutto il Pakistan. Qui è impossibile pensare ad una festività natalizia alla stregua delle città europee e delle altre parti del mondo basate sulla tolleranza e il rispetto delle minoranze religiose. In questo Paese dell’Asia meridionale anche la quotidianità è fatta di soprusi, persecuzioni e violenze contro chi non si converte all’islamismo e vive apertamente la propria fede. Il caso di Asia Bibi è un esempio eclatante di come per un non nulla si possa essere accusati di blasfemia rischiando la pena di morte.

Quegli attentati che hanno reso meno sicure le feste cristiane

Anche i terroristi sanno che il Natale è la festa più sentita dai cristiani. Colpire durante questo periodo vuol dire attaccare e intimidire una determinata comunità. Quanto accaduto in Pakistan nel 2017 non è stato un caso isolato. Anzi, due giorni dopo quell’attentato sempre nel Paese asiatico si è verificato un altro episodio del genere: ancora una volta nella regione del Punjab alcuni spari sono stati rivolti verso l’ingresso della Chiesa di San Paolo a Sambrial. In quell’occasione c’è chi ha parlato di un gesto dimostrativo riguardante faide interne tra cattolici e protestanti, ma a pochi giorni dall’attentato di Quetta l’episodio ha dimostrato la grande tensione in seno alla comunità cristiana. Tanto è vero che lo stesso capo delle forze armate, Qamar Javed Bajwa, ha parlato di atti di ostilità volti ad offuscare il Natale.

Dopo tre anni la situazione non è cambiata. Quetta si è confermata la città pakistana dove è più difficile vivere per i cristiani. Nel giorno di Pasquetta del 2018 uomini armati hanno sparato a una famiglia all’interno del quartiere cristiano, stesse scene appena 15 giorni dopo. Da allora, le Chiese ad ogni festività sono presidiate da militari e poliziotti. Per i cristiani andare a messa vuol dire avventurarsi in una trincea di guerra. Scenari drammaticamente simili a quelli dello Sri Lanka, il Paese scosso dagli attentati del giorno di Pasqua del 2019: in quell’occasione, diversi kamikaze si erano fatti saltare all’interno delle chiese durante le celebrazioni, provocando 269 vittime. Anche lì i cristiani festeggeranno il Natale con l’incognita della sicurezza. Non una festa con cui recarsi con i propri familiari, ma una vera e propria missione in cui si rischia di non tornare a casa.

Il Natale in Nigeria

Chissà se anche nelle regioni dove i cristiani sono perseguitati sono giunte voci sui disagi che molti fedeli incontreranno per andare in Chiesa in Europa, lì dove il Natale verrà trascorso all’insegna delle norme anti Covid. In Nigeria i problemi sono ben altri. Anche qui, come in altre aree del pianeta, i cristiani non hanno luoghi in cui poter pregare. Nel nord del Paese africano le offensive di Boko Haram hanno costretto migliaia alla fuga. L’associazione Aiuto Alla Chiesa che Soffre, ha calcolato almeno due milioni di cristiani sfollati dagli Stati settentrionali. Nel Borno la situazione più critica, così come nel vicino Stato di Kaduna, lì dove soltanto nel 2020 sono stati uccisi 178 cristiani.

A Maiduguri, capitale del Borno, diversi missionari proveranno a dare una parvenza di normalità alle festività cristiane. In un video diffuso dal canale Twitter di Aiuto Alla Chiesa che Soffre, don Joseph Bature ha lanciato gli auguri di buon Natale assieme a diversi bambini cristiani sfollati. Un piccolo momento di convivialità per richiamare l’attenzione sui problemi della locale comunità cristiana. Qui non saranno norme sul Covid e sulla pandemia ad incidere sulla festa, bensì il timore di nuovi attacchi unito al dolore di aver dovuto abbandonare le proprie case e i propri paesi solo perché cristiani. Eppure, nel guardare i volti dei bambini di Maiduguri, la speranza per un futuro diverso non manca.

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