Il mondo ha una grande sete di vaccini. La domanda globale di fiale per arginare la pandemia cresce ogni giorno di più e le grandi case farmaceutiche occidentali non riescono, almeno per il momento, a soddisfarla. Il braccio di ferro dell’Ue con AstraZeneca dimostra che con ogni probabilità il 2021 sarà un anno teso sul fronte delle forniture.

Per queste ragioni Cina e Russia si dicono convinte di poter giocare un ruolo sempre più importante ritagliandosi spazi strategici e geopolitici. Ci sono infatti diverse aree del globo che stanno prenotando o acquistando in massa i prodotti di Mosca e Pechino.

La due potenze si stanno spartendo diversi mercati. La Cina, ad esempio, ha messo le mani sul Sud-Est asiatico, mentre la Russia ha fatto valere la sua influenza nelle ex repubbliche sovietiche, ma anche in India e Iran. Entrambe si sono poi divise fette di Medio Oriente con forniture doppie in Turchia ed Egitto ma anche del Nord Africa con Pechino pronta a rifornire il Marocco e Mosca che venderà il suo siero all’Algeria. Destino analogo anche in America Latina con la Russia che ha stretto accordi con Venezuela, Bolivia, Cile, Paraguay, Argentina e Brasile, che però ha avviato acquisti anche dai fornitori cinesi.

Perché tutti comprano da Cina e Russia

Quello che rende questi vaccini particolarmente attraenti è dato da una serie di fattori. In primo luogo siamo parando di prodotti che non richiedono la complicata logistica del siero prodotto da Pfizer/BioNTech, parliamo cioè di prodotti che non hanno bisogno di una refrigerazione speciale, ma soprattutto di prodotti che hanno costi molto più abbordabili per economie fragili.

Stephen Morrison del think tank Center for Strategic and International Studies ha spiegato alla NPR che questi acquisti massicci servono anche ad avere la misura di quanto i Paesi acquirenti siano in difficoltà e di quanta incertezza devono affrontare. Ma di che tipologie di vaccini stiamo parlando?

Prendiamo due dei vaccini cinesi più noti, Sinovac e Sinopharm. Entrambi si basano sull’utilizzo di un virus inattivato, una tecnica messa appunto già negli anni ’50. Semplificando molto si tratta di coltivare il virus in laboratorio per poi inattivarlo con una sostanza chimica come la formaldeide e infine utilizzarlo per generare nelle persone cui viene somministrato la produzione di anticorpi.

Il vaccino sviluppato dall’istituto russo Gamaleya utilizza invece due virus poco aggressivi, gli adenovirus che modificati geneticamente creano le condizioni per insegnare al sistema immunitario a riconoscere la proteina del coronavirus e quindi a difendersi.

I problemi dei vaccini cinesi

Come abbiamo visto per Pechino e Mosca i vaccini possono diventare un’importante volano per proiettare la propria immagine all’esterno. Nel caso della Repubblica popolare si tratta di una mossa per confermare le ambizioni a potenza globale, per la Federazione russa invece di un’ottima occasione per dimostrare di essere ancora in grado di contare sul piano internazionale.

Nonostante le ambizioni e la fila di paesi pronti ad accaparrassi le dosi, i dubbi non mancano. Le case farmaceutiche cinesi e russe, ha notato il Financial Time, non hanno ancora fornito serie complete di dati che permettano a enti regolatori e ricercatori di altri Paesi di effettuare confronti rigorosi con i concorrenti occidentali come quelli prodotti da Pfizer, Moderna o AstraZeneca.

Come ha sottolineato Deborah Seligson, professoressa alla Villanova University della Pennsylvania la “Cina ha un’enorme capacità di produzione di vaccini”, una capacità dovuta soprattutto alle dimensioni del Paese. Ma non solo. Colpita per prima dall’ondata pandemica, è stata in grado di contendere il contagio meglio di altri Paesi. Questo ha fatto si che la sua industria potesse lavorare per l’export. Ma questo punto di forza paradossalmente è anche una debolezza.

Visto che il virus circolava poco in patria la Cina ha dovuto lavorare per sperimentare i suoi sieri fuori dai confini nazionali e si sono rivolti ad esempio a Paesi come Turchia, Brasile e Indonesia. Spalmando le fasi di test in vari Paesi, la raccolta dei dati e la loro elaborazione è diventa molto più lunga e complessa. E questo di fatto ha portato ad avere dati anche molto diversi tra loro.

Il vaccino sviluppato da Sinopharm, ad esempio, veniva indicato come efficace al 79% secondo un’analisi condotta durante la fase 3 della sperimentazione. Allo stesso tempo però la sperimentazione sullo stesso siero condotta in Bahrein ed Emirati Arabi Uniti ha mostrato un’effaccia dell’86%. Tra tutti questi dati mancavano però di alcune informazioni chiave usate dalle autorità di regolamentazione, come Ema e Aifa, in particolare il numero di infezioni registrate tra i partecipati dello studio.

Numeri poco chiari anche per Sinovac. Negli studi condotti in Turchia è stato trovato efficace nel 91,3% dei casi, mentre in Indonesia quell’indicatore si è fermato al 65%. In Brasile invece i numeri sono stati ancora diversi: una prima sperimentazione parlava di un efficacia del 78%, ma la percentuale è stata poi abbassata al 50,4% quando nelle valutazioni sono stati inclusi i casi “molto lievi”.

I dati insufficienti sul vaccino russo

Se per i vaccini cinesi i dati sembrano essere troppi e discordati tra loro, per lo Sputnik V sembra valere il contrario. Il siero è stato lanciato direttamente dal presidente russo Vladimir Putin l’11 agosto scorso quando aveva superato solo la seconda fase dei test su 76 partecipanti.

La fase 3 di sperimentazione è poi partita a settembre su altri 30 mila volontari e ha iniziato a fornire le prime evidenze verso la fine dell’anno. I dati provvisori dimostrerebbero un’efficacia del 91%. Nel frattempo verso la fine di novembre sono iniziate fasi di test anche in Bielorussia, Emirati Arabi, India e Venezuela.

Ma molti esperti sono dubbiosi sulle modalità dei test. Raina MacIntyre, specialista in malattie infettive dell’Università del New South Wales a Sydney sentita da Ft, ha detto di essere preoccupata dall’eccessiva velocità nelle fasi di test: “Le approvazioni senza pubblicare i dati completi della fase 3 stanno diventando una sorta di tendenza”, ha spiegato, “la conclusione è che, quando si parla di lanciare un vaccino al pubblico, si desidera che i dati vengano pubblicati”.

Dati che per il momento non sembrano necessari per molti acquirenti alle prese con curve epidemiche preoccupanti come l’Argentina che recentemente ha acquistato 300 mila fiale di Sputnik V, a un prezzo vantaggioso.

La svolta ungherese e le alternative Ue

Il braccio di ferro tra Bruxelles e AstraZeneca insieme ai ritardi nelle forniture di Pfizer e Moderna, potrebbe cambiare l’inerzia dell’Unione nei confronti di Mosca e Pechino. Il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri, ospite della trasmissione “L’aria che tira” su La7 ha lasciato aperta l’ipotese all’uso dei sieri cinesi e russi: “Più vaccini abbiamo e meglio è, purché siano garantiti per l’efficacia e la sicurezza da enti certificatori come l’Ema. Ben venga quindi il vaccino russo Sputnik o il vaccino cinese, ma devono aver fatto questo percorso”.

Per il momento l’Ema e l’istituto Gamaleya si trovano in una fase interlocutoria con contatti preliminari analogamente a quelli con la cinese Sinovac Biotech. Come scrive Il Sole 24 Ore i contatti per il vaccino russo riguardano la fase di “scientific advice” mentre la fase di revisione continua potrebbe partire il mese prossimo e continuare almeno fino alla primavera.

Una spinta al processo potrebbe però arrivare dall’Ungheria. Budapest sembra essersi stancata dei tira e molla di Pfizer e ha deciso di aprire le porte a russi e cinesi con il via libera sia allo Sputnik V che al siero di Sinopharm.

Intanto Bruxelles cerca alternative interne. A inizio anno la Bayer si è accordata con Curevac per lo sviluppo di un altro vaccino anti Covid, mentre la francese Sanofi ha annunciato che aiuterà Pfizer-BioNTech nella produzione del loro vaccino confezionando almeno 125 milioni di dosi per il mercato dell’Unione. Nel frattempo sempre a febbraio dovrebbe partire la sperimentazione di un nuovo vaccino, un prodotto che combini Sputnik V con quello creato e sviluppato dal tandem AstraZeneca-Università di Oxford.